Una delle caratteristiche delle nuove generazioni sembra essere l’attitudine a ridurre in brandelli fenomeni culturali (film che diventano immagini, libri che si fanno citazioni…) e adattarli alle proprie necessità ed esperienze.
Nel cinema questa abitudine si è tradotta nel successo di registi come Wes Anderson (The Royal Tenenbaums, 2001; Grand Budapest Hotel, 2014) o Richard Linklater (Boyhood, 2014), ma a che prezzo? Se il secondo ha vissuto un momento di grande fama pop con l’hype del periodo pre-oscar, il primo è ormai entrato in pianta stabile nell’immaginario collettivo, diventando famoso più per gli outfit dei suoi personaggi che per il suo cinema. Se volessimo cercare la causa di questo fenomeno potremmo trovarla nella pigrizia di alcuni spettatori, che preferiscono ridurre ore di film a semplici screenshot con cui arredare la propria bacheca facebook.
Hotel Chevalier, Wes Anderson (2007)
È ovvio che per far sì che un’operazione del genere possa riuscire è necessario che gli artisti in questione parlino lo stesso linguaggio delle attuali generazioni e che, in un certo modo, ne facciano parte.
Esiste però un modo per eludere questo problema, anzi, esiste un uomo che l’ha eluso, diventando non solo parte della generazione, ma osservatore e narratore di questa. Sto parlando di Noah Baumbach. Studiando la filmografia del regista americano, prendendo in considerazione i suoi quattro film più famosi (Kicking and Screaming, The Squid and the Whale, Greenberg e Frances Ha), troviamo un filo rosso che accomuna tutti i suoi lavori, ed è quello di saper osservare e raccontare.
https://www.youtube.com/watch?v=f_Je0qYWdRo
The Squid and the Whale, Noah Baumbach (2005)
Nel portare sullo schermo le sue storie, Baumbach parte da una base narrativa personale, da racconti di vita vissuta declinati in maniera impersonale (tanto da ostinarsi a dire che Frances Ha ha poco a che fare con la sua compagna Greta Gerwig) e resi manifesti universali. In The Squid and the Whale Baumbach ci ha portato nel divorzio dei suoi genitori, raccontandoci con un occhio maturo il conflitto tra adulti ed adolescenti (qualcosa visto anche in Rushmore, per tornare su Wes Anderson); in Kicking and Screaming abbiamo vissuto i dubbi e le illusioni dei giovani dopo il diploma; fino ad arrivare allo scontro con la gioventù visto in Greenberg e in Frances Ha e che, adesso, prosegue in While We’re Young.
While We’re Young, Noah Baumbach (2015)
Dall’innocenza alla depressione
Tracciando una linea immaginaria che divide a metà le opere di Baumbach, molto probabilmente, troveremmo ai due opposti Kicking and Screaming e Greenberg. Il primo, esordio dietro la macchina da presa per il regista americano, racconta la vita di un gruppo di studenti dopo il diploma, in un intreccio di paure e speranze per il futuro, di coppie che scoppiano perché qualcuno decide di andare a studiare a Praga (pare che negli anni ’90 andasse forte) e di chi cerca di mettere in piedi un progetto di vita.

Kicking and Screaming, Noah Baumbach (1995)
Questa “linea verde” è proseguita con Frances Ha, dove Baumbach ha voluto spostare il focus su quel momento della vita in cui cominciano ad emergere delle responsabilità, quando il “periodo sabbatico” è finito. Proprio in merito alla differenza tra le due pellicole il regista ha detto «Una volta usciti fuori dal college c’è ancora una sorta di periodo di grazia. Poi ancora bere come quando eri al college—o quantomeno pensi di poterlo fare. Sei ancora in contatto con amicizie destinate a perdersi perché avete solo in comune gli anni del college. Questo è il tipo di tensione che caratterizza i personaggi di Kicking and Screaming perché stanno per fare un passo al di là del confine—o forse dovrei dire al di qua—dal momento che cercano di rimanere nel contesto liceale per evitare qualunque tipo di cambiamento. Con Frances il passaggio è avvenuto».

Frances Ha, Noah Baumbach (2012)
La Frances di Greta Gerwig, dopo aver fatto un passo in avanti verso il periodo successivo al post-graduation, ha però deciso di nascondersi, di scappare dalle proprie responsabilità, cercando di rimanere il più a lungo possibile in un limbo post adolescenziale. In Greenberg il ragionamento arriva agli estremi, rappresentando il peso delle responsabilità che ci schiaccia fino a comprimerci. È proprio qui che risiede la cifra di Noah Baumbach, nella sua capacità di essere parte delle proprie pellicole riuscendo comunque a rimanerne un narratore esterno, sfruttando le proprie esperienze di vita come base per delle narrazioni declinate a proprio piacimento.
Greenberg, Noah Baumbach (2010)
«Not evil, just young»
L’ultimo lungometraggio di Noah Baumbach è una commedia più o meno romantica con un’ambizione mainstream tra le righe forte tanto quanto un’altra ambizione: definire il ritratto di due generazioni, quella dei quarantenni di oggi contro quella dei ventenni, due mondi che il regista fa collidere dopo averli sapientemente dipinti con una precisione di dettagli che non può non farsi ricondurre – come suo solito – a una diretta esperienza autobiografica.

L’idea per While we’re young sarebbe in effetti da ricondursi alla relazione del regista con l’attrice Greta Gerwig, già protagonista del precedente Francis Ha.
I primi passi nella storia si muovono sullo schermo nero che fa da sfondo a un dialogo tratto da un’opera di Ibsen, Il costruttore Solness, storia di un imprenditore di successo che alla fine della sua carriera si trova a essere profondamente infelice e insoddisfatto. Il suo modo di guardare ai giovani in ascesa è di sospetto, invidia, diffidenza. Le battute scelte da Baumbach riportano la scena in cui Solness è invitato da Hilde, giovanissima amante, ad aprire le porte alla nuova generazione. Che cosa mai potrebbe accadere? Non si tratta del demonio, «non siamo cattivi, solamente giovani».
L’atmosfera da commedia romantica si tinge di inquietudine. Il dialogo scelto da Baumbach ha qualcosa di faustiano che resterà costante per tutta la durata del film.
Ben Stiller è Josh, documentarista a metà della sua carriera, non più emergente promessa, ma a forte rischio di diventare promessa non mantenuta. Il suo documentario di sei ore e mezza riguardo la situazione politica della minoranza turca in America è giudicato dal suocero e produttore «un lavoro di sette ore troppo lungo». La compagna, Cornelia, condivide la scelta di non avere figli, ma quando tutti gli amici della coppia iniziano a cedere ai rispettivi orologi biologici, i due cominciano a sentirsi tagliati fuori. Durante una conferenza che Josh tiene per finanziare il suo documentario, sul quale lavora ormai da otto anni, come a una infinita tela di Penelope, un giovane fan gli si avvicina per stringergli la mano. Jamie, il personaggio di Adam Driver è caricato di tutti gli stereotipi fisici e attitudinali che caratterizzano oggi la figura dell’hipster: le braccia e le mani ricoperte di tatuaggi (rose, velieri, cuori disegnati male sulle dita), cappelli a ogni ora del giorno e jeans superskinny, passione per l’analogico, il vintage, il cibo biologico, la bici a scatto fisso come mezzo di trasporto per le strade di Brooklyn/Harlem, una fidanzata che produce gelati artigianali dai gusti improbabili. Jamie ha a sua volta ambizioni da documentarista. Ben presto la frequetazione tra le due coppie si trasforma in un confronto serrato fra mondi differenti: da un lato quello dei quarantenni che devono fare i conti con quello che hanno o non hanno ottenuto dalla vita, dall’altro quello dei ventenni affamati di ambizione che fanno i conti con quello che vogliono ottenere.

Jamie racconta a Josh del suo progetto, aprire un account facebook e andare a intervistare tutte le persone da cui riceve richieste di amicizia. Un modo per trasportare la verità fuori dallo schermo, dice. Il personaggio di Stiller è affascinato dall’iniziativa e decide di collaborare, ma più i due passano del tempo insieme, più i rapporti si modificano tra i due in termini di influenze: non è più il giovane a guardare al maestro, ma il maestro, Josh/Stiller che in modo inquietante prende le sembianze di un hipster. La ricerca della verità nel documentario è ricerca dell’identità anche dei due personaggi in quanto artisti. Tutto questo fa attrito con l’atteggiamento costruito e premeditato con cui in particolare il giovane Jamie progetta la propria immagine e quella del suo maestro.
Una scena destinata alla citazione è la sequenza in cui Baumbach mostra diversi momenti della vita quotidiana delle due coppie: Ben Stiller/Naomi Watts a casa, a letto davanti alla tv con i loro device, leggono il giornale dall’iPad e ascoltano musica in mp3 scorrendo con le dita sullo schermo dello smartphone. Adam Driver/Amanda Seyfried siedono invece sul divano vintage del loro open space ad Harlem, guardano una vecchia VHS e ascoltano musica dal vinile.
Prima di un importante colloquio il ragazzo fa ascoltare a Josh dalle cuffie The Eye of the Tiger. «Questa canzone era considerata spazzatura appena è uscita», dice lui. E in effetti quello che lo colpisce di più dell’allievo ventenne è questa sua capacità di mescolare indistintamente cultura alta con cultura bassa. È qui che Baumbach tenta la definizione di una generazione, quella dei ventenni hipster per i quali il concetto di cultura combacia con quello di fruizione in generale, curiosità tanto vaga quanto però pluralista e indiscriminata.
Non è un ritratto positivo quello che resta sulla tela alla fine della pellicola. Sconfitti tanto i giovani quanto gli adulti, chi dalla propria ambizione chi dalla reticenza ad affrontare se stessi e le proprie responsabilità. È una corsa all’autenticità che resta tradita dall’idea che ciascun personaggio ha di ciò che vorrebbe essere. Ci si costruisce, piuttosto che diventare, sembra dire Baumbach in una commedia che è stata forse capace di raccontare cultura underground e differenze generazionali molto meglio di come avrebbe fatto un documentario.