Cinema, Tv e teatro: The Deuce, oltre il porno
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The Deuce, oltre il porno

Tra le serie più interessanti del 2017, un posto di primo piano (forse il posto di primo piano) lo occupa The Deuce, nuova produzione HBO, concepita e realizzata da David Simon (in collaborazione con George P. Pelecanos), la mente diabolica che alcuni anni fa ha ideato il fondamentale The Wire, un poliziesco che in Italia […]

29 Dic
2017
Cinema, Tv e teatro

Tra le serie più interessanti del 2017, un posto di primo piano (forse il posto di primo piano) lo occupa The Deuce, nuova produzione HBO, concepita e realizzata da David Simon (in collaborazione con George P. Pelecanos), la mente diabolica che alcuni anni fa ha ideato il fondamentale The Wire, un poliziesco che in Italia non è mai stato pienamente apprezzato.

Sarebbe interessante indagare i motivi di questo scarso successo di massa, dovuto forse a un eccessivo radicamento della trama nel suolo statunitense, in quella Baltimora senza speranza dove morì Edgar Allan Poe e dove si consuma una quantità di crimini superiore alla media nazionale, o dovuto forse alla gestione del tempo e del materiale: chi è abituato al modello di C.S.I., in cui l’indagine e la sua risoluzione si consumano nel breve volgere di quaranta minuti, poco o nulla ha a che spartire con il lavoro di McNulty e compagni, impegnati in un lavoro che nasce nella prima stagione e prosegue, in un giro di metamorfosi e ribaltamenti dei punti di vista, fino alla quinta e ultima (e sarebbe potuto andare avanti, nel vortice senza soluzione che fa scorrere gli eventi e li fa ripetere sempre uguali e sempre diversi — si veda la meravigliosa sequenza finale dell’ultima puntata).

 

 

Ma torniamo a The Deuce. Il fastidioso sottotitolo italiano del telefilm dice: La via del porno. Non che ci sia qualcosa di sbagliato: la pornografia è in effetti uno degli argomenti principali, ma rischia di costringere tutto dentro questo unico aspetto, sottovalutando gli altri punti di forza, su tutti la ricostruzione della dimensione urbana e criminale. The Deuce conferma la grande capacità di Simon di muoversi nelle viscere dei tessuti urbani, di restituire efficacemente le situazioni più dure senza edulcorarle, di scivolare negli angoli bui, notturni e sotterranei che scorrono sotto la fredda apparenza della città, sprofondando nelle tenebre della New York dei primi anni Settanta, di Manhattan in particolare. Non si tratta della città da cartolina conservata nelle foto dei turisti, né di quella suggestiva e altoborghese che si sveglia sulle note della Rapsodia in blu di Gershwin, come in Manhattan di Woody Allen: pur restando saldamente ancorati al centro della città, la zona dove si muovono i protagonisti brulica di prostitute, protettori, spacciatori, bar frequentati da elementi poco raccomandabili, mafiosi che controllano le attività locali e poliziotti corrotti. E questa zona è il Deuce, appunto, quel segmento della quarantaduesima strada limitato dalla settima e ottava avenue, vicino a Times Square e Broadway.

 

Il vero Deuce, 42esima strada, 1973, quando blaxploitation e porno coesistevano con Barbara Streisand. Fonte: NYC Nostalgia

 

Materialmente accanto agli spazi della cultura televisiva e teatrale, il Deuce è stato il luogo che ha visto la nascita di alcune subculture nascoste, quelle che chiamiamo trash, come il cinema d’exploitation che qualche anno fa fu omaggiato da Tarantino e Rodriguez col progetto Grindhouse. È qui che David Simon inquadra la nascita dell’industria del porno nell’East Coast, a stretto contatto con la severità di una strada carica di contraddizioni, criminalità e umanità, simile, con le dovute proporzioni, alle vie su cui corre il taxi di Travis Bickle.

Al di là quindi della pornografia, a colpire è sicuramente la riproduzione — precisa e dettagliata — di un mondo in cui la sopravvivenza non è così scontata, anche e soprattutto a causa dei difficili compromessi che si è costretti ad accettare pur di lavorare (Vincent, il barista italoamericano interpretato da James Franco, si mette in affari con un gruppo di mafiosi anche per ripagare i debiti dell’inaffidabile gemello, Frankie — sempre interpretato da James Franco; Eileen, in arte Candy, la prostituta a cui presta il volto Maggie Gyllenhaal, cerca di tirare avanti sul marciapiede senza affidarsi a un pappone, con tutti i rischi che comporta una scelta simile; più di una prostituta si è trasferita a New York dalla provincia con la speranza di migliorare la propria vita, ma l’unico sbocco che ha trovato è stato quello che porta al Deuce, alla faccia del sogno americano).

 

 

Una dimensione non lontana da quella già vista in The Wire: l’atmosfera è piuttosto cupa e si prediligono le ambientazioni notturne; la strada domina le inquadrature facendosi palcoscenico di contrasti, di lotte per la vita, di paradossi, con alcuni personaggi che tentano di scappare mentre altri, volenti o nolenti, restano incatenati ai propri luoghi. Anche lo scontro più evidente, quello tra poliziotti e criminali, in fondo non è altro che una guerra tra animali cresciuti nella stessa giungla, con tutte le contraddizioni cui sono sottoposti i singoli a causa del loro ruolo.

Nel passaggio che porta verso The Deuce, tuttavia, qualcosa è cambiato: sembra che Simon abbia voluto focalizzarsi ancora di più sul contesto e su come questo sia vissuto dai personaggi, scrollandosi di dosso certi obblighi legati al genere. Se The Wire è certamente inquadrabile sotto la voce “poliziesco” (con un uso degli ingredienti molto personale e originale), The Deuce evita con grande disinvoltura ogni etichetta. Non è fondamentale tanto lo sviluppo di un’indagine, o la semplice tensione verso la conclusione di qualcosa, quanto piuttosto l’evolversi delle situazioni personali, giorno dopo giorno, intorno a uno spazio e a un tempo ben precisi.

Un cambiamento che si riflette, non a caso, su un’altra costante narrativa di Simon: la coralità. McNulty, Bunk, Omar e gli altri protagonisti di Baltimora ruotano intorno a circostanze precise (le investigazioni, la droga, il porto, la scuola, le elezioni) incrociandosi tra di loro; quelli newyorkesi, invece, si sfiorano appena e seguono sentieri distinti: l’unico punto di contatto è il luogo, quanto si rifletta sugli atteggiamenti e quanto sia modificato dalle persone che vi gravitano. Il fattore esistenziale e la rappresentazione, ai limiti del documentario, della difficile vita delle persone ammassate sul Deuce, come se si andasse avanti a soggetto, prendono il sopravvento (con buona pace di chi ha il patologico bisogno di vedere il tradizionale sviluppo di qualcosa, fino allo scioglimento: qui non c’è niente da sciogliere o da risolvere). Tant’è che se anche non ci fosse una seconda stagione in calendario, la serie sarebbe comunque pienamente soddisfacente. Intendiamoci, la certezza di nuove puntate e l’idea di continuare a osservare le avventure di Vincent, Frankie e gli altri rende tutti molto felici.

Se l’idea era quella di scivolare dentro il cuore di tenebra della metropoli per eccellenza in un periodo in cui la nascita dell’industria pornografica impone una riflessione sul modo di rapportarsi al sesso e soprattutto alle immagini, allora l’obiettivo è stato già centrato; e per scelte stilistiche ed efficacia della rappresentazione, per tutto quello che è stato detto insomma, The Deuce merita certamente quel posto di primo piano nel 2017 di cui si parlava all’inizio.

 

 

Il porno, in quello scorcio di Novecento, rappresenta una reale possibilità di ascesa economica, l’unica opzione, in questo contesto, per cavalcare, forse paradossalmente, l’American Dream, e magari per ribaltare i rapporti lavorativi della strada. Le prime chiamate a recitare in questi film a basso costo sono le prostitute, che dopo un’iniziale diffidenza cominciano a vedere delle nuove, piccole speranze di guadagno senza dover affrontare i rischi della notte. Si scopre che le prime registrazioni dei film sono finte: viene allestito un set, c’è un uomo dietro una macchina da presa, ma non c’è pellicola per riprendere le scene, messe in piedi solo per un pubblico pagante (ecco la grande scoperta: la gente paga per guardare). A quell’altezza, la pornografia è ancora illegale nella Grande mela, contrariamente a quanto avviene in Europa, e gira in poche copie distribuite sottobanco o alleggerite dalle scene più scabrose, ma è solo questione di tempo perché le cose cambino, e una delle prime ad accorgersene è Candy.

 

 

Chi rischia di rimetterci sono i papponi che, tra i film e la sempre maggiore facilità tra le persone nello stringere rapporti occasionali, vedono a repentaglio il loro ruolo. Attenzione: non si tratta di facile retorica buonista, col cinema che salva le povere donzelle dalla crudeltà di chi le sfrutta, offrendo loro un modo più dignitoso di vivere; è semplicemente un passaggio industriale che porta alcune lavoratrici ad abbandonare un certo spazio per occuparne un altro affine. Prostituzione o pornografia, la “merce” in entrambi i mercati è il sesso. E in effetti, delle numerose scene di sesso che si consumano nelle otto puntate, davvero poche sono ispirate a una sincera passione tra due persone; più che altro si tratta di gesti meccanici, lavorativi appunto.

Siamo ancora lontani dall’invadenza e dalla moltiplicazione delle immagini (non solo pornografiche) dei nostri giorni, ma forse in quel periodo è possibile trovare un punto d’origine. Lo sdoganamento dei “film per adulti” e la rottura di certi tabù avvenuta nel decennio precedente hanno accelerato un certo modo di intendere il corpo, e quindi anche la possibilità di mettere in mostra filmati erotici. La novità è proprio questa: la gente non è solo disposta a pagare per avere del sesso, ma anche solo per guardarlo, per assistere a uno spettacolo audiovisivo. Il fascino e la potenza delle immagini raggiungono la vita intima, e a quel punto è facile pensare all’erotismo come a un mercato su larga scala che vada ben oltre la compravendita di rapporti. Un’innovazione non da poco. E guarda caso, una delle ultime sequenze riguarda la prima di Deep Throat, quasi a battezzare la nascita di una nuova epoca.

Ora non resta che aspettare la seconda stagione per capire dove andranno a sfociare le strade, le vite e le tante, tantissime circostanze che con incredibile equilibrio si sono intrecciate in queste prime otto puntate. Date le premesse, è lecito aspettarsi qualcosa di grande.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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