amoR rioN: Bon Iver
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Bon Iver

Il nuovo racconto di “amoR rioN”. Dude Mag continua la sua passeggiata nell’immaginario noir di Roma.

23 Ott
2019
amoR rioN

Con la testa appoggiata al vetro del notturno, fissa il riflesso di un tizio coperto di tatuaggi che si immedesima nella musica che ascolta. Non le dà conforto ma pensa sia meglio lui piuttosto che nessuno o qualcuno di troppo socievole. Dalla danza del tipo sposta lo sguardo verso fuori e le strade deserte si mischiano con i riflessi della luce sul vetro. Adora perdersi nelle forme astratte che si creano, spinte dalla stanchezza e da quello che resta dell’alcol. La strada è lunga ma lei è rilassata, le piace il calore dell’autobus e ora si è stabilita una sorta di fiducia tra lei e l’altro viaggiatore. Sente le gambe che si rilassano, quasi formicolano, ha ballato tantissimo. L’autobus prende una buca e i vetri continuano a sbattere forte, odia quel rumore e fa male quando hai la testa poggiata sopra. Con lo sguardo infastidito dallo scatto si mette a guardare il gruppo di inglesi ubriachi venuto a rompere la tranquillità che ormai regnava, si chiede che ci facevano a porta maggiore, per poi accorgersi che doveva scendere alla fermata successiva. 

Eccola, la sua passeggiata preferita; quanto le piace crogiolarsi nella malinconia di quell’enorme tangenziale rialzata. Col passo lento pensa che ha ancora tempo. Incrocia lo sguardo di una donna sui 40, in lacrime in una macchina brutta, accanto un uomo non troppo più vecchio di lei, con lo sguardo sprezzante, dritto davanti a sé. Cercando di indovinare quale fosse stata la dinamica, sente le gambe più pesanti di prima e le tornano in mente le parole di Damiano. Sospira.

Finalmente si inoltra nel Pigneto e guardando l’ora accelera leggermente il passo ma senza smettere di osservare quello che ha intorno. Passando per una stradina male illuminata vede un ragazzo con la faccia scavata e stanca seduto su un gradino e non capisce cosa stia facendo con le mani. Prova ad immaginare tutte le possibilità più innocenti, giocando a non cadere nel pregiudizio. E ancora Damiano: «Guarda come ti ha ridotta.» 

Infila discretamente una mano nella borsa per controllare se tutto è a posto. Inizia a percepire quel bruciore di stomaco tipico dell’ansia, fa un respiro profondo. Ormai è quasi arrivata, e non può farsi prendere dal panico per la pressione bassa e il sudore freddo. Si ferma un attimo per godere del vento fresco che spera la faccia tornare in sé. «Deciditi a cambiare le cose.»

Dà uno sguardo alla luna come per ricaricarsi e abbassando la testa poggia gli occhi sul cancello dove abita l’oca del Pigneto. Decide di risollevarsi andando a vederla, l’animale le si avvicina con il passo buffo delle oche cercando qualcosa da mangiare: «Non ho niente per te sta volta.» Tranquillizzata riprende la strada. Una luce epilettica la investe e le vengono i brividi; trova che quella luce sui villini ne sottolinei l’aria spettrale. Sono ben tenuti ma palesemente vuoti. In apnea, passando accanto ai cassonetti sommersi dalla spazzatura, vede una poltrona che sembra comodissima; pensa a quella di casa sua e a quanto vorrebbe starci in quel momento, con della bella musica, guardando correre la città – rimanendo imperturbabile a tutto quello che succede. 

Invece eccola arrivata al luogo dell’appuntamento, si siede sul gradino di un locale chiuso, è un po’ in anticipo, si accende una sigaretta e la fuma con respiri profondi. Con la coda dell’occhio vede qualcuno camminare verso di lei, dà un ultimo tiro ed espira a lungo, spegne la sigaretta e con un gesto lento si alza. Va verso il ragazzo che si era fermato un po’ più avanti, ora cammina dietro di lui e pensa «non si smentisce mai: neanche mi saluta». Per strada non c’è nessuno, lei non si rende nemmeno conto di camminare, non vede l’ora sia tutto finito. Guarda la serranda chiusa di uno dei suoi ristoranti preferiti della zona, sente un senso di conforto, si ricorda le serate passate lì, a ridere e mangiare bene. Guardando il suo ragazzo 1 o 2 metri più avanti, pensa quanto sia ridicola quella sua camminata e quelle mani, armi pericolose, vorrebbe tagliargliele via. Davanti a lui ci sono le rotaie del trenino ricoperte di erbacce, attraversandole e scendendo per una stradina pensa che quella zona l’ha sempre affascinata quanto inquietata, i vicoli di via del mandrione sembrano sempre nascondere cose terribili. Mette un’ultima volta la mano nella borsa prima di fermarsi davanti alla porticina di una vecchia casa in pietra, il ragazzo tira fuori le chiavi e apre la porta. 

Sente i pantaloncini e la maglietta appiccicarsi alla sua pelle. Non vede quasi niente, l’aria è fredda e umida: non capisce se sta andando a fuoco o se si sta congelando. 

Ora i vestiti non le danno più fastidio. Si gode una sigaretta mentre si asciuga il leggero strato di sudore che avvolge il suo corpo nudo. Pensa che il letto sia comodo e che alla fine le mancherà quella casa, nonostante i brutti momenti in qualche modo ci si era affezionata. Spegne la sigaretta, raccoglie la borsa rovesciata ai piedi del letto e ci rimette dentro la pistola ancora calda. Si veste ed esce. 

Le ritorna in mente la poltrona di casa sua e si mette a pensare a quale musica potrebbe ascoltare. Forse Bon Iver.

 

Foto di Luca Dammicco

Matilde Pietromarchi
Matilde Pietromarchi
Nata a Roma nel 1998. Per metà francese. Studia Letteratura Musica e Spettacolo alla Sapienza. Aspirante produttrice cinematografica. (Sono molto giovane e posso parlare solo del futuro quindi magari finisco per gestire un rifugio per animali, perché amo gli animali, non posso saperlo). Poi posso dire che mi piacciono i cani grandi e il rap italiano (e anche altra musica). (ma non credo sia utile per la bio)
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