Abbiamo letto il nuovo racconto di J. K. Rowling (spoiler)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Abbiamo letto il nuovo racconto di J. K. Rowling (spoiler)

La scrittrice più ricca d’Inghilterra ha pubblicato su Pottermore una storia inedita. 

La scrittrice più ricca d’Inghilterra ha pubblicato su Pottermore una storia inedita. La protagonista è Dolores Umbridge, uno dei personaggi più odiati della saga. Queste sono le nostre impressioni sul racconto e sull’incapacità della Rowling di lasciare in pace le sue creature (ed i suoi lettori).

 

Ho deciso di iscrivermi a Pottermore perché volevo leggere il racconto inedito di J.K.Rowling su Dolores Umbridge, senza troppi problemi. La notizia dell’uscita di un nuovo racconto era stata annunciata già da tempo, e non nascondo che la curiosità premeva insistentemente sulla mia coscienza da giovane adulta un po’ pretenziosa con un’immagine da preservare e una bacchetta magica nell’armadio (e non solo). Mi sono iscritta, anzi, a dire il vero ho recuperato una password. A quanto pare avevo già esplorato questo luogo oscuro e in qualche modo avevo cercato di rimuoverlo. 

Così ho letto il racconto. Per farlo ho dovuto “sbloccare” il personaggio Umbridge muovendomi interattivamente nel suo ufficio, cliccando un po’ a caso. Leggendo mi sono ritrovata a fare una serie di riflessioni non tanto sul racconto in sé, che sembra più la cartella clinica di un analista che ha avuto Dolores in terapia per vent’anni, ma sul fatto che una scrittrice di successo con una schiera di fan veneranti come la Rowling si cimenti in pubblicazioni di racconti inediti tutti con lo scopo di aggiungere qualcosa alla trama, conclusa, dei suoi sette romanzi.

Facendo un passo indietro, Pottermore è un portale online a cui ci si può iscrivere dal 2012, anno in cui il sito è stato inaugurato dopo un’infinita serie di annunci e rulli di tamburi della Rowling, o di chi per lei. L’obiettivo della piattaforma è quello di creare un vero e proprio gioco di ruolo a cui possano prendere parte tutti, indistintamente, tanto c’è un nickname che preserva l’anonimato (tranquillo, non ti sgama nessuno se hai trent’anni ma ti interessa sapere chi vince il campionato di Quidditch 2014): percorsi interattivi tre le mura di Hogwarts, cappelli parlanti, c’è addirittura la coppa delle case, ovviamente mai neanche lontanamente vinta da quegli sfigati dei Tassorosso.

La cosa più importante di questa community è però un’altra, al di là delle gelatine tutti i gusti +1: la Rowling lo usa come canale di distribuzione della versione e-book dei suoi romanzi, punto numero uno, e punto numero due lo usa anche come contenitore di novità su tutte le vicende che riguardano Harry e compagnia magica. Sostanzialmente, come ringraziamento ai fan per la loro dedizione, la scrittrice britannica col patrimonio che fa invidia alla regina ha deciso di lanciare periodicamente degli ossi nella fossa dei suoi fedelissimi seguaci, smaniosi di sapere chi è diventato un alcolizzato tra Ron e Neville o chi ha ceduto per prima al botulino tra Ginny e Hermione. 

Questo Halloween la Rowling ha usato Pottermore per pubblicare un racconto abbastanza breve sulla vita di Dolores Umbridge prima di diventare la stronza cronica con la fissa per il rosa e i gattini che abbiamo avuto modo di conoscere nel quinto libro della saga, L’ordine della fenice. La Umbridge, per intenderci, è la professoressa che ti mette due all’interrogazione di latino se vacilli sul paradigma di un verbo, quella che minaccia di toglierti l’orecchino dal naso perché altrimenti ti sospende, quella che non sa e non saprà mai il tuo nome, ma solo il tuo cognome. In più, è anche la zitella col culo grosso che nessuno s’è pigliato, quella che indossa solo calze rosa carne tendenti al marroncino e mocassini ortopedici, abbinati al rossetto perlato e al cardigan coi barboncini. Nell’universo potteriano tutte queste caratteristiche prendono una forma meravigliosamente brillante, ma del resto consiste proprio in questo la forza del mondo creato dalla Rowling, la grande metafora della vita di un liceale e la sua lotta contro il male, che sia un compito di matematica alla prima ora di lunedì o uno psicopatico megalomane senza naso che vuole a tutti costi pareggiare i conti con la tua famiglia e farti fuori come ha fatto coi tuoi genitori anni prima. E dunque, Dolores Umbridge non ti sbatte fuori dalla classe ma ti mette in punizione facendoti scrivere “devo fare il bravo” con una penna speciale che usa il tuo stesso sangue e ti incide sulla mano le parole che componi sul foglio. Licenzia i vecchi professori storici, litiga con quelli sindacalisti, mette veti dittatorialmente censuranti su tutto, una di quelle che se ti vede nel corridoio mano nella mano col ragazzo ti porta dal preside per denunciare i tuoi atti osceni, e tu, là, tu con la felpa, alzati i pantaloni e sputa la gomma.

Come se non bastasse tutto ciò per odiarla, è anche un’alleata di Lord Voldemort, il simpatico arcinemico di Harry che ha la fissa di acciuffarlo e freddarlo dalla notte dei tempi, un po’ come Willy il coyote con Beep Beep. Nel racconto che la Rowling le ha dedicato, tuttavia, emerge un nuovo lato di questo personaggio così detestabilmente riuscito, il lato umano, quello dei traumi infantili. Così come i flashback dedicati al Signore Oscuro aka Voldemort ne Il Principe Mezzosangue  rivelano quanto misera fosse effettivamente la vita del giovane Tom Riddle, ma anche quanto innata fosse la propensione di questo personaggio ad una sana e spontanea malvagità, allo stesso modo JKR punta a proporre una nuova visione del male fatto donna grassa e bassa. Dolores Umbridge, figlia di un mago e di una babbana (immagino che se sei arrivato fino a questo punto tu non abbia bisogno di chiarimenti sul termine babbano, ma in ogni caso, si parla di colui che non ha poteri magici, come me e te, insomma), vive la sua infanzia in un matrimonio infelice. La causa di questi psicodrammi familiari a cui la giovane Dolores assiste con disprezzo è una, sostanzialmente: ha un fratello babbano, una madre babbana, un padre che non accetta questo affronto e neanche lei sembra brillare per tolleranza.

Ora, un punto fondamentale della poetica narrativa rowlinghiana è senza dubbio quello che preme sulle discriminazioni razziali che i babbani e ancora di più i figli di babbani, i Mezzosangue, sono costretti a subire da quei maghi che invece vengono definiti Puro Sangue, punto centrale della campagna elettorale di Lord Voldemort e del suo club di ariani che si divertono a incendiare i barboni e a sputare sui Pakistani. La Rowling coglie quindi l’occasione per svelarci che, tanto quanto Voldemort, anche Dolores Umbridge ha in realtà umili origini, nonostante la sua propensione per la discriminazione. Un po’ come la moglie terrona del Senatùr, madre del Trota. Così, un nuovo tassello narrativo si aggiunge ad una saga ormai conclusa dal 2007, riossigenando un pesce sulla riva. Il peso delle dichiarazioni della Rowling che ruotano attorno alla pottersaga, che siano un nuovo racconto come quelli che pubblica su Pottermore.com o un commento fatto ad una conferenza stampa, è decisamente mastodontico, considerata la mole dell’attaccamento generazionale e affettivo che caratterizza tutti quelli che hanno seguito con costanza le vicende di Harry, Hermione e Ron, me compresa.

Qualche anno fa, ad una conferenza, la Rowling rivelò che Albus Silente, il saggio preside, potente mago, guida spirituale, nonno amorevole, fosse in realtà non solo omosessuale ma coinvolto in una relazione distruttiva da odi et amo con Grindelwald, perfido mago, anche lui molto potente, che era solito spingere un Albus giovane e curioso a condurre esperimenti pseudo-nazisti  sulla sorella ritardata. Le parole della Rowling, prevedibilmente, scatenarono un putiferio mediatico tra i lettori, non solo per la tematica calda dell’omosessualità nel mondo dei maghi (cosa invece assai ben risolta nel mondo dei babbani), tematica che portò Harry Potter ad un rogo degno di Giordano Bruno, ma anche per la spontanea nascita di un quesito ontologico di profondità estrema: quanto J.K.Rowling può andare oltre con le farciture postume di una storia finita e conclusa, nonostante a conti fatti l’unica che può permettersi di aggiungere o sottrarre qualcosa all’universo di Harry Potter è lei? La rappresentazione di Hogwarts e dei personaggi che lo popolano continua a vivere anche al di fuori di quelle pagine scritte, oppure è confinato solo al piano narrativo alla quale attingiamo ogni volta che apriamo La Pietra Filosofale?

Altra mazzata storica ce la siamo beccata poco tempo fa, quando la scrittrice in un’intervista ha ammesso che in realtà Harry e Hermione si sarebbero dovuti trasformare in una felicissima coppia, sostituendosi all’idillio a quattro Harry-Ginny e Ron-Hermione (detto anche Romione, a mo’ di Brangelina). La dichiarazione non ha suscitato lo stesso scalpore nello stuolo di mormoni armati di forconi, ma non è certo passata inosservata. Snaturando l’efficacia della coppia secchiona-impiastro e riportandola sul piano eroe-eroina, la Rowling ha un po’ ucciso un pezzo bellissimo della sua storia, soprattutto perché nell’ultimo romanzo, questa informazione non c’è.  Si conclude invece con un quadretto dei nostri eroi attempati, stempiati e appesantiti, e con la forza rincuorante di una coppia disarmoniosa ma solida come quella Ron-Hermione. La dichiarazione del fallimento di questa relazione ha un po’ il sapore di Ted Mosby che finisce con Robin Scherbatzky (How I Met Your Mother n.d.r.): ok, è chiaro che deve finire così, lo si è capito nei primi dieci minuti di apparizione che sono anime gemelle simili e complementari, ma dove sta il bello allora? Dov’è lo stimolo in una coppia così armonicamente amalgamata? Quella tra Ron ed Hermione era invece una relazione molto più ambiziosa, fatta di accettazione delle differenze, crescita interiore e mille altri spunti di maturità e ottimismo per noi lettori sentimentalisti ed eterni speranzosi.

Tornando al punto centrale, il fatto che la Rowling abbia deciso di dichiarare una storia sentimentale centrale e con un futuro apparentemente roseo fallita, un personaggio che non ha mai avuto nessun tratto associabile a qualsiasi forma di eros omosessuale e una professoressa con smanie di potere e un’attitudine piuttosto sadica figlia di un matrimonio triste e problematico, dà un’idea di rimestamento dell’acqua nel mortaio, a mio avviso, un po’ indignitosa messa a paragone con l’indiscutibile talento narrativo antecedente agli eventi più recenti. È un po’ la stessa sensazione che porta a storcere il naso di fronte a qualsiasi sorta di spin-off che sia mai andato in onda, quello sguardo interrogativo nei confronti di qualcosa che è irrimediabilmente finito e che si trova a subire un’imbalsamazione con lo scopo di allungare ancora per qualche tempo la sua esistenza, priva inevitabilmente di tutto quel contorno vitale che ne caratterizzava l’essenza.  

L’accettazione della fine di una storia, ahimè, di qualunque natura essa sia, è brutta e non piace a nessuno. L’illusione che questa storia continui attraverso degli zuccherini che sciogliamo sulla lingua, dei racconti di approfondimento su personaggi che hanno giocato un ruolo fondamentale in una saga di grossa portata come quella di Harry Potter, è sterile e toglie addirittura naturalezza al corso degli eventi e alla loro necessaria conclusione. In questo suo modo di agire, la Rowling mi sembra un po’ come una fidanzata malamente lasciata che passa le sue giornate a risfogliare la galleria delle foto della vacanza a Praga con l’ex e a rileggersi morbosamente le conversazioni smielate su WhatsApp dei primi mesi di corteggiamento. La bellezza di una storia, che sia pure una storia apparentemente infantile come quella di Harry Potter, sta nella sua linearità, fatta di un inizio e di una fine. Nonostante il fatto che una saga come quella della Rowling possa essere presa solo per quello che, ad un livello superficiale, in realtà è, ovvero la storia di un maghetto e della sua lotta contro il male, il valore di questa favoletta è indiscutibilmente grande. Qualche tempo fa circolava la notizia di uno studio (italiano, tra l’altro) sulla predisposizione alla tolleranza verso le minoranze discriminate di chi legge o ha letto Harry Potter. Ora, al di là degli studi scientifici, è evidente che il messaggio sottointeso dalla Rowling nella sua saga è pieno di valori nobili ma soprattutto progressisti, quei valori che creano così tanti pruriti ai bigotti. Per questo è bellissimo e sacrosanto che le avventure di Harry continuino ad essere lette dalle generazioni future nei secoli dei secoli, e per questo non c’è bisogno di aggiungere nient’altro alla già esemplare riuscita di questo fenomeno letterario. Sostanzialmente, che Silente fosse gay, si era capito, che la Umbridge fosse una frustrata repressa con un’infanzia tristissima, si era capito pure, per non parlare della disastrosa coppia Romione sulla quale  nessuno avrebbe puntato un euro, e meno male. C’è bisogno di dirlo ad alta voce, ad una conferenza, ad una rivista o in un nuovo racconto per gli amici del club nostalgia? Io penso di no. Fatto il misfatto.

Alice Oliveri
Nata a Catania nel 1992, studentessa a Roma dal 2011. Scrivere, leggere, suonare tanti strumenti e guardare molti film sono le sue passioni.
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