“Youth” di Sorrentino è un film che analizza il talento
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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“Youth” di Sorrentino è un film che analizza il talento

“Youth” non è un film sulla vecchiaia, o almeno, non principalmente.

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MIC

Quando entro in luoghi pubblici come treni, biblioteche, cinema, o sale d’attesa di vario genere, ho una spiccata attitudine nel sedermi vicino a persone malate. Più mi sforzo di evitarli e più mi ritrovo circondato da colpi di tosse, starnuti e nasi soffiati.

Sono andato a vedere Youth di Paolo Sorrentino, e stavolta la mia attitudine non ha giocato alcun ruolo, semplicemente perché in sala c’erano esclusivamente vecchi affaticati e cagionevoli, con i loro bastoni e i loro fazzoletti usati. E allora ho pensato alla scena iniziale di Holy Motors quando Carax rompe la parete della sua stanza ritrovandosi all’interno della sala: lì il pubblico viene introdotto letteralmente nel film, nel mio caso il film stava invadendo la mia vita reale. Ho pensato anche che Sorrentino potesse essere talmente psicopatico e maniacale da pagare un numero infinito di comparse ultraottantenni per dirottarle a tutte le proiezioni del suo film, tutti i giorni in tutte le sale di tutte le città di tutto il mondo, affinché l’esperienza dello spettatore potesse essere più fisica e autentica. Ma poi mi sono reso conto che forse stavo esagerando e che c’erano un sacco di vecchi e basta.

Tutta colpa delle opinioni sbrigative di chi ha descritto questo film come un film sulla vecchiaia. E in effetti c’era già stato un anziano a importunarmi sulla prima pagina di Repubblica con un editoriale frivolo, stantio e fuori luogo – per stessa ammissione dell’autore. L’incipit dell’articolo sembra preso da un sussidiario delle elementari: «Al festival cinematografico di Cannes concorrono quest’anno tre film italiani, uno di Garrone intitolato Il racconto dei racconti, un altro di Moretti con Margherita Buy che si chiama Mia madre e l’altro di Sorrentino che viene proiettato proprio oggi […] e si intitola La giovinezza» e questo dimostra che Scalfari non sia assolutamente al corrente del fatto che esiste internet e che non si parla d’altro da due mesi.

Per inciso, è una grottesca coincidenza che nello stesso film ci sia una frase tragicamente calzante: «Gli intellettuali non hanno gusto». E infatti quello di Scalfari (che tra l’altro ne ha approfittato per annunciare l’uscita del suo prossimo libro) è solo l’ultimo esempio della spasmodica e nociva abitudine di accaparrarsi quei pochissimi prodotti culturali decenti e di ampia fruizione per il pubblico italiano, da parte di quella specie di “male minore intellettuale”, il cui habitat naturale è il salotto di Fazio, un male minore che si crogiola per nulla, è costretto a farlo per giustificare la propria stessa esistenza, sta immobile e enfatizza risultati minimi che non portano a nulla se non ad alimentare un provincialismo che per esempio mi impedisce di vedere la maggior parte dei film in lingua originale – come avrei fortemente voluto per Youth (anche se in realtà in questo caso la distribuzione del film in lingua originale è stata impedita dalla casa di distribuzione per questioni di pirateria) – preferendo battute demenziali sul pessimo inglese di Sorrentino.

In ogni caso, checché ne dica Scalfari, Youth non è un film sulla vecchiaia, o almeno, non principalmente. Il concetto dell’età che avanza è talmente palese e macroscopico da diventare marginale e sterile, inoltre – se si tralasciano un paio di dialoghi (un po’ retorici) sulla differente visione del futuro tra giovani e anziani – il tema viene solo rappresentato di tanto in tanto, in maniera simbolica, con scene ripetute in cui i due venerandi protagonisti camminano in salita, mentre incrociano bambini e ragazzi che scendono rapidi. Per il resto, non si percepisce affatto l’affanno di una fine annunciata e inesorabile che si avvicina, come accade in Melancholia (con il quale però ho notato, o voluto notare, delle similitudini nella fotografia e nei paesaggi); e non è nemmeno vero che il tema della vecchiaia viene affrontato in modo così determinato e sensibile come per esempio accade in Amour, il recente gioiello di Michael Haneke.

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Il film è ambientato in un lussuoso centro benessere in Svizzera, nel quale alloggiano i due protagonisti principali. Il celebre compositore Fred Ballinger (Michael Caine), ritiratosi dalle scene e corteggiato dallo staff della regina Elisabetta per dirigere un concerto a Buckingham Palace, e il suo amico di sempre oltreché cognato, Mick Boyle (Harvey Keitel), un regista che assieme a una troupe di sceneggiatori sta scrivendo il suo ultimo film. Attorno a loro rotea la figlia di Ballinger, Leda, che è stata piantata dal marito, interpretata da una Rachel Weisz magnifica, perfetta nel suo ruolo e talmente tanto bella che sarebbe giusto soffermarsi per tutto il resto dell’articolo solo su questo. E poi c’è quella faccia (un po’ da babbeo) di Paul Dano, nei panni di un attore californiano che dovrebbe svolgere la parte del trentenne un po’ maledetto e un po’ intelligente, ma che rimane ben lontano dal riuscirci.

Come per La grande bellezza, l’estrazione sociale dei personaggi è piuttosto elevata, laddove non è addirittura aristocratica. In Youth però non c’è spazio per la decadenza e la volgarità dei celebri festini sull’attico: al contrario, regna una sostanziale tranquillità e pacatezza di modi che definirei autentica e priva di messaggi subliminali o doppi sensi. Si tratta di persone ricche che vivono la loro noiosa e pacata vacanza da ricchi, ci sono marito e moglie che non parlano tra loro e poi finiscono a scopare nel bosco dopo anni, raggiungendo orgasmi quasi ultra-sensoriali, c’è l’intrattenimento serale tipicamente posticcio e tutto procede secondo la norma senza che ci sia niente di male in questo e senza che vengano espressi o indotti giudizi di sorta a riguardo.

Perché il filo conduttore è un altro: il talento. Sorrentino ha messo tutti i personaggi sotto il comune denominatore del rapporto con il proprio talento, l’ossessione che questo venga smarrito o che non sia mai esistito, la paura di comprometterlo, che venga dimenticato dagli altri o resti inespresso.

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Il talento che appassisce: Maradona – che in una scena fantastica palleggia con una palla da tennis – ci tiene a specificare di essere mancino anche se gli fanno notare che «tutto il mondo lo sa»; il talento che imprigiona: Miss Universo si batte contro i pregiudizi di chi la reputa solo bella ma stupida, ma che in fin dei conti non può sfuggire alla propria natura ed è costretta ad arrendersi al proprio aspetto; Leda, che è preda delle proprie insicurezze sulla sua bravura a letto e decide di sedurre un alpinista un po’ sfigato pur di sentirsi appagata; l’attore californiano che si esercita per affinare le proprie capacità e dimostrare il suo vero talento per togliersi di dosso l’eterno ritorno di una sua vecchia interpretazione; infine Mick Boyle, assillato dalla sceneggiatura e Fred Ballinger che il suo enorme talento ha deciso di inibirlo.

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Nella contrapposizione tra i due c’è così tanto Kierkegaard e Schopenhauer che potrei impazzire. Ed è nell’imbuto del loro bivio esistenziale – due scelte diverse con cui sconfiggere il tempo – che Sorrentino dirotta la trama. Boyle cerca di rallentare il tempo tentando di riscattare la propria carriera, ma – ammesso che ne abbia mai avuto – vede il proprio talento corroso e sfiorito, e questa consapevolezza lo porta alla disperazione e al suicidio. Per il filosofo di Danzica il suicido è un modo per affermare la volontà di vivere, dunque niente di più sbagliato per giungere alla noluntas, quel salvifico annullamento della volontà, raggiungibile attraverso l’arte e la musica in particolare, che esprime “l’intima essenza”.

Al centro della vita di Ballinger c’è proprio la musica: «l’unica cosa che capisco perché non c’è bisogno di parole e esperienza, la musica c’è». Qui di talento ce n’è eccome ma è venuta a mancare una componente fondamentale: l’amore. Perciò Ballinger ha scelto di affrontare il tempo con passività, ma per quanto venga descritto come arido e apatico, sorprende tutti rifiutando l’invito della regina perché quelle canzoni semplici erano «solo per mia moglie», perché sono state composte «quando amavo» e «finché sarò in vita non saranno cantate da altri». E certe promesse non si infrangono, salvo rare eccezioni, come un amico che si è ammazzato, e che tragicamente funge da sacrificio per scuotere un’anima assopita, oppure per rinnovare un amore per la moglie, che ha preso forme diverse ma ha mantenuto intatta l’intensità.

A proposito di musica, la colonna sonora del film è degna di nota: oltre alla ricca parte di musica classica fatta di preludi e sinfonie di Stravinsky, Debussy tra gli altri, e oltre all’aspetto pop-trash come la cover di You’ve got the love dei Florence & the Machine o Can’t rely on you di Paloma Faith (che appare in un cammeo), ci sono un paio di pezzi di Marc Kozelek, Sun Kil Moon e Bill Calahan con le loro ballate acustiche e una bellissima Dirty hair di David Byrne.

Forse sono particolarmente positivo oggi. Sta di fatto che per lunghi tratti Youth mi sembrava diretto da una specie di Lars Von Trier uscito da dieci anni di riabilitazione, sobrio e senza turbe mentali—sebbene permangano degli aspetti che non riesco a digerire, come quelle maledette inquadrature fisse e simmetriche in stile Wes Anderson, oppure quella specie di ironia balbettata à la Woody Allen, nella quale sgomma sovente Ballinger.

In ogni caso, Sorrentino ha fatto un film che mi è piaciuto, dall’inizio alla fine, con annessi pianterelli e sguardi solidali con i suddetti vecchi in sala, con i quali mi è toccato stringere un legame emotivo per le due ore e un quarto di durata del film. Che comunque sono ancora una volta troppo. Se in This must be the place c’era solo da alzarsi e andarsene via di corsa dopo mezz’ora, e se ho imparato ad accettare il finale (i mille finali) nel quale si dilata La Grande Bellezza, sforzandomi di pensare che fosse una splendida metafora della Roma irrisoluta e sconclusionata, su Youth si poteva fare a meno di una buona parte dei quaranta minuti finali. Il regista napoletano non perde il vizio di rimanere a giocare in piscina fino all’ultimo, quando ormai fa freddo e non è più divertente.

Del resto, stando a quante volte ho cambiato opinione su La grande bellezza, e memore di una certa indolenza atavica nei confronti del cinema di Sorrentino, domani potrei pentirmi di qualsiasi giudizio. In tutti questi anni non sono riuscito a formulare un’idea chiara su di lui. Innanzitutto è difficile collocarlo in un filone generazionale ben definito, se non quello dei “quasi cinquantenni e neo-cinquantenni” come Garrone, Virzì e Luchetti, che comunque spesso vengono scambiati ancora per registi giovani. Un gruppo che, oltre a essere una specie di ibrido dalle caratteristiche un po’ sbiadite, si porta appresso un fardello, un’ansia da prestazione derivata dalla generazione precedente fatta di grandi cineasti dei quali è difficile eguagliare i successi.

Sorrentino, come tutti gli altri, appare schiacciato tra questo passato e un futuro pieno di giovani che scalcia ma che per il momento rimane relegato al piccolissimo pubblico e alle cosiddette nicchie.

Fino a qualche tempo fa alcune piccole cadute di stile, il retrogusto pacchiano di certe sue scene, il citazionismo spesso e volentieri spicciolo, certi piani sequenza eccessivamente estrosi e affettati o alcuni stacchi senza capo né coda, riuscivo a sopportarli solo perché giustificati da un percorso di ricerca e di assestamento di stile. Dopo La grande bellezza questo non era più possibile. Sorrentino ha definitivamente oltrepassato la china e che lo si voglia o no, va annoverato tra i grandi registi dai quali ci si aspetta sempre qualcosa in più, o meglio, ci si aspetta meno ambiguità.

È proprio per questo che ho apprezzato Youth, nel quale sembra esserci una reazione e una analisi intelligente sulle aspettative, assieme a tutte le ansie postume alla vittoria dell’Oscar, probabilmente l’apice della carriera di un regista, soprattutto se straniero. Perciò più che l’inesorabile avanzare dell’età, l’obiettivo sembra mettere a fuoco il timore di allontanarsi dalla propria apoteosi senza poter far nulla per bloccare questo processo, il terrore di veder sbiadire un successo o di doversi confermare, giustificare, sorprendere a tutti i costi. «Sforzi immani per risultati modesti» dicono a un certo punto i protagonisti parlando della memoria e di quanto certe gesta vengano inevitabilmente dimenticate in fretta. Verosimilmente non era facile mettersi al lavoro dopo La grande bellezza, porre fine ufficialmente a qualcosa che ha ottenuto dei risultati eccezionali dando inizio a qualcosa di nuovo con tutti i dubbi sulla buona riuscita che porta e a Sorrentino va dato il merito di esserci riuscito e di averlo fatto in un modo intelligente.

C’è un’altra frase significativa: «nessuno si sente mai davvero all’altezza, quindi è inutile preoccuparsi». Una frase che suona come la chiave di volta per ricongiungere il regista che ha appena fatto i conti con se stesso in una nuova fase e il suo film. Quella contro il tempo o contro l’oblio è una vittoria impossibile, tanto vale non occuparsene e lasciare che le cose vadano da sé. Certo, a pronunciarla è una bambina e con questo forse Sorrentino vuole giustificarne l’ingenuità. Ma potrebbe anche essere un piccolo slancio atarattico con il quale il regista ha aperto un nuovo capitolo della sua carriera.

Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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