Letteratura: 10 cose su Murakami che potete rivendervi agli aperitivi
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10 cose su Murakami che potete rivendervi agli aperitivi

Immaginate adesso di trovarvi ad un aperitivo e che arrivi il classico momento in cui la conversazione si sposta sulla letteratura giapponese. Voi, però, leggete soltanto i premi Nobel e di conseguenza su Murakami vi trovate impreparati. Come fare?

21 Ott
2019
Letteratura

Sta per finire un altro anno senza che Murakami abbia vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Quasi in ogni edizione il nome del più instagrammato degli scrittori è nella lista dei candidati, ma poi il premio va sempre a qualcun altro. Una maledizione che nemmeno Di Caprio con gli Oscar, la Juve con la Champions o la sinistra con le elezioni. 

Murakami non ce l’ha fatta nemmeno quest’anno, nonostante le condizioni fossero quasi irripetibili. Si assegnavano infatti due Nobel per la Letteratura: non solo quello del 2019, ma anche quello dell’anno precedente, ancora vacante per via di un caso di molestie sessuali che nel 2018 aveva coinvolto l’Accademia Svedese, l’organizzazione che seleziona i vincitori. Murakami era, come al solito, tra i candidati, ma i due premi sono andati ad Olga Tokarczuk e a Peter Handke. Due riconoscimenti strameritati — non c’è che dire — che perlomeno attenuano il mio dispiacere per la mancata vittoria di Murakami. Ma questo soltanto perché non avevo la più pallida idea di chi fossero Olga Tokarczuk e Peter Handke e pertanto non posso giudicare. A dirla proprio tutta, dei 23 scrittori presi in considerazione dai bookmaker inglesi, ne conoscevo, con mia grande vergogna, solo quattro. E di uno (Kundera) non ho potuto fare a meno di pensare: ma veramente è ancora vivo? 

Immaginate adesso di trovarvi ad un aperitivo e che arrivi il classico momento in cui la conversazione si sposta sulla letteratura giapponese. Voi, però, leggete soltanto i premi Nobel e di conseguenza su Murakami vi trovate impreparati. Come fare? Dude Mag vi viene in soccorso. Eccovi 10 chicche da sfoggiare davanti a una bottiglia di sakè per salvare la serata e non fare brutte figure.

1. Iniziamo con lo svelare un’amara verità: Murakami non vincerà mai il Premio Nobel. Non è questione di complotti o macchinazioni varie. Semplicemente, alla base dell’assegnazione del Nobel ci sono spesso dei criteri “geografici” che mirano a evitare vittorie ravvicinate di scrittori di uno stesso paese. Non è una legge, ma solitamente l’alternanza tra connazionali è di circa vent’anni (per l’Italia i tempi dovrebbero essere maturi, visto che l’ultimo nostro vincitore è stato Dario Fo nel 1997 — ci manca giusto lo scrittore che potrebbe vincerlo). Per tutta questa serie di ragioni, Murakami può soltanto sperare che l’Accademia non consideri come giapponese Kazuo Ishiguro, che in Giappone ha vissuto solo fino all’età di 6 anni e che ha vinto il premio nel 2017. Oppure di essere ancora vivo nel 2040, ipotesi non impossibile per un atleta come lui.

2. Non c’è conversazione su Murakami che si rispetti senza che venga citato Norwegian Wood, cioè il suo libro più famoso. La seconda chicca che potete giocarvi all’aperitivo è che Norwegian Wood è il libro ideale per approcciare Murakami, ma anche il libro meno adatto per capirlo. Nel senso che Norwegian Wood è una bella storia, che però non c’entra niente con tutte le altre di Murakami. Ci sono pur sempre alcuni dei suoi tratti tipici: una storia d’amore impossibile, l’aleggiare di lutti e malattie, un’indecifrabile senso di nostalgia che pervade tutto il romanzo. Ma mancano quelle atmosfere oniriche e surreali che sono invece il marchio di fabbrica di Murakami e che talvolta possono spiazzare anche i lettori che avevano adorato la magia e il romanticismo di Norwegian Wood

3. Anche se di solito si comincia con Norwegian Wood, il mio primo incontro con Murakami è stato attraverso un altro libro, intitolato Uomini senza donne. Tendo a preferire i racconti ai romanzi — ecco un’altra ottima frase per un aperitivo: «Tendo a preferire i racconti ai romanzi», scegliete voi cosa sorseggiarci sopra — e per questo decisi di iniziare il mio viaggio nel mondo di Murakami da questo suo libro di racconti. Sono sette storie raccontate da altrettanti uomini che hanno in qualche modo perso la loro donna. Anche qui, neanche a dirlo, un crescendo di malinconia come se piovesse. Fino all’ultimo racconto, il più introspettivo, in cui tutto il talento di Murakami viene fuori nell’intima confessione del protagonista: 

«Un giorno all’improvviso diventi uno dei tanti uomini che non hanno una donna. Quel giorno viene di colpo a farti visita senza che tu ne abbia il minimo presentimento, senza il minimo preavviso, senza annunciarsi bussando o schiarendosi la gola. Svolti l’angolo, e ti accorgi che ormai sei arrivato lì. Ma non puoi più tornare indietro. Una volta girato l’angolo, quello diventa il tuo solo, unico mondo. E quel mondo lo chiami “uomini senza donne”. Sì, con un plurale di gelo infinito.»

4. La vera forza di Murakami è tutta qui: nel suo stile di scrittura unico. Murakami è diventato uno degli scrittori più affermati e venduti al mondo non per l’originalità delle sue storie né per una prosa particolarmente elegante. Il suo è un modo di scrivere scolastico, quasi banale, che ti fa esprimere, come di fronte a un’opera d’arte moderna: ma questo saprei farlo anch’io! Ma è anche un modo di scrivere inconfondibile, che ti fa capire subito che quel libro è di Murakami. E poi, banale non significa povero di contenuti, anzi. Come ha dichiarato Antonietta Pastore, la traduttrice che ha reso in italiano una buona parte delle opere di Murakami, «La semplicità stilistica è un tramite per affrontare profondi temi esistenziali: il rimpianto per il “perduto”, la ricerca di sé nell’assurdità di un’esistenza alienata, l’attrazione per l’aspetto magico e misterioso del mondo». Murakami rende tutto questo con uno stile magari elementare ma suo, riconoscibile, che non si trova in nessun altro scrittore. E questa è la sua vera forza.

5. Oltre che per il suo stile, i libri di Murakami sono inconfondibili per la ricorrenza di alcuni temi. A cominciare dai gatti, di cui Murakami è innamorato e che in alcune opere assurgono addirittura al ruolo di personaggi. In L’uccello che girava le viti del mondo il protagonista è un gatto scomparso; Kafka sulla spiaggia racconta di un personaggio in grado di comunicare con i gatti persi; e in 1Q84 il protagonista, Tengo, si ritrova a leggere un racconto in treno intitolato La città dei gatti, in cui dei gatti enormi prendono possesso di una città e cominciano a gestire i negozi, i pub, i ristoranti. Altro tema che c’è sempre è la musica jazz, retaggio della prima vita di Murakami, che prima di fare lo scrittore gestiva un jazz bar (e anche i bar ritornano sempre nei suoi libri) che si chiamava — guarda un po’ — Peter Cat. Un’altra fissa di Murakami è quella per la cucina, che si rivela in descrizioni anche troppo minuziose, di pagine e pagine e pagine, di liste della spesa, persone che cucinano, ordinazioni al ristorante. Ma sempre meglio dell’insistenza morbosa per le scene di sesso, a cui Murakami non riesce proprio a fare meno. Un’ossessione, che sfocia in descrizioni talmente innaturali e dettagliate da non far provare alcuna eccitazione, ma solo disgusto. 

La copertina giapponese di “1Q84”.

6. Ma se non è quello di Norwegian Wood, allora qual è il vero Murakami? È quello di Kafka sulla spiaggia, dove il protagonista si innamora ogni notte di un fantasma e ha un alter ego con cui comunica telepaticamente. Quello di A sud del confine, a ovest del sole e della solitudine cronica di cui soffrono i due protagonisti che poi finiscono per mettersi insieme. È quello delle atmosfere inquietanti ma avvincenti, surreali ma visionarie. Da cui puoi tenerti fuori, e goderti semplicemente la descrizione degli eventi, o entrarci dentro, con tutte le conseguenze del caso. Per citare di nuovo Pastore, «Chi vuole leggere una bella storia, trova un linguaggio piacevole e scorrevole. Ma chi sa andare oltre alla metafora, trova spunti di riflessione, la profondità dell’essere umano e un invito costante a guardare dentro di noi».

7. Nella sua formazione di uomo e quindi di scrittore ha giocato un ruolo molto particolare il padre. Murakami ha descritto il complesso rapporto con lui in un lungo articolo uscito recentemente sul New Yorker dal titolo — ci risiamo — Abandoning a cat, che si apre con il racconto di quando, da piccolo, Murakami accompagnò il padre in un lungo tragitto in bicicletta per liberarsi del loro gatto e abbandonarlo su una spiaggia. Compiuto il triste gesto e superato il senso di colpa, padre e figlio tornarono indietro ma, giunti sulla porta di casa, si ritrovarono il gatto, che li aveva seguiti, alle loro spalle. L’aneddoto del gatto spiega le origini dell’ossessione di Murakami per questi animali, ma in realtà tutto l’articolo è un documento prezioso nel rivelarci ciò che più ha influenzato la sua vita e i suoi romanzi. Grazie alla descrizione che fa del rapporto col padre e le differenze tra quest’ultimo (ex soldato, monaco buddista e studente rigoroso) e Murakami figlio (mondano, discontinuo, cresciuto senza sapere cosa fosse la guerra) si riesce finalmente a capire da dove venga fuori quel teatro dell’assurdo che spesso, nei suoi romanzi, domina le relazioni umane tra i protagonisti. Dopo aver letto con quale distacco e quale serenità Murakami rivela di non aver visto il padre per oltre vent’anni, riavvicinandosi a lui solo in punto di morte di quest’ultimo, non perché fosse successo qualcosa, ma solo per le sopracitate e non certo insanabili differenze caratteriali, come potrò ancora sorprendermi nel leggere di personaggi che, con altrettanta naturalezza, si isolano dal mondo per anni, abbandonano chi amano, hanno uno sprezzo totale per i sentimenti degli altri?

«Ancora adesso riesco a rivivere lo stupore di entrambi in quel giorno d’estate in cui sulla sua bici raggiungemmo la spiaggia di Koroen per abbandonare un gatto striato, un gatto che ebbe totalmente la meglio su di noi. Posso sentire il suono delle onde, l’odore del vento che soffia nel bosco di pini. È l’accumularsi di cose insignificanti come questa che mi hanno reso la persona che sono».

Luglio 1983: sul percorso originario, Murakami taglia per la prima volta il traguardo di una maratona.

8. Come ho detto all’inizio, Murakami è un atleta coi controfiocchi. Un tipo da circa venti maratone, un’ultramaratona (100 chilometri) e qualche gara di Triathlon. Ha raccontato il suo rapporto con la sport nel piccolo saggio L’arte di correre, in cui alterna riflessioni sulla corsa a pensieri sulla letteratura e sulla vita. Di solito, di un intellettuale puoi criticare la scarsa inclinazione per gli sport, oppure di uno sportivo la poca dimestichezza con le arti. Con Murakami non si passa. Probabilmente l’unico modo per prenderlo per il culo è dirgli che avete vinto lo stesso numero di premi Nobel. 

9. Murakami è uno di quegli scrittori di culto che ha alle spalle una vera e propria tifoseria, che vanta iscritti di tutto il mondo. In qualsiasi evento pubblico in cui sia invitato a parlare (l’ultimo in Piemonte, ad Alba, solo pochi giorni fa), si registrano teatri gremiti, figli di un successo di cui pochissimi altri contemporanei possono godere. Ma gli ultrà di Murakami sanno spingersi fino a gesti davvero impensabili. Una volta ne ho conosciuto uno. Ero in vacanza a Malta, in un Airbnb gestito da una signora tedesca che, vedendomi con un libro di Murakami, si è illuminata e mi ha rivelato tutto il suo amore per il giapponese. Un amore che l’ha portata a prenotare una vacanza in un’isola greca solo perché sapeva che Murakami si trovava lì, a cercare lo scrittore per tutta l’isola e alla fine trovarlo. E una volta che l’hai visto, cos’hai fatto? «Niente, non mi sono avvicinata. Lui non avrebbe voluto».

10. Un difetto? Murakami non sembra essere un mostro di simpatia. È lui il primo a dichiararlo. Ha un approccio così meticoloso al suo lavoro che, quando deve scrivere un libro, imposta la sveglia alle 4 della notte per poi addormentarsi verso le otto di sera. Un ritmo che gli impone di rinunciare, per i mesi che sono necessari, a qualsiasi rapporto umano, escluso quello con la moglie. «Con un carattere del genere non penso di poter andare a genio a qualcuno», ha ammesso candidamente. Insomma, la mia amica tedesca che gestisce Airbnb a Malta (che storia, anche questa) ci aveva visto lungo.

 

In copertina: Haruki Murakami ritratto da Nathan Bajar per The New York Times.

Luca Capponi
Luca Capponi
Classe 1998, scrive per non studiare e studia per potersi permettere di scrivere. Ama lo sport, il Sudamerica, i libri e i paesi che non esistono più. Ai prossimi mondiali tiferà Jugoslavia.
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