Torturati da Game of Thrones
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
10562
https://www.dudemag.it/cinema/torturati-da-game-of-thrones/

Torturati da Game of Thrones

Com’è possibile che la gente continui a seguirlo spasmodicamente, nonostante una recitazione e una sceneggiatura a tratti degne del peggior René Ferretti? Diamo un bel po’ di risposte.

Il racconto che funziona è quello che meglio riesce a giocare con le aspettative del fruitore. Non c’è nessuno che sembra conoscere meglio questa regola di George R.R. Martin e dei suoi sceneggiatori pazzi.

Secondo la nota metafora di Umberto Eco, il testo è una partita a scacchi, in cui autore e lettore si sfidano cercando di azzeccare ognuno le mosse dell’altro. E, certo, George R.R. Martin deve essere uno che la sportività ce l’ha proprio cucita nel cuore se – come solo i veri giocatori fanno – la partita se la gioca fino all’ultimo e senza sconti, al punto di non lasciar vincere mai il suo spettatore. Neanche quando, ormai alla conclusione della 4° stagione, lo sfiancato spettatore, più che un avversario, appare una vittima sacrificale destinata a scontare tutto il male dell’umanità.

Game of Thrones è quasi sicuramente la serie tv in cui muoiono più personaggi, e non personaggi qualsiasi, ma proprio i protagonisti. E non solo i protagonisti, ma proprio quelli pensati e architettati per diventare i beniamini del pubblico.

 

tumblr_n1kq3hbUI21qikmd9o1_500

 

Considerando che siamo ancora lontani dalla fine della saga, sorge il dubbio su come gli sceneggiatori intendano proseguire la vicenda.

Per farvi un’idea basta dare un’occhiata alla guida illustrata alle 456 morti di Games of Thrones, realizzata dal Washington Post.

 

Insieme alle vite, nel corso delle stagioni vengono inesorabilmente troncate tutte le linee narrative più accattivanti, con sbalzi di sceneggiatura degni del peggior René Ferretti. Le aspettative sulla trama vengono continuamente violentate e alla fine il Male vince sempre sul Bene. Detto questo rimane quasi da chiedersi come faccia, Game of Thrones, a mantenere un seguito così fedele.

 

Di autori sadici, che umiliano lo spettatore e lo violentano da ogni orifizio della ricezione, ce ne sono molti. Nessuno, però, riesce a spostare il confine che separa l’intrattenimento dalla tortura così come fanno George R.R. Martin e gli sceneggiatori di Game of thrones. Un equilibrio chimico – simile a quello delle patatine del McDonalds – nel quale, mentre alla fine della puntata ti riprometti di non guardare mai più nulla del genere, fuckin‘ asshole!!, sei già lì che smanetti sulla tastiera del pc per far caricare la successiva.

 

Torturarsi guardando spettatori torturati da George R. R. Martin. Un nuovo genere letterario.

 

Nonostante tutto questo, nonostante Robb sia morto, Ygritte pure e io non sappia più per chi tifare in questa serie di cadaveri, mi ritrovo scossa da spasmi di impazienza per l’imminente quinta stagione.

 

1° passo: costruire personaggi densi

Uno dei meccanismi che riesce a fare di una serie tv una dipendenza, è l’attenzione alla costruzione dei personaggi, da rendere sacchi di yuta zeppi di potenzialità narrativa.

In tutte le migliori Serie TV tutti i personaggi finiscono per porre enigmi allo spettatore, che continua ad interrrogarsi sulle loro motivazioni, sui loro gesti più impercettibili, su quelle espressioni dove l’inquadratura indugia più del solito. Tutte minuzie che permettono alla trama di farsi densa e di evolvere in modo interessante. Un gioco in cui lo spettatore non smette mai di imparare a conoscere il personaggio, e il colpo di scena è tale proprio perché irrompe nell’intimità creatasi tra il pubblico e il racconto.

In GOT questo succede, ma in aggiunta al gusto, molto ellenistico, per l’accumulazione degli intrecci, dei personaggi e delle peripezie. Le aspettative degli spettatori sono così moltiplicate, anche solo in senso quantitativo.

«Nessuno è soltanto bianco o soltanto nero. Siamo tutti cattivi ed eroici al tempo stesso. Quando in tv vedo un personaggio monocolore, che non rispetta la vera natura di un uomo, lascio subito perdere. Hbo questo lo ha capito sin dall’inizio, con la serie de Il Trono di spade», dichiara Martin in un’intervista su Wired. Quest’attenzione alle sfaccettature dei caratteri stride con quello che, in realtà, succede ai personaggi nella storia.

 

2° passo: trasformarli in buoni e cattivi

Più che di sfaccettatura, io parlerei di un serpeggiante manicheismo che anima la saga: esistono i follemente buoni (che a volte sbagliano) ed esistono i follemente cattivi (che a volte si comportano da umani), e anche se sotto punti di vista diversi, e a volte interscambiabili, è sempre possibile riconoscere le marche del bene e quelle del male.

Coloro che sono a metà, i personaggi davvero umani – vedi Sansa, Theon, Tyrion – sono quelli che se la vedono peggio, subendo continuamente i castighi spropositati di un destino che gli si accanisce irrazionalmente contro.

 

sansa-game-of-thrones

Stai fresca…

 

Molti personaggi, se non tutti, vivono un conflitto, che si riduce a una contraddizione tra valori e azioni, tra essere e fare: i buoni che agiscono male per troppa emotività (gli Stark); i cattivi che sono tali per il rispetto di rigidi codici morali (i Lannister); i cattivelli che finiscono per agire da buoni (il Mastino, Davos, Bronn), e cui spesso tocca una sorte ancor peggiore, o anche i buoni che si rivelano crudeli (Arya Stark).

Ci sono poi i “falsi”, quelli che agiscono bene o male a seconda del proprio interesse, sempre estremamente scaltri e attaccati ai propri fini. Insomma, sembra che l’importante sia fare una scelta, esser fedeli a qualcosa. Che sia la famiglia, l’onore o il proprio benessere non importa. Chi non ha molto chiaro da che parte stare sarà punito.

 

3° passo: rendere chiara l’evidenza

Il punto, quindi, è che le motivazioni dell’agire dei personaggi sono sempre evidenti: sappiamo sempre decifrare il perché delle cose che succedono, e la messa in scena non fa altro che indicarci lo sviluppo contestuale degli avvenimenti, che così è quasi sempre prevedibile. Quando una linea imbocca una certa strada, stai per certo che la seguirà fino in fondo e nella maniera più parossistica possibile. Tutto il contrario delle numerose inquadrature enigmatiche sullo sguardo inespressivo di Don Draper: non c’è davvero nessuno che vuole dirti cosa cavolo sta succedendo dentro quell’affascinante testone moro?

 

4° passo: infliggerti un trauma profondo e senza senso

Prendiamo il Red Wedding. La tragedia s’è presagita ormai già da qualche puntata: scene di sesso amoroso e appagante tra Robb e Talisa, una nuvola rosa di gattini che li segue ogni volta che compaiono sullo schermo. Lei incinta, lui sempre più cavaliere da ciclo arturiano e tutto il pubblico che, indiscriminatamente, chiede solo di poterlo incontrare nella vita reale. Sì, è vero, la guerra va male e quella rimbambita di Catelyn non capisce nulla di strategia militare, per cui qualcosa sospetti.

Ma c’è tutto un repertorio enciclopedico che rema contro e ti fa supporre: cavolo, è solo la terza stagione, non è che può succedere qualcosa di così tremendo. Non è che uno dei protagonisti può morire così, nel mezzo. Non è che una delle linee narrative principali può esaurirsi in una carneficina orribile durante un matrimonio. E invece sì, e anche molto peggio. Muoiono Robb, Talisa accoltellata alla pancia con dentro il futuro erede di Winterfell, muore Catelyn. Muore pure il metalupo, a cui poi staccano la testa cucendola sul cadevere di Robb. Tie’. E ora, dove te le metti le tue belle aspettative, ignenuo e romantico spettatore?

 

Per permettervi un ripassino che non urti la vostra sensibilità abbiamo scelto una versione coi pupazzetti.

 

5° passo: toglierti l’ultima dose mentre annaspi nell’umiliazione

Allora qui parte un’altra inferenza: che serie HBO è senza filone erotico-romantico? Questo s’è dileguato, quindi per forza di cose tra Jon Snow e la bruta Ygrette le cose funzioneranno. Quei due devono essere destinati a fare ancora faville. Tra l’altro, la presenza di Ygritte alimenta il conflitto interiore di Jon, sempre fuori posto, sempre figlio di nessuno, sempre così borioso che, mi raccomando, non lo invitate mai a cena.

Sì – ti convinci – è quella la storia giusta, quella che andrà avanti, che riscatterà la brutta morte di Robb. Peccato che sia soprattutto con i filoni romantici che George R. R. Martin si accanisce, a meno che non siano amori perversi e più o meno incestuosi. La vicenda Ygrette-Jon finisce ancora peggio, in termini di rilevanza narrativa, del Red Wedding: lei muore praticamente subito, poco dopo l’inizio dell’assalto del Popolo Libero al Castello Nero dei Guardiani della notte, e per di più – abile arcera – rimane uccisa dalla freccia del ragazzino random cui aveva ucciso i genitori (e sì che lo sapevi, ché quella scena già gridava: «vendetta!»).

Lo spannung della vicenda tra Jon eYgrette è lui che un po’ si commuove mentre la brucia sulla pira funebre. Bene. Bello. Interessante. Nemmeno la dignità di uno scontro risolutivo, all’ultimo sangue. No, morta così. Una freccia e via, il secondo tra i filoni romantici più appassionanti si conclude qui.

 

martin1

Ci siamo George, ti siamo dietro. Non capiamo un cazzo ma ci siamo.

 

E ancora, che il bello e lussorioso principe di Dorne uscisse sconfitto dal duello contro la Montagna, qualcuno poteva aver dubbi? Proprio il fatto che fosse così assurda la sua vittoria, oltre che auspicabile, era un indizio schiacciante che le cose dovessero finir male. Certo, così male, non se lo aspettava nessuno: la testa esplosa letteralmente sotto la forza del cattivissimo Sir Clegane, in un turbinio di sangue e materia grigia, sotto gli occhi impotenti dall’amata e dopo che era praticamente riuscito nell’impresa (qui però si è preso la sua sanguinosa rivincita). Per non dimenticare, poi, l’accanimento del bastardo di Lord Bolton contro Theon Grejoy, caso esemplare del detto «Al peggio non c’è mai fine».

 

theon1

E dai…

 

Regola aurea: Se qualcosa può andar male, quasi sicuramente andrà peggio

A questo punto hai capito il gioco. Tutto è estremamente coerente con se stesso, e tutto porta sempre a un orrore parossistico, in un universo in cui se qualcosa può andar male, quasi sicuramente andrà peggio. Lo sai, te lo aspetti e assisti ormai rassegnato, impassibile.

George R. R. Martin non ti sfida sul come della trama, ma sul quanto. Quanto fa schifo l’uomo, la storia, in definitiva anche quanto fa schifo lui, che queste cose riesca a immaginarle e a scriverle, mentre ride sguaiatamente sulla sua sedia da computer. E vince, perché in definitiva non fa che costruire dei nemici. È talmente abnorme la sproporzione con cui il brutto trionfa, e così insignificante, in confronto, il bello che riesce ancora ad affermarsi qua e là, che lo spettatore non può sentirsi coinvolto, non può sentirsi chiamato in causa: non si parla di lui, lui non ha nulla a che spartire con quelle nefandezze. Il Male è talmente portato all’estremo da risultare trasfigurato, inumano, estraneo.

Quella tra il pubblico e la storia diventa una vera e propria lotta, una guerra, esattamente come quelle che si avvicendano sullo schermo tra i personaggi. Tutte quelle battaglie tra i nemici di ogni sorta – in cui nulla può finire se non malissimo –, in fondo, non sono altro che lo strumento con cui ingaggiare una sanguinosa battaglia tra te, lo spettatore, e lui, Martin, nelle vesti del Racconto.

 

6° Passo: and again

Nel senso di sconfitta, di disfatta, in quelle ceneri delle aspettative che la visione di GOT ti lascia dentro, possono, così, sorgere due sentimenti complementari: quello di perversa volontà di vedere fino a dove può spingersi il limite della crudeltà e quello di dover continuare a sperare in un ribaltone, in una vendetta del Bene e del Bello sul Male e sull’Orrido, che si fa tanto più necessaria quanto più sangue e cervella abbiamo visto spargere nel corso della stagione. Perché a tutto questo non puoi credere. Qualcosa di bello bellissimo deve succedere; un lieto fine, da qualche parte, finalmente consolatorio, soddisfacente, che non può essere altro se non ai danni del Male: che la Giustizia trionfi facendo scempio dell’Ingiusto.

 daenerys

«Sometimes it is better to answer injustice with mercy. I will answer injustice with justice».

 

Come Daenerys sa, il bene necessita del male, ma devi prendere posizione. O complice o nemico. O sadico compagno che gode della totale irrazionalità del Male e che cerca solo di perseguire il proprio piacere, o rivale giurato di questa logica mostruosa, la cui sofferenza somiglia al destino necessario di cui l’eroe tragico deve farsi carico. Così che fai il tuo ingresso nella saga. Ci finisci dentro con tutte le scarpe. E ciò che è peggio, lo fai come uno di loro.

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude