Dev’esserci un motivo se dallo scorso 31 dicembre, quando è uscita la notizia della morte di Edward Herrmann, alla base di ogni coccodrillo per un attore che ha vinto un Tony e un Emmy troviamo il suo ruolo in un teen drama finito otto lunghissimi anni fa. In parte potrebbe essere legato alla fase di revival di Gilmore girls, che ha preso piede da quando Netflix ha messo a disposizione degli utenti le sue sette stagioni, a ottobre: da allora, Buzzfeed pubblica un elenco di «15 cose di Gilmore girls che non sapevate» al giorno, i podcast che ne parlano si moltiplicano e scommetto che pagine Facebook tipo «Voglio vivere a Stars Hollow» stanno vedendo picchi di like vertiginosi. Gilmore girls è ufficialmente diventato la nuova frontiera del clickbait, un gradino sotto i gattini, i modi per far durare più a lungo la batteria dell’iPhone e Kim Kardashian. Tra le news che hanno tenuto banco, una piccola reunion per l’ATX TV Festival di giugno: Amy Sherman Palladino (creatrice della serie), Lauren Graham e Alexis Bledel (le eponime girls) sotto lo stesso tendone per la prima volta in otto lunghissimi anni. La Sherman ha rivelato più volte che la ragione per cui aveva abbandonato la nave era stata l’impossibilità di raggiungere un accordo con il network, ma alcune sue recenti dichiarazioni fanno pensare che oltre alla nostalgia per la sua personale âge d’or ci sia una vera e propria sindrome di Stoccolma: «I can’t wait to sit with these unbelievable broads and relive a time where sleep did not exist, where stress and coffee were mama’s little helpers, and where we all dove into the deep end together to make something weird and very, very cool». E come darle torto?
14 maggio 1998. Nell’ultimo episodio di Seinfeld, Jerry, George, Elaine e Kramer decidono di fare insieme un viaggio a Parigi prima che le loro strade si dividano, ma l’aereo ha un guasto e, in una svolta alla Lost prima di Lost, l’atterraggio di emergenza li porta nel loro personale purgatorio, una cittadina del New England dove saranno costretti a scontare la pena per i loro newyorkesissimi peccati. La cittadina in questione ricalca il classico stereotipo sul New England che abbiamo visto chissà quante altre volte in televisione, dalla fuga in Vermont di Vito Spatafore ai ricordi della casa nel roseto di Elliot Reid: un angolo d’America dove è sempre autunno, le strade sono pulite e tutti si conoscono per nome. Quella cittadina del New England era l’esatto opposto di New York e dello spirito di Seinfeld, che aveva sempre applicato il motto «no hugging, no learning», niente abbracci, niente lezioni di vita a fine puntata.
Due anni dopo, lo stesso set, lo stesso gazebo, diventano il centro della cittadina più newenglandese e a più alto tasso d’abbracci mai vista in tv: Stars Hollow.
Amy Sherman Palladino, lo spirito e i geni di un cabarettista newyorkese nel corpo di una Valley girl un po’ eccentrica, aveva appena venduto alla WB un’idea per la stagione 2000-2001: Coca Cola, Kellog’s e una decina di altri sponsor avevano stanziato un milione di dollari per promuovere il pilot di una serie per famiglie, qualcosa di intergenerazionale, e il concetto di «una madre e una figlia che sono migliori amiche» era perfetto. Ovviamente era solo un’idea buttata lì per accontentare il network e gli sponsor, ma adesso andava sviluppata, trasformata in sessanta pagine di copione e prodotta. Per divagarsi un po’, Amy va in Connecticut a visitare la casa di Mark Twain, ma oltre all’ispirazione per l’arredamento di casa propria, trova l’ambientazione giusta per il suo pilot durante il soggiorno nel Mayflower Inn di Washington Depot, villaggio di 3.500 anime a 30 minuti da Hartford. Saranno i colori dell’autunno, sarà la cordialità degli avventori, sarà il punch della miss Patty locale, il Woody Allen che è in Amy si scioglie come neve al tiepido sole del Connecticut. Con l’immaginaria cittadina di Stars Hollow e i suoi pittoreschi abitanti in mente, un paio di scene sono già complete di dialoghi nell’arco di una sera. È nato Gilmore girls, l’unica serie nella storia della tv in cui la geografia viene prima della storia.
Sul decorso dei sette anni di Gilmore girls esiste sostanzialmente una scuola di pensiero: le prime tre stagioni vincono a mani basse. Sì, lo stesso si può dire per quasi tutta la lunga serialità, ma in questo caso vale più che in altri. Per le prime tre stagioni seguiamo le vicende di Lorelai Gilmore (Lauren Graham), la madre single rimasta incinta a sedici anni, e Rory (Alexis Bledel), la figlia adolescente prodigio, nelle loro interazioni con i nonni, un paio di fidanzati a testa, qualche grana a scuola e a lavoro, innumerevoli concittadini bizzarri. I continui avvicinamenti e allontanamenti dai nonni di Rory, Emily e Richard (Kelly Bishop e Ed Herrmann), costituiscono l’ossatura di tutta la serie: l’incidente che mette in moto il racconto, la richiesta di un prestito per la prestigiosa scuola privata di Rory, da un lato costringe Lorelai a mettere da parte l’orgoglio e accettare l’invadente presenza dei genitori per la prima volta in quindici anni, dall’altro espone Rory all’aristocratico mondo della famiglia di sua madre, WASP dalla villa sfarzosa e il guardaroba impeccabile.
Nei primi anni, le subplot romantiche si dipanano moderatamente sottotraccia. Luke (Scott Patterson), perennemente accigliato proprietario della tavola calda di Stars Hollow, viene presto suggerito come partner ideale della caffeinomane Lorelai, ma gli autori mostrano un autocontrollo notevole e il will-they-won’t-they viene tenuto a bada per ben 87 episodi. Rory è polarizzata tra il più classico dei puppy love col fidanzatino perfetto, Dean (Jared Padalecki), e il nipote di Luke, l’altrettanto accigliato Jess (Milo Ventimiglia). I personaggi secondari si moltiplicano di settimana in settimana: c’è la migliore amica di Lorelai, Sookie (una Melissa McCarthy pre-Bridesmaids ma già molto portata per lo slapstick), lo spocchioso concièrge francese Michel, la migliore amica di Rory, Lane, Avventista del Settimo Giorno con cd e rossetti nascosti sotto il letto, l’ipercompetitiva compagna di classe, Paris, lo zelante amministratore cittadino, Taylor, le pettegole, Patty e Babette, e poi il libraio, il meccanico, il contadino, il fornaio… Per lo più, le prime stagioni raccontano storie minuscole, racchiuse nella durata di un episodio, invariabilmente basate sul piccolo mondo che circonda la madre e la figlia e invariabilmente riempite dai loro pindarici scambi verbali. Gli episodi migliori sono quelli in cui non succede assolutamente niente: Lorelai e Sookie organizzano un’uscita a quattro e non succede niente, Lane prende una cotta per un ragazzo dai capelli bellissimi e non succede niente, l’Independence Inn ospita un banchetto rinascimentale per tutta la cittadinanza e non succede niente. Quelli erano gli anni d’oro.
Con la quarta stagione sorge il problema contro cui prima o poi si scontrano tutti i teen drama: come la mettiamo dopo che i teen si sono diplomati? Brenda Walsh che torna in Minnesota, Dawson Leery che tenta di superare i suoi traumi in California e Seth Cohen che fa tira e molla col Rhode Island sono solo alcuni dei disastri prodotti dalla necessità di mandare al college i protagonisti delle serie adolescenziali. I cast si dividono, le ambientazioni si moltiplicano, legnosissime scene al telefono occupano sempre troppo spazio. Le Gilmore non fanno eccezione.
Quando Rory va a Yale, le caratteristiche scene «madre e figlia guardano film sul divano mangiando schifezze e dicendo cretinate» oppure «madre e figlia passeggiano bevendo caffè e incontrando personaggi bizzarri» si riducono drasticamente. Va dato merito agli autori per aver saputo integrare il problema nella narrazione, ma al tempo stesso rimane imperdonabile il modo in cui si è cercato di risolverlo semplicemente aumentando il livello di drama. Improvvisamente, Lorelai e Rory sono sempre più definite dalle loro scelte sentimentali. A voler cercare una giustificazione, c’è l’esigenza di garantire il rinnovo della serie, e quale modo migliore di un bel cliffhanger ricco di pathos e di archi narrativi lasciati in sospeso? Giusto. E se è stato necessario rimettere insieme Rory e Dean per avere la quinta stagione, un piccolo rinascimento per gli anni finali della serie, allora va bene, digeriamo anche il ritorno di Rory e Dean. Ma ogni minuto dedicato a complotti, intrighi e dilemmi viene sottratto ai piccoli momenti che avevano fatto diventare Gilmore girls qualcosa di completamente eccentrico nel panorama televisivo contemporaneo. Insomma, la magia si era spezzata.
Il de profundis gilmoriano arriva, come quasi sempre accade, con l’ultima stagione. Le circostanze, però, sono delle peggiori. A dicembre della sesta stagione Amy Sherman Palladino chiede al network un rinnovo di contratto biennale e un ampliamento della batteria di sceneggiatori. Il network fa scena muta per qualche mese, finché ad aprile Amy si dà per vinta e comunica ufficialmente l’addio alla serie da lei creata. E, nell’ultima di una lunga lista di analogie con il lavoro di Aaron Sorkin, se ne va col botto. Secondo una teoria molto accreditata, l’introduzione del personaggio di April, figlia perduta di Luke, è una bomba a orologeria finalizzata a distruggere dall’interno il piccolo mondo pazientemente creato nei precedenti cinque anni e mezzo. Comunque sia, l’ultimo episodio scritto da Amy, con cui si chiude la sesta stagione, trasuda amarezza da ogni fotogramma e lascia al successore David S. Rosenthal un bel casino da ripulire. Rosenthal, armato delle migliori intenzioni, porta quel casino alle estreme conseguenze. E per quanto ammirevole, lo zelo filologico della settima stagione non ottiene i risultati sperati: pur lasciando invariati gli ingredienti del successo della serie, non riesce a replicare l’impronta autoriale che l’aveva guidata episodio dopo episodio per sei anni. Esattamente come il nuovo marito di Lorelai viene a malapena tollerato dai cittadini di Stars Hollow, il nuovo showrunner ha poche speranze di conquistare il cuore dei suoi milioni di osservatori, o di convincere gli alti papaveri del network. Col bon voyage a Rory, laureata e in procinto di seguire Obama nella sua campagna elettorale per il 2008, salutiamo anche Lorelai e Luke, frettolosamente riconciliati, e cerchiamo di dimenticare i fattacci dell’ultima annata. Amy Sherman Palladino diceva da tempo di sapere le quattro parole con cui avrebbe voluto terminare la serie; otto anni dopo, i giornalisti ancora gliele chiedono, ma lei non cede, magari nel dubbio che possano tornarle utili, magari per un film o uno speciale tv, o magari solo per ripicca.
Una mamma per amica potrà anche essere una traduzione convenientemente didascalica dell’idea di base, «una madre e una figlia che sono migliori amiche», ma il contesto in cui sono nate le prime scene del pilot segnerà indelebilmente il DNA della serie. Stars Hollow è destinata a diventare un po’ una terza Gilmore girl, la preferita di tutti. Nei sette anni passati insieme, ci arrabbiamo decine di volte con Lorelai e Rory per scelte di vita e di vestiario molto spesso discutibili, ma non c’è niente che possa interrompere la luna di miele con Stars Hollow. Stars Hollow è nel primo taglio della sigla ed è la prima cosa che vediamo nel pilot. Stars Hollow ha una colonna sonora di la-la-la perfettamente adattabili a ogni sfumatura emotiva del momento e un menestrello ufficiale.
A Stars Hollow le zucche crescono tutto l’anno e ci sono dodici negozi che vendono esclusivamente unicorni di porcellana. A Stars Hollow la cittadinanza si riunisce ogni settimana per discutere proposte e problemi, l’installazione di un semaforo è un evento e il nemico pubblico numero uno è un cerbiatto che rovina le aiuole. A Stars Hollow tutte le bambine prendono lezioni di danza classica e tutti gli adulti rendono omaggio alla veglia funebre di un gatto. Stars Hollow è la provincia americana descritta da David Lynch (non a caso citato più volte nei dialoghi), al netto degli orrori del suo squallido ventre molle. Stars Hollow è la sede di innumerevoli eventi tradizionali tra cui il carnevale, la ricostruzione storica della Battaglia di Stars Hollow, il falò dei padri fondatori, il giorno della marmotta, il festival dei quadri viventi, il Purim, la festa di San Patrizio, la caccia alle uova, l’asta dei cestini, la follia di fine estate, la maratona di ballo, la raccolta fondi per il Ringraziamento e la processione di Natale. È dove Lorelai ha scelto di vivere ed è un luogo che dice tutto del personaggio, del suo bisogno di indipendenza dai genitori (ciao, Independence Inn!) e del suo desiderio di una seconda casa e di una enorme famiglia d’adozione, più accogliente e comprensiva di quella di appartenenza. Il contrasto tra le due famiglie delle Gilmore è messo in scena più che mai nei passaggi repentini dal colorato mondo provinciale al grigio della casa paterna. Le cene del venerdì sera contrappongono lo stile di vita WASP all’ambientazione di Stars Hollow, tanto dal punto di vista narrativo quanto da quello visivo: lunghe sequenze walk-and-talk in esterni contro inquadrature fisse, molto appropriatamente d’ispirazione teatrale, luce naturale contro illuminazione artificiale, energia contro immobilismo. Il conflitto tra Lorelai e i genitori parla della parabola di qualunque adolescente insofferente, ma anche del tentativo di emancipazione da un modello di società fortemente paternalista, sbandierando in modo più o meno obliquo le convinzioni femministe della Sherman.
Le cene del venerdì sera ci regalano anche i dialoghi più memorabili di tutta la serie, il che è dir molto, sempre considerando i paragoni col lavoro di Aaron Sorkin. Amy Sherman Palladino ha iniziato come staff writer di Roseanne (Pappa e ciccia) alla scuola di Chuck Lorre, maestro indiscusso della sit-com di poche pretese, ma quando deve ammettere i propri debiti, parla sempre del ruolo seminale della stand up comedy, di Mel Brooks e delle commedie anni ’30 con Spencer Tracy e Katharine Hepburn. E in effetti Lorelai non è altro che una Katharine Hepburn cresciuta negli anni ’80. Il ritmo impossibile del dialogo e la quantità di riferimenti pop sono diventati leggendari. Si dice che i copioni fossero sistematicamente lunghi un terzo più di qualunque altra serie da 42 minuti e che metà delle volte gli attori non avessero idea di cosa stessero recitando.

Le recensioni parlavano con un certo sarcasmo di questi dialoghi impossibili tra una donna di scarsi risultati accademici e un’adolescente, chiamando in causa ogni settimana l’argomento di conversazione più assurdo o il riferimento all’attualità politica più oscuro. Ma la verità è che l’accumulo di citazioni non persegue solo l’effetto comico dato dalla battuta divertente o dalla caratterizzazione buffa del personaggio. Mentre in Community Abed fa una quantità assolutamente gilmoriana di riferimenti a film e serie televisive, ma trova quasi sempre un interlocutore sordo o che fatica a seguirlo, rimarcando il suo status di nerd, la sua diagnosi di autismo e il suo ruolo di metanarratore, in Gilmore girls la cultura pop è un linguaggio condiviso, sebbene in diverse misure, da tutti i personaggi della serie. Anzi, il livello di condivisione del linguaggio pop è proporzionale alla vicinanza emotiva tra i personaggi: più i riferimenti culturali sono compresi e condivisi tra due personaggi, maggiore è l’importanza del rapporto che li unisce.
La cultura pop di Lorelai e quella di Rory combaciano perfettamente: il ridotto gap generazionale aiuta, ma a testimoniare come le due protagoniste siano fondamentalmente cresciute insieme c’è anche questa simbiosi d’interessi e di gusti. Scoprire che Michel è un fan di Celine Dion, che Richard ascolta Chuck Berry o che Emily adora i musical, rende questi personaggi più comprensibili per le protagoniste e più umani per gli spettatori, ormai avvezzi alla logica delle affinità culturali: scoprire che anche il personaggio più arcigno ha delle passioni frivole aiuta ad attivare l’empatia anche quando sembra impossibile. E questa logica è più o meno lo standard unico attraverso il quale Rory sembra basare le sue scelte sentimentali dal pilot in poi.
– God. You’re like Ruth Gordon just standing there with the tannis root. Make a noise.
– Rosemary’s Baby. That’s a great movie, you’ve got good taste.
Il primo fidanzato di Rory, Dean, passerà alla storia come uno spilungone geloso e di scarse letture, ma è interessante come, invece, fosse stato inizialmente caratterizzato quale appassionato di cinema, ed è proprio questo, quando coglie quell’improbabile riferimento a Rosemary’s Baby durante il loro primo incontro, a renderlo appetibile agli occhi della piccola Rory. Quando poi rivela di essersi sentito attratto da lei per l’incredibile concentrazione con cui leggeva Moby Dick, si garantisce circa tre anni di affetto e attenzioni esclusive (quasi), facendo danni irreparabili per l’educazione sentimentale di migliaia di giovani secchione in tutto il mondo.
– Good night, Dodger.
– Dodger?
– Figure it out.
– Oliver Twist.

Il secondo fidanzato di Rory, Jess, viene presentato come il classico bad boy della tv per famiglie: marina la scuola, fuma, beve birra, compie piccoli furti. Niente di particolarmente eccitante. Uno dei piccoli furti, però, è fatale: è la prima sera di Jess a Stars Hollow e, invitato a cena a casa di Lorelai, dà un’occhiata alla libreria di Rory. Nota Howl di Allen Ginsberg, inizia a sfogliarlo, la dolce Rory glielo offre in prestito, lui rifiuta. Un paio di giorni dopo, Jess e Rory si incontrano per strada e lui le restituisce Howl, pieno di note a margine, visto che era un libro che aveva letto circa quaranta volte. Lei lo mette alla prova con un riferimento a un autore classico, lui azzecca senza esitazione. Dean non ha più speranza.
– Master and Commander.
– The movie?
– No, that’s what I want you to call me from now on.
Il terzo fidanzato, Logan, rappresenta lo stadio successivo della vita di Rory: è l’erede di un impero editoriale ed è il classico ragazzino privilegiato che Rory ha sempre accuratamente evitato, col benestare di Lorelai e per la disperazione dei nonni. Con lui, invece, Rory comincia a godersi la vita universitaria, ad andare per feste e a partecipare alle attività di una specie di confraternita particolarmente snob. Il loro primo incontro è il classico battibecco austeniano in cui a una disparità di potere economico corrisponde un’iniziale, apparentemente incolmabile, distanza emotiva. A colmarla, invece, sarà proprio la cultura di master Logan, che si farà strada nel cuore di Rory a colpi di Hemingway e New York Times (e viaggi e attici e borse di Hermès).
Lo spazio dato negli ultimi anni ai fidanzati di Rory e l’emittente di provenienza tendono a preconfezionare l’etichetta di teen drama: la WB, divenuta CW nel 2006, è la nave madre da cui hanno preso il largo Dawson’s Creek, Roswell, Smallville, One Tree Hill, The O.C., Gossip Girl, i sequel di Beverly Hills 90210 e di Melrose Place, The Vampire Diaries e il prequel adolescenziale di Sex and the City. Tuttavia, il fatto che il termine con cui Gilmore girls viene definito più spesso sia dramedy depone a favore di una collocazione più benevola, o perlomeno più incerta.
A differenza di qualunque teen drama, ha per protagonista una madre trentenne. A differenza delle comedy più ibride, quelle di HBO, da Girls a Louie, propone personaggi gradevoli e non distrugge qualunque voglia di vivere. Evidentemente la missione affidata alla WB da Coca Cola, Kellog’s e soci ha colto nel segno. Il network col target demografico più ristretto riesce in un colpo solo a creare una serie di culto e ad allargare il suo pubblico includendo spettatori di ogni età e genere. Messo alle strette, oggi, qualunque venti/trentenne ammetterà di esser stato costretto a vederne almeno qualche episodio, perché in un’epoca monopiattaforma, pre-Torrent e (ironicamente) pre-Netflix, se c’era una cosa su cui l’adolescente media non era disposta a transigere era l’appuntamento con Stars Hollow. A testimoniarlo c’è proprio il revival di questi mesi.
Uno dei fenomeni più bizzarri collegati allo sbarco delle Gilmore su Netflix è il podcast Gilmore Guys: A Gilmore Girls Stars Hollowcast, che nei tre mesi dall’inizio delle trasmissioni è arrivato nella Top20 Comedy di iTunes (l’unico altro podcast ad argomento televisivo in classifica si occupa, sorprendentemente, di Golden girls – Cuori senza età). I guys del titolo sono due esperti di cose che strappano click: Kevin Porter è l’autore dei Sorkinisms, montaggi che mettono insieme le autocitazioni o gli autoplagi del vecchio Aaron, Demi Adejuyigbe posta cose buffe su Vine. Uno ha seguito Gilmore girls per tutta la sua adolescenza, l’altro ricorda di averne guardato qualche spezzone facendo zapping da bambino. Spesso hanno per ospiti altri comici della scena losangelina, uomini e donne, molti dei quali alle prime armi con la serie. Non si tratta di un omaggio all’oggetto di adorazione di tutta una vita o di un progetto sviluppato all’interno di una comunità di fan, ma di un’opera di critica messa giù con tanta ironia e un occhio al counter delle visualizzazioni. I due guys divertono e si divertono commentando le trame degli episodi e l’abbigliamento dei personaggi, scegliendo le battute migliori e sviscerando i riferimenti culturali più improbabili, canticchiando la sigla e immaginando un reboot per adulti.
Nell’eterogenea audience della serie c’è sempre stata una solida componente maschile, ma se un tempo le giustificazioni di rito tiravano in ballo l’interesse per la teen e la milf, oggi si fa uno sforzo critico in più. Il taglio maschile dato al programma è particolarmente evidente quando si creano dinamiche di contrattazione del significato che cercano di bilanciare la forte femminilità di Gilmore girls: ovvero, si sconfina spesso nei territori dell’hate-watch e del guilty pleasure. Ma anche così, è un bell’esperimento. Perché non solo, come misurato dal Bechdel test, i personaggi femminili creati da Amy Sherman Palladino hanno un livello di complessità raro, da cui la tv per ragazze degli ultimi quindici anni avrebbe dovuto trarre insegnamento. Ho anche l’impressione che dietro l’etichetta del guilty pleasure ci potrebbe essere un esercito di spettatori occasionali storditi dal passo forsennato del dialogo, disorientati dalla pioggia di riferimenti a Sylvia Plath, frastornati dalle variazioni sul la-la-la, sul punto di mettere in discussione ogni certezza e prorompere in un Where You Lead, I Will Follow al ritornello della sigla, come se non ci fosse un domani o una dignità. Ed Herrmann sarebbe orgoglioso di loro.







