amoR rioN: Macchina
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Macchina

Il nuovo racconto di “amoR rioN”. Dude Mag continua la sua passeggiata nell’immaginario noir di Roma.

3 Dic
2019
amoR rioN

Cavalcava il mostro sibilante con una sicurezza e una noncuranza che tradivano la sua familiarità con il mezzo. Lui poi assomigliava al parto della mente devastata dagli abusi di un fumettista underground degli anni ottanta. Era tutto linee spezzate ed esagerate, con un viso che sembrava essere imploso sotto la cute e poi essersi assestato così; un naso da rum disgustoso e le labbra gonfie che tendevano all’insù, quasi come disegnassero un vaffanculo con la bocca, invece che con il dito medio. Mentre risucchiava le cartacce dalle banchine del binario 19 della Stazione Termini, parlava con se stesso, attirando gli sguardi preoccupati dei pendolari che veloci gli sfrecciavano accanto. Ogni tanto lanciava un sonoro «eh!» quando qualcuno perso nello schermo del cellulare si avvicinava troppo alle spazzole della sua fida amica macchina. Addirittura brandiva una scopa come deterrente, toccando con una delicatezza sorprendente le caviglie degli sbadati, che ovviamente non apprezzavano ma perdevano tutta la voglia di attaccar briga una volta che incrociavano quegli occhi acquosi e spenti e quel sorriso sdentato, nero.

Ripeteva a memoria la formazione dello scudetto del 1982 come un mantra. «Tancredi, Di Bartolomei, Nela, Vierchowod, Malder, Falcao, Ancelotti, rohaska, Iorio, Conti, Pruzzo». All’epoca aveva poco meno di trent’anni, gli sembrava tutto bello, la sua squadra aveva vinto, la sua città aveva vinto! Non c’erano più distinzioni tra periferia e centro, Roma Sud e Roma Nord. Perfino i bulli di quartiere, i coatti, con cui era cresciuto e che non lo avevano mai lasciato stare in quei giorni lo salutavano per strada, lo abbracciavano e baciavano sulla pelle butterata delle guance. Si sentiva così leggero. Era stato un abbaglio ovviamente; aveva scambiato un eccezionale evento sportivo per un nuovo inizio personale, a livello sociale, umano – ma anche per il suo quartiere, per la sua città. Dopo una settimana le dinamiche erano tornate le stesse e lui se ne era accorto come al solito troppo tardi, attirando ancora più astio di prima. I coatti erano tornati a ignorarlo quando era fortunato, perseguitarlo quando dovevano sfogarsi di qualcosa. La spazzatura puzzava più di prima, il grigio scrostato dei palazzi lo deprimeva più di prima.

Oltre alla formazione di quella Roma mitologica spesso sibilava una frase che aveva sentito un volta in una canzone di cui ormai aveva dimenticato tutto il resto: «la vita è un cartone animato che non ho disegnato io». Da bambino i cartoni lo terrorizzavano. Anche adesso non riusciva a guardarli senza provare un generale senso di inquietudine. Li avesse disegnati lui sarebbero stati tutti colorati e tondi, con dialoghi completamente idioti e gentilezza immotivata. Indaffarato a seguire a malapena il filo del suo pensiero e concentrato sulle cartacce, aveva improvvisamente notato una ragazza che lo fissava, più in fondo rispetto a dove si trovava lui, circa a metà del binario nero. L’aveva notata perché era ferma in mezzo al flusso di persone in movimento, girata dalla sua parte, sembrava fissare proprio lui. Cercó gli occhiali per la miopia ma non trovandoli decise di cancellare quell’allucinazione dalla sua testa e continuó con la sua sacra pulizia. Quando si esaurirono le persone scese dal treno che gli camminavano intorno e il binario era ormai vuoto rialzó lo sguardo e lei era ancora lí, nella stessa identica posizione. Cercó di nuovo gli occhiali, questa volta agitato e ansioso, ma nuovamente non gli riuscì di trovarli. Allora inserì la marcia elettronica del suo aspiratutto e si diresse deciso verso la ragazza.

Nessuno lo aveva mai detto esplicitamente, ma lui con il tempo aveva capito che il disprezzo che attirava da parte degli altri era tutta una questione estetica. Quel viso senza senso, accompagnato ad un corpo gonfio e insignificante, era un biglietto da visita che lo precedeva prima che potesse proferire parola. Quando lo faceva, il tono inaspettatamente caldo e rotondo della sua voce destabilizzava ancor di più il suo interlocutore, gettandolo in una confusione ostile di cui era immancabilmente causa e vittima designata. Era comunque raro che arrivasse al punto di parlare con chi aveva davanti. Una volta però ci era riuscito: aveva passato un intero pomeriggio con Eva, sul muretto scorticato sotto casa sua. Lei era più grande e in uno stato pessimo, probabilmente stava smaltendo la botta di qualche sostanza, aveva i capelli neri lisci unti e gli occhi rossi lacrimosi; a lui ovviamente non importava. Non poteva però fare a meno di percepire chiaramente come si trattasse di un’anomalia, uno squarcio temporale all’interno di una linea dritta e piatta. Eppure riuscì a godersi quelle ore, a bearsene talmente tanto da scordare tutto e tornare a casa tardi per la cena, con la madre che gli urlò nell’orecchio per tutta la notte, fino alla mattina dopo.

La macchina aspiratutto non andava oltre i venti chilometri orari, eppure a lui sembrava di volare, di correre a una velocità folle. Si liberò della scopa lanciandola in mezzo ai binari, strinse forte le mani grigie attorno al volante e si piegò come fanno i motociclisti per essere più aerodinamici. Puntò la ragazza in fondo con una decisione che non pensava di possedere; più si avvinava più doveva correggere il tiro, la figura si spostava e faceva spostare le ruote sempre più sul ciglio del binario. Superò anche la famosa striscia gialla che i passeggeri non devono mai superare e proprio quando gli sembrò di riuscire a mettere a fuoco il volta della ragazza lui e la macchina precipitarono giù dal binario, mentre il fischio poderoso del treno che veloce entrava in stazione non dava adito ad equivoci. Macchina contro macchina vinse quella più grande e pesante, dell’uomo neanche a parlarne. Lo bella ragazza a figura intera sul cartellone pubblicitario non perse neanche per un attimo il suo sorriso. 

 

In copertina: Stati d’animo. Gli addii, Umberto Boccioni

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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