Letteratura: 1997—2017 | A vent’anni dall’uscita di “Underworld”
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1997—2017 | A vent’anni dall’uscita di “Underworld”

Bisogna aspettare l’anno 1997, per avere in mano il capolavoro di DeLillo.

27 Apr
2017
Letteratura

La letteratura d’oltremare osserva e coglie più da vicino quei fenomeni che implicano la globalizzazione e, ancor più insidioso, il mutamento dell’uomo nell’adattarsi ad essa.

L’onnipotenza della cultura americana ha fatto sì che tutte le altre culture, occidentali e non, fossero assoggettate a questa. Avvertiamo, certo, un reciproco scambio fra culture, ma saremmo ciechi se non ci accorgessimo che quella dominante è proprio la statunitense. È, questo, l’argomento posto in analisi dall’ultimo Post-Modernista: lo sguardo alla società del capitalismo, del web, del magma dell’imperterrita superficie.

Lo scrittore post-Modernista, affonda in questo magma per trarre fuori ciò che c’è al di sotto di questa stratificazione di spessa e vacua superficie. Lo sa bene Don DeLillo.

 

 

Don DeLillo inizia la sua carriera come ufficio stampa, presso la Ogilvy & Mather, dove lavora per cinque anni. Si imbarca come scrittore partendo da piccoli racconti su Kennedy, con l’intento di enfatizzare quello che era stato uno degli eventi più drammatici della storia americana, capace di traumatizzare l’intero contesto culturale statunitense che, ancora oggi, risente di quella tragedia, come riporta in un’intervista fatta da Adam Begley:

«La nostra cultura è cambiata in modo rilevante. E questi cambiamenti sono tra le cose che sono entrate nella mia opera. C’è la frantumata casualità dell’evento, la motivazione mancante, la violenza che la gente non solo commette ma che sembra guardare simultaneamente da una distanza disinteressata. Poi l’incertezza che proviamo a proposito dei fatti basilari che circondano il caso — il numero dei cecchini, il numero degli spari e così via. La nostra presa sulla realtà ne è rimasta un po’ minacciata». [Traduzione di Federico Bertoni]

Nella stesura dei primi romanzi, Americana e The Names, la scrittura di DeLillo è, oltre che primordiale e disordinata, ancora scevra di quella vena tagliente attraverso la quale vuole rompere lo specchio della superficialità sui temi dell’American Culture.

Questa svolta avviene alla fine degli anni ’70 a seguito di una serie di viaggi in Medio Oriente e in Grecia, che lo portano a concretizzare la vera e unica strada per raccontare il sottosuolo, a noi ignoto.

Assistiamo, in quegli anni, alla produzione più significativa dello scrittore, con il celeberrimo White Noise e, a seguire, Libra. Opere amare e riflessive; la prima fa perno sul tormento della quotidianità, la seconda sullo sconvolgente caso Kennedy. Queste opere sono il preludio di un progetto ancora più grande, complesso e introspettivo, che necessita di molti anni e molta ricerca.

 

 

Bisogna aspettare l’anno 1997, per avere in mano il — forse — capolavoro di DeLillo, Underworld, uno straordinario romanzo stratificato in più fili narrativi che dà vita a questo puzzle che, conclusa l’ultima pagina, smorza il fiato e ci lascia lì, in sospeso, a riflettere.

Si parte da due piani temporali (noteremo che i diversi piani temporali saranno divisi da una pagina nera) accostati nei primi capitoli: Il 1952, la storia di Manx Martin e del figlio Cotter, e il 1992, la storia di Nick Shay, in cui il corso degli eventi scorre all’indietro.

Ma è lo scrittore stesso a darci qualche informazione in più sulla struttura del romanzo, in un’intervista del 1997:

«La struttura è una cosa che mi procura grande piacere. In questo libro, la cosa interessante è che una gran parte si muove all’indietro, in una vasta distesa di tempo dagli anni ’50 della Sesta parte, agli anni ’90 della Prima. Ma opposto a questo c’è un conflitto strutturale nei capitoli Manx Martin. Le pagine nere non fanno propriamente parte di ciò che le precede e di ciò che le segue. Manx non ne fa parte. I suoi capitoli vengono dopo la Parte prima, la terza e la quinta. Non è parte di quelle parti, è diverso. E poi, alla fine dell’ultimo dei capitoli Manx Martin, improvvisamente queste due correnti conflittuali si saldano perché il giorno dopo in cui ha venduto la palla da baseball, la Parte sesta comincia. E allora i capitoli Manx Martin diventano parte della più ampia cronologia del romanzo. È per questo che scrivo. Per tentare di fare cose come queste». [Traduzione di Federico Bertoni]

Si apre con un prologo, intitolato “Il Trionfo della Morte”: siamo nel 1952, a New York. Un bambino di colore, Cotter, riesce ad infilarsi al Polo Grounds, dove si sta giocando la partita più commemorata di tutti i tempi. Bobby Thomson batte un fuoricampo e i Giants si aggiudicano la vittoria. Cotter si scontra con un’altra persona per ottenere la palla di Thomson, nella baraonda della folla che urla e si sbraccia; la scena è descritta come una babele di anime che lottano fra loro, si contorcono, si mescolano e si rimestano come se stessero lottando nel tartareo flusso liquido dell’Ade (che sia questo il riferimento semantico a Il trionfo della morte, di Bruegel il Vecchio). Il tutto, in una piccolissima manciata di secondi. Alla fine, Cotter riesce ad ottenere la tanto contesa palla da baseball.

Non è necessario aggiungere altro se non che, per il resto del romanzo, è importante tenere a mente questo punto, prima di andare avanti:

I piani temporali, che si estendono in una frazione che va dal 1952 al 1992, sono prettamente settoriali — ovvero, non si intrecciano fra loro —, seppur confluendo alla ricostruzione della storia generazionale della palla da baseball battuta da Thomson. Assieme a questi due piani temporali, si snodano quelli di tanti altri personaggi (l’artista Klara Sax, il collezionista Marvin Lundy, il celebre detective J. Edgar Hoover), tutti collegati fra loro:

«Ci sono collegamenti. Tutto è collegato. Tutto il sapere umano raccolto e collegato, ipercollegato, questo sito porta a un altro, questo fatto rimanda a un altro, un tasto, una cliccata di mouse, una parola di identificazione – mondo senza fine, amen.», [Underworld, pag. 877, ed. Einaudi editore, 1992, Torino]

È consigliabile aver ben chiara, per comprendere appieno il romanzo, l’immagine mentale di un albero che viene sezionato dall’alto, il 1992, dove troviamo Nick Shay (dirigente di un’industria di riciclaggio e ultimo detentore della palla), fino al tronco madre, i primi detentori della palla.

Fra un capitolo e l’altro della storia di Nick, che scorre all’Indietro, troviamo quella di Cotter e del padre Manx, i primi detentori della palla, che prosegue andando avanti col tempo, come fosse edera che cresce lungo questo albero.

Eravamo partiti dal concetto di Post Moderno e del ruolo dello scrittore Post-Modernista: affondare nel magma per trarre fuori ciò che c’è al di sotto di questa stratificazione di spessa e vacua superficie.

 

 

Underworld fa proprio questo: parte da storie apparentemente semplici, fatte di personaggi comuni, che confluiscono nel trovare il legame fra loro, nella trama, attraverso una preziosa palla da baseball, fino a scendere pian piano al di sotto di ciò che è narrato all’inizio, dandoci qualche nota amara nel mentre (il lavoro di Nick e le future conseguenze) giungendo, all’epilogo, Das Kapital, con un particolare riguardo al tema della Guerra fredda, al complotto, a temi politici scottanti che riguardano il futuro, non soltanto dell’America, ma di tutti noi esseri umani.

Il “sotto/under trama” ma anche il “sotto/under terra”: la nota più pungente dell’intero romanzo arriva alla fine, come uno squarcio allo stomaco, che ci porta a riflettere e a interrogarci su ciò che sta realmente accadendo, ancora oggi:

«Stiamo andando in una zona sperduta del Kazakistan per assistere a un’esplosione nucleare sotterranea. […] Vendono esplosioni nucleari in cambio di denaro in contante. Vogliono che forniamo loro le scorie più pericolose in circolazione e si prefiggono di distruggerle.» [Underworld, pag. 838, ed. Einaudi editore, 1992, Torino]

Una non poco leggera critica alla politica dello smaltimento dei rifiuti, delle scorie nucleari e delle conseguenze che possono portare. Emergono accordi con il tanto combattuto Medio Oriente e, lo scrittore, non si tira indietro dal descrivere il successivo orrore, gli effetti di queste esplosioni e di anni nucleari che hanno ucciso e continuano a martoriare le persone del Kazakistan, riportato come un eterno Chernobyl, nell’atroce consapevolezza delle conseguenze; un vero e proprio Trionfo della Morte.

Che il titolo del prologo avesse anche questo intento qui? Farci presagire il sentore della morte; il pronostico della futura apocalisse. L’opera d’arte fiamminga, rappresenta lo scenario catastrofico della morte che giunge sulla terra e la transizione delle anime, in un variopinto miscuglio di emozioni e reazioni eterogenee delle figure che compongono la scena. Niente si salva, niente sopravvive alla morte, neanche la natura stessa.

Andiamo ancora più a fondo, attraverso le parole di Nick:

«L’immondizia è la storia segreta, la storia che sta sotto, il modo in cui l’archeologo dissotterra la storia delle culture precedenti, ogni mucchio d’ossa e strumento rotto, letteralmente dissotterrato.

Tutti quei decenni, dice, quando pensavamo in continuazione alle armi e mai alle scorie che si moltiplicavano in segreto. […] Quello che scartiamo ritorna a consumarci.» [Underworld, pag. 841, ed. Einaudi editore, 1992, Torino]

È un tema ricorrente, nella letteratura Post Moderna, il tema dell’Apocalittico; il mondo che, deteriorato, sfruttato e spolpato fino all’osso, esaurisce le proprie risorse e si rivolta all’uomo con conseguenze catastrofiche. Sebbene si sfiori sempre il limite, non si arriva mai al vero e proprio cataclisma o, almeno, non ancora.

Di conseguenza, ci si rivolta contro un intero sistema, una società che è stata costruita ad Hoc da noi, per noi. Vogliamo ribaltare le carte e salvarci in calcio d’angolo; vogliamo vincere una partita a scacchi contro noi stessi, senza mai capire che non ci potrà mai essere un vincitore.

È una parola spesso difficile da assimilare, soprattutto se posta in ambito post-moderno, che ha visto crescere il sistema capitalistico, che ha sorbito l’orrore di anni e anni guerre, di cui, ancora oggi, tendiamo a patirne le conseguenze; eppure DeLillo non teme di congedare il suo capolavoro con un termine talvolta straniante:

Pace.

 

La foto di copertina è rubata a Dominique Nabokov.

Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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