
Aria di smobilitazione. Ti assale sempre una sottile malinconia quando terminano gli undici giorni veneziani, quando inizi a notare che la gente si porta dietro trolley e non più zainetti, quando non lotti più come un gallo da combattimento per assicurarti un computer in sala stampa, perché è ormai mezza vuota e rimane l’eco del ticchettio dei tasti del computer. Proprio ora, in questo istante, sto ascoltando il malinconico eco virtuale delle mie parole scritte per Dude. Il tutto mentre gli abitanti del Lido tornano timidamente a riappropriarsi dei propri spazi come lumachine lente ma inesorabili, a riconquistare un territorio che per un pezzettino di tempo è stato terra di conquista del Cinema e dei suoi stanchi e provati guerrieri. Sì perché nel depresso e depressivo mondo del cinema italiano attuale, stracolmo di persone che “vedono gente, si interessano, fanno cose” (come profetizzava Nanni Moretti ormai troppi anni fa) senza però tirare su un euro che sia uno, questo periodo appare come una leggera parentesi di aria pura. Ci si isola totalmente dal mondo: io non so (volutamente) niente di quello che è successo in questi ultimi undici giorni nel bel paese, mi sono arrivati echi di finanziarie cambiate come una schedina del totocalcio e di scioperi generali vari. Ma, niente: in questi giorni solo Cinema, come una sorta di visita prescritta dal medico alle terme dell’arte che amo, per respirare belle immagini e curare l’anima intasata da troppo smog culturale stratificato durante l’anno. E poi, dopo undici giorni di cura intensiva, si torna in trincea. Ma prima di preparare anch’io il mio trolley e recarmi al fatidico imbarcadero del Lido, vi parlo volentieri di due film del concorso, interessanti per ragioni molto diverse. Il primo è l’attesissimo ritorno alla regia dopo cinque anni del maestro William Friedkin (leggendario autore settantesco di titoli come Il braccio violento della legge o L’esorcista, roba tosta insomma!), un uomo che ha stampigliato in calce alla sua travagliatissima carriera un’integrità artistica d’altri tempi, un’etica del lavoro e del Cinema che commuove a prescindere. Noi tutti giovani giornalisti veneziani avevamo deciso che il suo film sarebbe stato bello a prescindere, perché Billy è l’ultimo dinosauro di una stagione irripetibile, un esempio e un ricordo di cui non si vuole proprio fare a meno.
E allora tutti in sala ad applaudire come bambini emozionati già sui titoli di testa, perché il vecchio zio Billy ci era venuti a trovare dopo tanto tempo e ci aveva fatto questo bel regalo (inciso: grazie di cuore a Marco Muller per il notevole coraggio avuto in questo straordinaria Venezia 68!). Tutto emozionate, ma ci sia aspetta solo un film da vecchia gloria, nulla più. Poi lo vedi e rimani incredulo: il film è una bomba! Sembra fatto da un ragazzo di vent’anni che scopre il giocattolo/cinema e armeggia divertito tra generi, citazioni, situazioni surreali e sempre al limite. Una commedia nera di rara bellezza, un atto d’accusa violento e spietato a ogni stortura dell’istituzione famiglia, ma mai (MAI!) compiaciuto o inutilmente autoriale, sempre dentro le coordinate di quel cinema americano che non si prende troppo sul serio e diventa di rimando serissimo, quello migliore e ancora vivo. Per fortuna. Killer Joe è cinema allo stato puro: divertimento, sottile pensiero filosofico, sperimentazione sul linguaggio, situazioni folli e divismo hollywoodiano. Tutto insieme, tutto fatto da un settantenne rimasto ancora fottutamente fedele a se stesso e alle sue idee, che lotta ancora per far produrre le sue assurde sceneggiature restando quella disturbante voce fuori dal coro che è sempre stato. Fosse solo per questo, un applauso lungo un giorno al vecchio zio Billy! E poi la sera ci si reca alla proiezione di una regista che non ha un nome proprio. Sì perché in pochissimi, forse nessuno, qua al Lido l’hanno mai chiamata Ami Canaan Mann, ma tutti la figlia di Michael Mann. Domani passa Texas Killing Fields il film della figlia di Michael Mann; si va in conferenza stampa solo se viene lui, se viene suo padre. Certo non sarà stato facile essere figlia di cotanto genitore, forse il più grande regista vivente, ma se poi ti metti pure a fare la regista, beh, diventa proprio dura! Perché prima di ritagliarti un tuo spazio, prima di conquistarti il diritto ad avere un tuo nome proprio deve passare un po’ di tempo. E deve passare anche un po’ di talento, quello della brava Sofia Coppola, tanto per fare un esempio. E anche Amy non scherza: film duro e violento, classico action/noir americano perso nelle paludi del Texas in cui i fantasmi di tante contraddizioni USA si sublimino nel cinema e nei suoi generi. Poliziotti e assassini, ci si scontra, si vive e si muore.
Cinema americano classico insomma. Ma Amy purtroppo si ferma qua, non marchia mai a fuoco un’opera che sembra troppo anonima nella sua programmaticità, forse in cerca anche lei di una firma e di un nome proprio che le dia un’identità filmica. E il grande Michel era in sala in qualità di produttore, a introdurre la figlia come in un pericoloso ballo delle debuttanti nella pista del cinema mondiale. Michael sa bene che ci vuole tempo per diventare grandi (lui che grande lo è sempre stato, ma che come grande è stato riconosciuto solo da poco) e allora mostrare la sua faccia qui a Venezia può essere stata un’arma a doppio taglio: scortare e proteggere la figlia dai lupi, ma anche forse farla rimanere, almeno per ora, solo la (promettente) figlia di Michael Mann…