Cinema, Tv e teatro: Un documentario racconterà la Bombay Beach Biennale
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Un documentario racconterà la Bombay Beach Biennale

C’è un lago prodotto da un errore umano che è il bacino idrico più grande di un intero stato. E che quasi nessuno conosce. C’è un’acqua così salata che ha fatto morire centinaia di specie di pesci. E poi ci sono due specie che invece, adattandosi, sono sopravvissute. Ci sono uccelli che migrando verso sud […]

C’è un lago prodotto da un errore umano che è il bacino idrico più grande di un intero stato. E che quasi nessuno conosce.

C’è un’acqua così salata che ha fatto morire centinaia di specie di pesci. E poi ci sono due specie che invece, adattandosi, sono sopravvissute.

Ci sono uccelli che migrando verso sud possono rifornirsi d’acqua solo grazie a questo lago, e così affrontare i chilometri di deserto che li aspettano.

C’è un paese, in mezzo a questo deserto, che non ha supermercato benzinaio o farmacia, ma ha un bar. E il bar si chiama Skiing bar perché negli anni ‘60 in quel paese, in quel paese in mezzo al deserto, si faceva sci d’acqua.

C’è un festival annuale di arte contemporanea che si chiama Biennale.

C’è Orfeo che, dopo esser disceso nell’Ade per recuperare la sua amata, Euridice, contravviene al volere degli dèi che gli avevano ordinato di non voltarsi mai e proprio alle porte dell’Ade, disgraziato, si volta. Euridice resta prigioniera nell’Ade e Orfeo, pazzo d’amore, muore. La sua testa di morto, raccontano i poeti, inizia a cantare.

Il punto di convergenza di queste storie è Elysian Fields, un documentario che sta realizzando Susanna della Sala, regista artista performativa e designer, e per finanziare il quale è stata lanciata una campagna di fundraising su Indiegogo.

 

 

Siamo a Bombay Beach, una cittadina costruita negli anni ‘50 sulle sponde del Salton Sea, in California. A un’ora da Palm Springs e dal Coachella, a tre da Los Angeles.

Nel 1904, mentre costruivano dighe sul Colorado, l’intero sistema irriguo dell’Imperial Valley si compromette e un’inondazione fluviale apocalittica invade il deserto. L’inondazione diventa lago e il lago diventa attrazione turistica. Negli anni ‘50 sulle sue sponde sorgono città: imprenditori e golfisti di Los Angeles comprano casa, arrivano anche i Beach Boys, si fa sci d’acqua.

Dopo un paio di decenni di splendore, si nota che nell’acqua si concentrano troppo sale e sostanze chimiche dall’agricoltura (non lontana, una monumentale impresa di ingegneria idraulica, l’Imperial Valley: 10.000 km2 di campi in una regione in cui piove all’incirca 76 mm di pioggia all’anno e la temperatura media è di 22 °C). A inizio anni ‘50, quindi, complice il clima desertico, il lago sta evaporando. I pesci muoiono, scompare la flora, si alza troppa polvere nell’aria. Di fronte al tappeto di pesci morti, i golfisti preferiscono tornare a Palm Springs e dagli anni ‘70 il miracolo di Salton Sea diventa maledizione.

 

 

A Bombay Beach, in particolare, restano solo in 200, di cui alcuni immigrati: siamo a pochi chilometri dalla frontiera con il Messico. Vivono tutti in roulotte o homemade house, container di lamiera nel deserto e sulle sponde di questo lago che evapora lasciando statue di sale.

 

 

Nel 2011 l’atmosfera surreale e anarchica di questo posto incontra Tao Ruspoli, fotografo filmmaker e musicista che si appassiona, ritorna, infine compra casa.

Dal 2016, Stefan Ashkenazy, Lily Johnson-White e Tao Ruspoli lanciano un festival di arte contemporanea che si definisce anarchico e surreale: è la Bombay Beach Biennale, ma annuale.

TAO RUSPOLI: «Esatto! Si chiama Biennale ma lo facciamo ogni anno. L’abbiamo chiamata così per restituire lo spirito surreale del posto e anche per prendere in giro l’arte contemporanea. Cosa c’è di più lontano da Venezia di questo posto? [ride] Quindi sì, è un festival militante in questo senso, anarchico al sistema. Ma non è solo il nostro spirito, è proprio lo spirito del luogo. Questo è un posto specifico, capisci cosa intendo? Noi vogliamo farlo vivere, fiorire. Stiamo costruendo un giardino proprio ora, ti faccio vedere.»

 

 

«Quest’anno siamo alla terza edizione, dopo un anno 0 di lancio. Ogni anno, all’incirca in primavera, vengono chiamati artisti internazionali per sviluppare opere d’arte, performance, installazioni site specific. Devono ispirarsi e riferirsi a questo posto. Mi dirai land art, ma non è solo questo, c’è anche una funzione sociale, un impegno: quest’arte che portiamo qui deve contribuire a nutrire il luogo. Per esempio, nella scorsa edizione abbiamo costruito l’Opera House e un cinema drive-in che sono rimasti qui e che gli abitanti hanno continuato a utilizzare anche dopo il festival. Noi vogliamo rendere giustizia a questo posto, farlo conoscere, soprattutto non farlo morire. Lo chiamano the dying sea, perché si sta esaurendo. È un posto che, ancora adesso, per tantissima gente non esiste.»

 

 

«Noi non vogliamo che sia un festival come tanti che fanno desert outsider art… come il Burning Man. A noi non interessa per niente, il nostro spirito è esattamente l’opposto. Il motto del Burning Man è leave no trace, noi siamo qui proprio to leave a trace

Bombay Beach Biennale edizione 2018 si terrà in primavera, ma le date sono segrete proprio perché vogliono creare un circuito, installare dispositivi di cui a beneficiare sia innanzitutto la comunità residente. Temono e vogliono evitare che Bombay Beach diventi — di nuovo — meta di quell’interesse turistico omogeneizzante. Come mi dice Tao, tutto in America è corporate. Mentre Bombay Beach è specifico.  

 

 

I paradossi di questo lago dolce che diventa salato, di queste flora e fauna che spariscono ma, selezionandosi, si sviluppano, della desolazione che diventa occasione di creazione, saranno raccolti e interpretati dal documentario di Susanna della Sala, che presto partirà per seguire e documentare la terza edizione della BBB.

DUDE: In questo progetto ci sono tre elementi: un luogo, una biennale, un film. Ognuno è occasione dell’altro, procedono l’uno dall’altro. Quindi partiamo dal primo, il luogo.

SUSANNA DELLA SALA: Assolutamente, il luogo è tutto. Il Salton Sea è un posto incredibile: quando Tao me ne ha parlato per la prima volta ci ho messo un po’ a capire, a rendermi conto. Ho dovuto guardare tantissime foto su Internet per capirlo, per renderlo reale…

E questa qualità del posto ha chiamato arte, creatività. Cosa può fare secondo te l’arte per un posto che è un relitto? Non c’è il rischio che se ne usi il potenziale e venga abbandonato? O, al contrario, che diventi addirittura troppo famoso e si snaturi?

Certo, il rischio c’è, ma l’impatto della Biennale sul posto è molto particolare. Stanno facendo un vero esperimento, qualcosa di innovativo e di molto concreto. Per capirci, la comunità di residenti partecipa attivamente: fanno town meetings in cui gli abitanti discutono con gli organizzatori il tema annuale della biennale. Quando hanno fatto il cinema drive-in la gente era fuori di testa! E ora quel cinema fa parte del paese, continuano ad andarci. E non hanno una farmacia, capisci. Quello che stanno facendo, lo stanno facendo artisti e residenti insieme. Questo è unico.

Quindi il tuo film: come e dove hai intenzione di posizionarti rispetto a questo luogo e questo evento? Come li racconterai? Li racconterai?

Dunque, le riprese cominciano tra poco, partiamo ora per seguire la terza edizione della Biennale. Siamo solo io e il mio DOP, Andrea di Pasquale, con il quale ho già lavorato al Dottore dei pesci, il mio ultimo cortometraggio. Troupe ridottissima per motivi di budget certo [ride], ma anche per il tipo di presenza che vogliamo sul luogo… è un posto talmente altro che in qualche modo vogliamo essere agili, pronti a tutto. Ci diamo carta bianca. Ovviamente ci sono delle idee che ci guideranno, una cifra che seguiremo, ma voglio lasciare che le cose vengano, voglio conoscere gli abitanti, utilizzare gli strumenti che già ci sono: quel posto è già pieno di dispositivi incredibili.

E no, non credo che racconterò in senso didascalico. Piuttosto metterò in mostra, rappresenterò, parlerò per simboli e pochissimo esplicito. Ci sarà molto ricorso al fantastico, al surreale, al mitologico.

Ecco quindi Elysian Fields: i campi elisi della mitologia greca nei quali le anime di coloro che erano amati dagli dèi trovavano ristoro dopo la morte. Più del paradiso cristiano, che è un luogo di pace, sono luogo di arti, musica, danza… È oltre la beatitudine, il sublime. È questa Bombay Beach Biennale?

È un po’ l’idea che voglio dare, sì. Questo posto fuori dal mondo dove si crea, si sperimenta, e anche si riflette su modelli alternativi: l’ambientalismo in quel posto è un tema dominante. Mostrare come questo posto di tragedia sia occasione di creazione. C’è così tanto di paradossale in questo luogo e nelle sue vicende. Per questo una delle poche cose che ho già scritto e che gli “imporrò” è un voice over, un narratore esterno. Cercherò un abitante che incarni Orfeo, il personaggio che nella mitologia greca rappresenta le arti. Sopravvive agli inferi, ma non alla pena d’amore e, morto, continua a cantare. Un po’ uno sciamano, anche. Il riemergere di Orfeo dagli inferi è il percorso di Bombay Beach: nascita, memoria, ferita, viaggio. Il fantastico e l’onirico sono il mio stile, ed è per questo che Tao mi ha chiamata, credo. Mi ha chiesto, fai parlare questo luogo.

Siete una produzione indipendente: avete deciso di lanciare una campagna di fundraising.
Sì, sulla piattaforma Indiegogo. Vogliamo davvero fare questo film, quindi abbiamo pensato di non aspettare fondi, non far passare il tempo, ma fare appello a chi crede nel nostro progetto, nella realtà di questo posto. Tra poche settimane siamo in viaggio!

Mentre Susanna della Sala scrive Orfeo, Tao Ruspoli coltiva il giardino, anche lui, anarchico e surreale: nel deserto, su una barca.

Per avere più informazioni sul progetto, e sostenerlo:

 

FACEBOOKfacebook.com/ElysianFields2018
INSTAGRAM: instagram.com/elysianfields_thefilm
TWITTER: twitter.com/Elysian_film?

 

E in primavera, su Dude Mag, aggiornamenti dalla Bombay Beach Biennale.

TAO RUSPOLI: «Lo so, siamo nel deserto ma qui la terra… come si dice in italiano, è molto carica di minerals.. fertile! Se tu gli dài l’acqua, le cose crescono benissimo!»

 

Francesca Sabatini
Francesca Sabatini
Nata a Napoli nel 1993, vive a Roma da allora. Si è laureata in Filosofia e si sta specializzando in Geografia Sociale. Appassionata di cammini, paesologia, esperienze estetiche dello spazio, derive e utilizzi psichedelici dell’urbano. Collabora con “Urban Photo Hunt”, di cui ha curato una stagione a Bordeaux. Ha girato corti sperimentali e short doc, di cui “Siete Qui” per e con Dude Mag. Si interessa di videoarte.
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