Sulle mie labbra, Festival di Venezia 2011 #8
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Sulle mie labbra, Festival di Venezia 2011 #8

Arrivati al novantesimo minuto più recupero, fischiata la fine della partita veneziana, tentiamo qualche breve riflessione che suggelli quest’ottima annata.

Arrivati al novantesimo minuto più recupero, fischiata la fine della partita veneziana, tentiamo qualche breve riflessione che suggelli quest’ottima annata. E voglio farlo qui da Roma, appena tornato nell’osservatorio privilegiato di una capitale oggi sofferente e caotica, ma sempre ammaliante nella sua strana luce che ti accoglie a braccia aperte. Ogni volta che torno a casa dopo un qualsiasi viaggio, sceso a Termini, mi viene in mente quella scena di Roma del maestro Fellini, quando il protagonista per la prima volta in vita sua scende nella stazione capitolina e viene letteralmente inglobato nel caos, diviene parte di un tutto, è sguardo tra gli altri sguardi. Roma è così, è casa per chiunque vi metta piede, è cinema per chiunque vi poggi lo sguardo. Ed è da qui che è giusto ripensare a ciò che è stata la Venezia 68 di questo 2011, che ha visto il film Faust del regista russo Alexandr Sokurov come trionfatore finale. Premessa: la speranza è che questi otto anni di direzione di Marco Müller non rimangano una lieta eccezione. Otto anni in cui la Mostra ha saputo svecchiarsi, ha saputo aprirsi ad ogni tipo di linguaggio cinematografico, ha saputo riportare al Lido i giovani giornalisti e gli studenti appassionati in campeggio, ha saputo sfidare sino all’ultimo i gusti delle vecchie e miopi firme della critica tradizionale. Ha avuto, insomma, il coraggio di proporre cinema senza nessuno steccato ideologico (chi mai nel tempio veneziano del cinema-arte avrebbe portato in concorso gente come Takashi Miike, Vincent Gallo, Tsui Hark, vecchi leoni maledetti come Friedkin e Garrel, o scoprire gemme preziosissime come Jia Zangh Ke, Kelly Reichards o Sion Sono?), sfidando l’istituzionale Cannes nella maniera più intelligente possibile: non certo sull’eco del glamour o dell’evento mediatico, ma su quello del cinema e della scoperta continua. Insomma, Venezia è diventata un laboratorio culturale aperto al mondo, capace incredibilmente di intercettarne i sussulti attraverso le immagini che esso produce. Ma ancora non si sa chi sostituirà l’attuale direttore (o se, si spera, rimarrà lui in sella), ancora non si sa quanto tempo avrà per organizzare la nuova Mostra del 2012, ancora non si sa niente di niente in questo Paese in ginocchio!

Sopra: Carnage di Roman Polanski.
L’unica speranza è che questo patrimonio evidentemente da preservare non venga disperso per ragioni che con il cinema non hanno niente a che fare. E, tornando al nostro 2011, Muller ha chiuso in grande: un concorso straordinario, apertosi con un solidissimo prodotto della Hollywood liberal che riecheggia una stagione gloriosa (quella dei Pakula e dei Lumet). Le Idi di Marzo del bravo Clooney è un film che si presenta sì come oggetto di modernariato iperrealista, ma è capace anche di parlare del suo/nostro presente americano come pochi in occidente oggi. Un concorso proseguito con pochissime delusioni (ahimè, come sempre arrivate soprattutto dal cinema italiano, ma non voglio unirmi al coro di chi in questi giorni ha sparato sulla croce rossa…) e tanti picchi: dai due maestri Cronenberg e Polanski, capaci di reinventarsi l’uno (impagabile opera dreyeriana A Dangerous Method, film nel quale Cronenberg scrosta tutto il cronenberghismo classico e fa mutare il suo cinema sul campo, nelle inquadrature e nei volti incastonati dei due padri del novecento) e confermarsi l’altro (Carnage è Polanski all’ennesima potenza!). Continuando con le lucenti gemme asiatiche: lo struggente Himizu di Sion Sono o il timido e caldissimo canto di vita Tao Jie della (finalmente tornata) grande Han Hui. E poi Ferrara e Friedkin di cui ho già parlato in precedenza, le conferme di Solondz e McQueen, per finire con il monumentale Faust del vincitore Sokurov. Chiusura della sua tetralogia sul potere, film che crea abissi di visione, umanità colta nel suo problema filosofico primigenio (il bene e il male) ma che rivendica la sua natura fortemente terrena. Un film dall’impatto visivo strabordante, fotografato come in una stanza degli specchi e denudato di fronte alla bellezza della Natura o del femminile Margherita. Forse il film meno emotivo dei quattro (Moloch, Taurus e Il Sole sconquassano lo stomaco ad ogni visione), ma sicuramente il più ambizioso e complesso. Leone d’oro quasi inevitabile.
E poi sezioni collaterali che grondano cinema e nuovi “orizzonti”: dalla riscoperta fortissima e salutare del documentario (Jonathan Demme, Michael Glawogger, Frederick Wiseman, Victor Kossakovski tanto per citare i primi che mi vengono in mente), al cinema estremo e necessario di Tsukamoto o del sorprendente James Franco di SAL. Proponendo omaggi a grandi del passato come Nicholas Ray e a dimenticati sperimentatori italiani come Grifi e i fratelli Garriba. E potrei continuare per pagine e pagine, ma l’unica certezza rimarrebbe sempre la straordinaria esperienza di vedere ogni giorno cinema a 360 gradi, immagini da ogni spazio e da ogni tempo che si rifiutano di essere solo presente e che si gettano fiduciose tra le braccia del futuro.

Sopra: Life Without Principle di Jhonnie To
Chiusura personale, il mio film del cuore di Venezia 68. Il mio Leone d’Oro va a Life Without Principle di Jhonnie To. Il film che non ti aspetti dal maestro del noir hongkonghese, qualcuno ha parlato di «definitivo film sulla globalizzazione finanziaria», ed è vero. Ma è anche molto, molto, molto di più. Un film che mescola come in un calderone vertiginoso riflessioni sul presente (e sull’immediato nostro futuro strutturato dalle crisi finanziarie); genere puro e sussulti cinefili (il nuovo noir non ha quasi più bisogno di pistole, sostituite dai numeri su uno schermo di un computer); regia consapevolissima che crea abissi lynchani alternati a divertenti divagazioni nel surreale mondo di Hong Kong. Jhonnie To insieme a Michael Mann è forse il più grande mettitore in scena vivente, ed io sono sprofondato nella poltrona l’ultimo giorno di Festival: quando To ha presentato il suo film, quando il cinema ha urlato di nuovo che non è morto e ed è più vivo di sempre!

Sopra: Faust di Sokurov.

Pietro Masciullo
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