Dopo quattro anni di attesa, su Channel 4 è andata finalmente in onda la prima puntata di This is England ’90. La serie tv è l’ultima delle tre stagioni che hanno seguito il film di Shean Meadows del 2006 (ma uscito in Italia solo nel 2011), e che raccontano le vicende di un gruppo di giovani proletari, in una non meglio specificata provincia industriale dell’Inghilterra tatcheriana. Piccole – e spesso misere – storie di personaggi, che prendono posto all’interno di un contesto storico e culturale ben determinato e che ci vengono raccontate sotto la lente della sottocultura. In un fitto gioco di rimandi estetici e musicali – dallo Skinhead, al New Romantic, dal Punk, al Rave – This is England è la narrazione corale di un pezzo di Inghilterra che riflette su sé stessa; qualcosa a metà tra il saggio socio-politico, il manifesto controculturale e il racconto dello zio che ti fa contorcere le budella. Una volta asciugate le lacrime versate a fiumi dopo la prima puntata, è giunta l’ora di ragionare a mente fredda sui motivi per cui vale la pena seguire l’ultima stagione di This is England.
Street credibility, ovvero la “trueness”
In This is England esiste un principio di confusione tra finzione e realtà. A partire da Thomas Turgoose (Shaun), il ragazzino protagonista del film, che pare abbia partecipato all’audizione quasi casualmente e di cui seguiamo la crescita in questi circa dieci anni di carriera televisiva. Quasi tutti gli attori del cast (con qualche eccezione), stando a quanto dice Wikipedia, sembrano esser noti “soprattutto per aver lavorato con Shane Meadows” ed esistere quasi unicamente nell’universo narrativo di This is England. È facile intuire l’adesione forte tra gli interpreti e i caratteri interpretati o, per lo meno, una qualche vicinanza che li lega gli uni agli altri in maniera indissolubile. Tanto che, come dichiarato in un lungo articolo del Guardian, il gruppo degli attori si comporta in fondo come una famiglia. Questa continuità tra universo narrativo ed extra-narrativo è una delle motivazioni per cui ci piace This is England. Le permette di risultare autentica e di raggiungere l’intensità necessaria a darci l’impressione di trovarci in presenza di una qualche trueness, quell’ineffabile condizione necessaria senza la quale non si può parlare davvero di appartenenza allo spirito di una scena, ma solo di poser. La trueness diventa un filo conduttore dell’intero TiE, all’opera tanto nei sui contenuti che nei modi con cui viene messa in scena.
Forse è per questo che per la prima volta mi ritrovo a riflettere analiticamente su This is England. Come funziona, quali meccanismi utilizza; in questi anni da spettatrice non mi sono mai posta simili domande, come pure mi capita guardando altri filmo o serie tv. Con This is England credo di essermi semplicemente lasciata trasportare dal suo mondo e dai personaggi che lo abitano, e forse anche a causa di questo complicato mix di vero e finzionale. Tutto il mondo di TiE è costruito per risultare vivido e immediato, tutto pretende la tua adesione.
This is England è però anche una serie che riesce a viaggiare tra dimensioni diverse. Da un lato, una regia spesso emozionale, indugia nelle profondità dei caratteri dei personaggi; dall’altro l’insistenza sul tono didascalico e documentaristico, le immagini di repertorio, i dettagli dell’abbigliamento skinhead dei ragazzi. Da una parte la narrazione di vicende umane molto ristrette e particolare; dall’altra la loro iscrizione in un contesto socio-politico ampio.
Slittando continuamente tra questi piani, TiE riesce a farsi manifesto credibile delle sottoculture inglesi, senza cadere nel superficiale e nel posticcio.
Andare dal particolare all’universale, e ritorno.
In This is England molte sequenze sembrano esistere solo per sottolineare tutta una serie di riferimenti alla cultura skin: i ralenti sul gruppo abbigliato di tutto punto, la scena della rasatura di Shaun e Woody che gli regala la Ben Sherman, tutto il dialogo tra Combo e Milky sul significato dell’original.
Dall’altra parte niente di tutto questo risulta davvero didascalico, o posticcio. Soprattutto perché si viene a creare davvero un’intimità con i personaggi, la cui umanità – tenerezza, direi – arriva fortissima e autentica.
Rispetto ad altri film del genere, di quelli che vogliono ricostruire in modo puntuale un contesto storico e culturale, sembra non esserci quasi mai nulla di forzato, idealizzato o macchiettistico. Penso ad alti film “controculturali”, ad esempio Quadrophenia. Se in quel caso, l’“ansia” di farsi manifesto restituisce un quadro affascinante ma minimale di ciò che significava essere Mod, TiE, invece, accetta la sfida di voler raccontare fino in fondo la controcultura, attraverso una lente volumetrica e sfaccettata. Ne approfondisce le dinamiche, ne mostra le motivazioni socio-culturali, senza però dimenticare l’umanità che vi è implicata, raccontando da vicino delle storie.
Il manierismo dei dettagli è rimasto sullo sfondo rispetto all’attenzione nel raccontare quelle storie. E questo segna il vero punto di forza della serie, come del film: la capacità di mantenere alta una certa intensità seppur con alti e bassi.
È attraverso il livello umano delle storie che entriamo nella dimensione sottoculturale, non viceversa. È anche per questo che il discorso di This is England sugli skin risulta in fondo particolarmente esauriente e complesso. Ed è sempre per quello che, pur essendo una serie in cui l’Inghilterra riflette su sé stessa, riusciamo a entrare in quell’universo culturale senza difficoltà.

Si ride, si piange e alla fine ci si abbraccia pure
E in effetti il film, così come ogni puntata delle due stagioni, finiscono per essere dei cazzotti nello stomaco non indifferenti. Eppure, non è una serie che puoi definire solo drammatica.
Certo, le tonalità sono sempre molto accese, quelle che ti puoi aspettare dalle storie di un gruppo di provinciali nell’Inghilterra proletaria. Ma lo sguardo che le racconta è unico nel riuscire a farsi a tratti emotivo fino al patetico, e a tratti più distante, più ampio e complesso (nelle immagini di repertorio, nei momenti più didascalici). In ogni caso, però, non è mai uno sguardo freddo e chirurgico, ma sempre interessato, affettuoso, empatico, come di qualcuno che vuole capire e analizzare le motivazioni di ciò che vede, ma che al contempo vi partecipa. Lo sguardo di uno zio che osserva i nipoti cacciarsi nelle stesse situazioni da cui lui è riuscito ad uscire. È questa distanza interessata e affettuosa a creare quel registro emozionale ed empatico che, da spettatore, ti fa diventare amico intimo di Woody, Shaun e il resto della compa, ti rende partecipe alle vicende piccole di un piccolo gruppo inserito in un contesto piccolissimo, ma che allo stesso tempo le trascina su un piano più universale (o generale) di umanità, prendendoti lo stomaco e strizzandotelo senza pietà. E l’intimità con i personaggi è in fondo ciò che fa funzionare alla grande il passaggio tra formato-film e formato-serie, insieme al meccanismo di modulazione continua tra registro leggero e drammatico. Nel film, ad esempio, la prima parte simpatica ti fa ridacchiare di personaggi ridicoli ma teneri; da quando entra in scena Combo, invece, il clima cambia radicalmente e ti ritrovi a sprofondare su uno scivolo di pesantezza che, in prima battuta, non avresti certo sospettato. La scena del pestaggio di Milky è emblematica di questo meccanismo narrativo: la farsa si trasforma repentinamente in tragedia, senza per questo risultare forzata. Al contrario, tutta la situazione emotiva in cui i personaggi si trovano è estremamente credibile, messa in scena con lucidità, ma anche con quella concitazione e partecipazione patemica che, in pratica, ti stende.
Se il film è quasi spezzato a metà, nella serie questa possibilità di modulare le temperature risulta rafforzata, dal momento che i tempi narrativi sono dilatati: Meadows si può permettere di indugiare sulle sequenze leggere, così da rendere ancora più efficaci gli inserti drammatici, ma anche da farci divertire e riprendere il fiato. Forse, è questo che rende l’88 un po’ meno riuscita dell’86. Forse lì c’è un po’ troppa insistenza sul dramma e basta, dovuta anche al fatto che in fondo il personaggio più approfondito è Lol, e lei davvero non ti permette mai di uscire dalla tragedia.
Forse un po’ di MD è proprio quello che serve a rilassare la situa e a farcela prendere un po’ a bene.
Essere skinhead, spiegato bene
In Italia spesso la cultura skin, così come quella rave – forse quella rave ancora di più – sono cose davvero lontane e difficili da comprendere fino in fondo. Ad esempio, gli skin a casa mia sono sempre stati solo i naziskin, così come chi andava a ballare prendeva l’ecstasy e moriva, e spesso le due categorie coincidevano. This is England mi ha permesso, se non di scoprire, sicuramente di approfondire qualcosa che paradossalmente ci permea – la sottocultura, per quanto ci arrivi digerita sotto forma di moda – ma che, allo stesso tempo, ci è distante.
Mi chiedo, chi non ne sa niente di storia delle sottoculture urbane può apprezzare This is England? Insomma, ci piacerebbe lo stesso, se Smell non fosse vestita così fuori di testa o se non ci facesse venire l’irrazionalissimo desiderio di farci un Chelsea? Cioè, il suo valore aggiunto è che parla di skinhead oppure è possibile apprezzarlo al di là di questo? Ma soprattutto, perché Woody in ‘88 si ostina a tenere quel riportino del cazzo di lato?
Il bello di una serie come TiE sta ovviamente nell’offrirci ore e ore di un’estetica che ci affascina. Soprattutto per certo pubblico italiano, che ha sempre percepito questo tipo di culture più sotto il segno della derivazione, che della lontananza. Finiamo per incantarci di fronte a certe narrazioni proprio perché ci avvicinano in modo vivido universi culturali che negli anni giovanili ammiravamo da lontano. Presentano quell’originalità (la “trueness”) che ci è sempre sembrata irraggiungibile dalla nostra provincia italiana.
Il fatto che i personaggi siano tratteggiati in modo reale, profondo, che siano deboli e fragili come noi, alle prese con storie di vita vera, spiega il perché sia una serie che non solo piace, ma che fa innamorare. E l’autenticità ha a che fare anche qui con le sottoculture.
Di fatto è impossibile scindere le storie personali di questi personaggi dal loro essere proprio così. Aderire fedelmente a una sottocultura è già un tratto caratteriale. La decisione di orientare la propria vita, le proprie esperienze, i propri consumi culturali, il proprio aspetto secondo un credo, dice molto di te. Il disagio individuale che nasce da un contesto socio-culturale, di cui si ciba la sottocultura, è in fondo un tutt’uno con essa. Il desiderio di distinzione, ma anche il potere aggregativo, il senso forte di comunità dato dall’adesione a un “codice” rappresentano l’unica possibilità di salvezza nei confronti di una vita che altrimenti rischia di essere davvero misera.
In una delle prime puntate di This is England ‘86, c’è Lol che dice a Woody «io sono ancora una vera skinhead», come a dire «io sono ancora vera in quel modo lì», e secondo me questa è una delle chiavi di volta per capire l’evoluzione della loro relazione in quella serie (e in quelle future).
Riprendendo il paragone di prima con Quadrophenia, il fatto che in This is England i personaggi siano davvero caratteri lo rende uno spaccato di Inghilterra più efficace.
Quadrophenia è stato il film che ci ha insegnato cos’erano i Mods e perché non potevano essere amici di quelli con le moto e i giubbotti di pelle; l’intreccio narrativo amoroso che contiene ci ha tenuti incollati allo schermo lungo le quasi due ore di film ma, finite quelle, non lascia molto che possa essere legato ad una narrazione storico-sociale dell’Inghilterra di quegli anni.
Quadrophenia ci dice poco su cosa volesse dire avere 20 anni nell’Inghilterra Tatcheriana, sul crescere in provincia, sul branco che diventa famiglia.
Non era facile realizzare continui intrecci di storie personali e Storia (con la “S” maiuscola) che film e serie contengono, e proprio in questa riuscita sta il suo punto di forza.
Tutte le Storie hanno una colonna sonora
In This is England: le evoluzioni del gruppo, le crescite dei singoli personaggi, si compiono pari passo a quelle della scena. Tanto che la colonna sonora del film rappresenta quasi un apparato narrativo a sé stante.
Nel 1990, in Inghilterra, la Acid House e il Madchester Sound la fanno da padroni: hanno “vinto” contro il governo thatcheriano che ha cercato di reprimerne le manifestazioni collettive nei due anni precedenti e che, proprio nel ‘90, cade.
Molte delle culture punk/post punk e, appunto, skinhead sono state assorbite dall’evoluzione sonora guidata dalla Factory Records che, con l’apertura dell’Haçienda nel 1982, ha cavalcato la passione per il ballo degli inglesi consacrando una nuova forma di intrattenimento musicale: il clubbing.
Tra l’altro, o Meadows è particolarmente fortunato o è particolarmente furbo: This is England ‘90 esce in pieno revival Acid House, persino anticipando di qualche mese l’uscita di They Call it Acid, il documentario sulla scena Acid House ad opera di Gordon Mason.
Il percorso musicale di Meadows è coerente e attinente ai cambiamenti che la scena ha avuto lungo quei dieci anni.
Partiamo dal film: siamo nel 1983 e la colonna sonora è un manifesto perfetto della controcultura skinhead. Negli anni ‘80 lo “spirito del 69” (quindi gli ascolti più legati al rocksteady, al reggae e al soul, quando gli hard mod si mischiavano con i rude boys dando vita agli skinhead) ha già trovato la contaminazione del punk del decennio precedente, per cui di fianco alle pietre miliari di Toots & The Maytails, The Specials, Upsettes, troviamo lo street punk degli Uk Subs (oltre a degli episodi completamente cinematici, quindi funzionali alla narrazione, firmati Einaudi).
Tre anni più tardi, alla musica skinhead e mod (compaiono altre pietre miliari come i Jam, Desmond Dekker, i Madness) e ai padri del punk Buzzcocks, si aggiunge una componente post-punk e new romantic firmata The Smiths, e il cantautorato di protesta di Billy Bragg, come a voler marcare ancora di più una collocazione storico-politica della serie (Bragg ha preso spesso parte alla lotta contro il thatcherismo). Una linea temporale/tematica tra original skinhead, punk, post-punk e canzone inglese di protesta che si mantiene senza particolari variazioni anche in This is England ‘88.
Nel ‘90, però, questa linea narrativo-musicale ha un’impennata, e ci troviamo davanti al cambiamento musicale e stilistico più forte di tutta la serie.
Meadows sviluppa la storia del post punk di origine mancuniana: dalle ceneri dei Joy Division risorgono – sotto gli stimoli di Tony Wilson, direttore della Factory Recors – i New Order che, privi dello spleen e delle capacità di scrittura lirica di Ian Curtis, inseriscono una componente elettronica nella band. Le sonorità si fanno improvvisamente più allegre e quelli che prima erano i movimenti sconnessi del ballo inquietante di Curtis diventano ora inviti ad un’esperienza collettiva: è nata la musica elettronica.
https://youtu.be/XglLgpZDjaE?t=1m55s
Subito dopo, qualcuno pensa di unire pad e batterie elettroniche ad un tipo di rock alternativo già esistente, creando una formula che è stata unica e finora irripetibile, il Madchester Sound. Band come Happy Mondays, Stone Roses, Charlatans invadono Manchester (e tutta l’Inghilterra poi) di colori psichedelici e cappellini da pescatore, dando vita a quella che è passata alla storia come la seconda Summer of Love. Siamo tra il 1989 e il 1990 e all’ondata Madchester se ne unisce un’altra proveniente da Chicago dall’enorme portata innovativa, un’evoluzione della musica House e passata alla storia come Acid House. Come racconta Simon Reynolds in quella sorta di bibbia sull’argomento che è Energy Flash, la rabbia esaltata della working class si tramuta ora nell’esperienza allucinata e corale dei rave e dei free party, feste illegali e gratuite organizzate in spazi dismessi o nelle campagne, che si diffondo nei circuiti underground. Il desiderio di protesta e di sovversione si declina ora sotto una tinta più evasiva e leggera; il ritmo e il ballo si fanno canali materiali del potenziale aggregativo tipico di una controcultura, che si concretizza nella condivisione di un’esperienza corporea collettiva, potentissima, quasi mistica.
L’entusiasmo per questo nuovo modo di esperire la musica dal vivo trova un collante ed un amplificatore nell’MDMA, in piena diffusione all’epoca. Come hanno spiegato Nicky Holloway, un dj della scena, e Phil Hartnoll degli Orbital, «l’ecstasy e la musica vennero insieme. Era tutto parte di uno stesso pacchetto […]. Se ti guardi indietro nella storia, spesso nuove musiche sono associate con nuove droghe, è sempre stato così».
Tutto questo c’entra ovviamente con This is England ‘90 e con i nostri beniamini immaginari: se gli “adulti” del gruppo (Lol, Woody, Milky) sono stabili e forse più “centrati” sulla loro controcultura d’origine, è naturale che i più giovani (Gadget, Harvey, Kelly, Shaun) siano in qualche modo più “malleabili” e sensibili ai cambiamenti culturali dell’epoca. E allora, indossate salopette di jeans e maglie psichedeliche, eccoli diventare i protagonisti principali di questa ultima stagione di This is England e scatenarsi sui bpm nei rave di qualche campagna inglese.
Perché in fondo è la fine
La parabola di This is England quindi, almeno sulla carta, sembra essere del tutto coerente nel voler andare fino in fondo nel descrivere, e riflettere, sui percorsi carsici che sostanziano una storia, quella delle sottoculture, che ovviamente non si studia nelle scuole inglesi, che sta al lato della Storia, ma la marchia di suggestioni e atmosfere, attraverso le quali possiamo intuirne complessità e contraddizioni non sempre evidenti. Soprattutto per noi – così abituati a ridurre simili linguaggi a “moda” – è interessante seguire Shane Meadow in questa visita guidata nell’Inghilterra a cavallo tra ‘80 e ‘90, in cui ci mostra le continuità e le rotture che legano scene ed immaginari diversi, e come tutti confluiscano verso quella che possiamo probabilmente definire come l’ultima vera sottocultura propriamente detta. Dopo il rave, non esisteranno più grandi fenomeni di massa, riconoscibili e individuabili come delle vere ideologie. Passati gli anni ‘90, il mondo non sarà mai più lo stesso di prima. Prenderà le sembianze ipertestuali, iperdigitali, iperreali, iper-rapide in cui ci muoviamo oggi e in cui i linguaggi sottoculturali non sono che sguardi instabili, frammentari, sfaccettati sul mondo, in continua esplosione l’uno nell’altro. Non a caso Meadows nell’articolo apparso sul Guardian dichiara di aver immaginato fin dall’inizio la serie strutturata in tre parti: «Nonostante Shane Meadow non abbia mai pianificato di fare una serie TV dal suo film di maggior successo, una volta iniziato sapeva di voler arrivare ai ’90. Ebbe una visione di una sequenza iniziale in cui qualcuno metteva una pasticca di ecstasy sulla lingua di qualcun altro».
Nonostante a volte ecceda nell’enfasi delle sequenze drammatiche; nonostante lo schema narrativo che guida la struttura delle puntate si ripeta sempre un po’ identico a sé stesso; nonostante la sua formula magica rischi alla lunga di diventare prevedibile, è proprio in questa che stanno i motivi per i quali ritenere This is England una delle migliori serie di questi ultimi anni.