amoR rioN: Neon
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Neon

Il nuovo racconto di “amoR rioN”. Dude Mag continua la sua passeggiata nell’immaginario noir di Roma.

18 Set
2019
amoR rioN

Sedevano al tavolo in silenzio. I cellulari in mano ed i volti imbronciati, illuminati solo dalla luce del dispositivo. Ogni tanto una con la coda dell’occhio sbirciava le altre, per poi tornare subito al suo schermo; a rompere il silenzio fu la ragazza con i capelli lunghi e rossi, sovrappeso e truccata pesantemente: «ao qui è inutile che ci giriamo intorno, qualcosa tocca fa».

L’affermazione cadde nel vuoto, accolta da un silenzio lungo e carico di tensione. Le rispose pigramente l’amica dall’altro lato del tavolo, unghie smaltate, capelli piastrati biondo platino ed un viso dai lineamenti perfetti – anche troppo. «Sarè che cazzo voi fa mo, eh!? È andata, che te voi inventà.» Le altre due, entrambe more, curate ma bruttine, avevano poggiato i telefonini e seguivano con lo sguardo preoccupato lo scambio di battute «E poi se l’è meritato, era popo ‘no stronzo, giusto così!» concluse la bionda, mentre lo sguardo di Sara, la compare roscia, si faceva sempre più duro. «A Giù io nun ce posso crede, te meno de n’ora fa hai» ed abbassò repentinamente il tono della voce «ammazzato un cristiano, non uno qualsiasi, ma il ragazzo tuo e stai così lì tranquilla? Come sarebbe ormai è andata? Non è andato un cazzo, stamo nella merda!».

Giulia non la stava ascoltando. Durante lo sfogo dell’amica era stata a guardare un ragazzo seduto un tavolo dietro al loro, sorridendo in un modo che lasciava molto poco spazio all’immaginazione. Accorgendosi che lo sguardo dell’amica le sfuggiva, Sara si era girata e leggendo subito la situazione gettò la poca acqua che le rimaneva nel bicchiere addosso all’amica. Questa sembrò come svegliarsi improvvisamente da un incubo: come fulminata da una scossa elettrica puntò i pericolosi occhi blu scuro sulla roscia, con sguardo feroce. Alzandosi di scatto la prese per la manica in modo violento ed incredibilmente energico, trascinandola fuori dal pub. Era una notte strana, pur essendo maggio pioveva a dirotto e faceva freddo; le due erano decisamente poco vestite per fronteggiare la temperatura di quella sera. Non appena fuori venne la pelle d’oca ad entrambe. Si trovavano all’estrema periferia sud di Roma, in una domenica sera che aveva proprio il classico aspetto di una domenica sera. Nonostante il pub fosse sull’Appia Nuova, una delle strade più trafficate in assoluto di Roma, le macchine passavano raramente. Giulia intanto aveva continuato a trascinare Sara per tutto il tragitto dal locale al parcheggio vicino, che si trovava però al buio più totale. Si piazzarono sotto la pensilina di un benzinaio e lì Giulia iniziò finalmente a parlare. «Sarè senti sei la mia migliore amica e allora spiegami te prego, perché me stai a rompe così tanto er cazzo. Spiegami te che dovevo fa? Sono tornata a casa prima e ce stava lui sul letto con una pischella che non avrà avuto manco diciott’anni. Quella m’ha visto co la coda dell’occhio ed è scappata talmente tanto veloce che non c’ho avuto manco il tempo di vedeje la faccia, m’ha lasciato la maglietta e gli short sul cuscino, mentre quello stronzo mi guardava a bocca aperta come se era colpa mia quella situazione.» Sara guardava per terra, lasciando che Giulia le raccontasse la storia per la seconda volta. Osservava una pozzanghera trafitta dalla pioggia e sperava che Giulia continuasse all’infinito, perché lei non sapeva proprio cosa dire. «Mo dimme te una che doveva fa. Quello invece di provare, dico provare, ad abbozzare una scusa, qualunque cazzata, ha fatto spallucce, e s’è messo a ride. Mo dimme te che cazzo avresti fatto. Me s’è annebiata la vista nun c’ho visto più ho preso la cornice che c’ha regalato quella stronza de su madre e gli ho sfondato la testa. E lo sai cosa? Me so resa conto che era veramente una cifra che je la volevo sfascià quella testa de cazzo! Erano anni per dio, anni!» Sara ingoiò la saliva faticosamente, le si era formato un nodo in gola. Quelle ultime parole Giulia le aveva pronunciata dalla pancia, lo aveva sentito chiaramente. Erano partite dall’intestino e non avevano neanche sfiorato gola o bocca, erano uscite così, dure e pure, un grumo di sangue e rancore. Provò ad aprire la bocca e a dire qualcosa ma le parole le morirono quasi subito dentro, rimanendo lì a rimpinguare quel nodo che si stava trasformando in magone. Giulia intanto si era appoggiata alla sua Smart rossa e aveva tirato fuori un pacchetto sgualcito di sigarette, accendendo l’ultima con gesti che tradivano un nervosismo straziante – acuito da quell’ultimo eccesso di paura ed ira che l’aveva evidentemente sfinita. Come ci sfinisce l’ultimo conato di vomito, prima di smettere di vomitare del tutto.

Sara notò con disgusto che sulle dita della mano destra, illuminata dalla fiamma dell’accendino, si scorgevano delle macchie rosse, incastrate soprattutto fra le unghie troppo lunghe dell’indice e del pollice. «Giù io posso capire che in quel momento hai perso il controllo e t’è partita la brocca ma cazzo mo, stando a quello che mi hai detto, ci sta quello che rimane di Luca accartocciato nel bagagliaio della smart, e te tutta tranquilla ti fumi una sigaretta appoggiata alla macchina e lanci sorrisi da battona ai pischelli nel locale.»

Giulia non aveva fatto nemmeno tre tiri che già aveva lanciato via la sigaretta. Questa atterrata poco lontano in una pozzanghera, si era tutta afflosciata. Lei aveva seguito la parabola del lancio e mentre osservava concentrata l’agonizzare del mozzicone nell’acqua, cadde a peso morto, dritta, sdraiata accanto alla macchina. Aveva perso i sensi.

Illustrazione di Manuel Savi

Sara cacciò un urlo e si gettò in ginocchio sull’amica, sollevandole la testa e facendole aria con la mano, chiamandola con la voce rotta dai singhiozzi «Giuliè, Giuliè eddai non fare così te prego ripjate ora sistemiamo tutto te lo giuro dai, dai» la pioggerellina continuava a battere inesorabile, ora anche a vento, ed in poco tempo sui visi delle due il trucco cominciò a cedere disegnando linee nere dalle geometrie disordinate. Giulia intanto si stava riprendendo piano. Aprì gli occhi portandosi contemporaneamente la mano alla testa, con una smorfia di dolore. «Madonna Sà, che brutto ho visto tutto bianco per un momento, e poi tutto nero» Sara le carezzava i capelli, per metà immersi in una pozzanghera sudicia, cercando di non farglieli eccessivamente sporcare. «Va tutto bene Giù, troppe emozioni tutte insieme, mi dispiace ho esagerato io forse, ma ho paura, tanta paura». Giulia si tirò su, sedendosi con la schiena appoggiata alla macchina. «Io ho ammazzato un cristiano e tu ti scusi con me, madonna Sarè ma che ho fatto per meritamme una come te…. È tutta colpa mia non so che fare, sto nella merda veramente, non si tratta manco di una questione morale o come la vuoi chiamà perché non me ne frega un cazzo, ma proprio che so cazzi amari, qui rischio grosso, grossissimo.»

Scoppiò in un pianto fragoroso e torrenziale, che lavò via quel che rimaneva del trucco disordinato dalla pioggia. Ora aveva il viso liscio e pulito e quando levò le mani passandosele sugli occhi, Sara pensò che non l’aveva mai vista così bella. I capelli biondi, sporchi di terra sulle punte, facevano da contorno al viso pallido; gli occhi blu spiccavano su tutto, accentuati ancor di più dal rossore dovuto al pianto e dall’anestetizzante luce al neon del benzinaio. Quell’impeto che aveva sempre fatto finta di non riconoscere e che anzi, aveva sempre nascosto e depistasto, le si presentò con una tale violenza da lasciarla senza fiato; anche a lei salirono le lacrime agli occhi. Era come se anni ed anni di qualcosa di incredibilmente semplice ed evidente, sempre nascosto tra le pieghe di pensieri che facevano fatica a palesarsi completamente, avesse preso il suo posto lì in bella vista. Come un qualcosa di naturale, come se ci fosse sempre stato. Si rese conto che i sentimenti provati fino a quel punto, da quando Giulia le aveva raccontato il misfatto in poi, erano per lo più di una gioia incontenibile e terribile, perché non solo lei si era sbarazzata del ragazzo che l’aveva tenuta lontana per così tanti anni, ma che inoltre Giulia aveva pensato prima di tutti a lei – era venuta da lei. Tutti questi pensieri le si accavallavano in mente, in modo disordinato e con una velocità e forza tali che sul suo viso si dipinse un’espressione sbigottita, notata subito anche dalla stessa Giulia che ora la fissava stranita. «Sarè ma che ca’…» prima che potesse finire la frase Sara le prese il volto fra le mani e cercò le sue labbra in modo febbricitante, con una passione e violenza che racchiudevano anni di confusione e desiderio; all’inizio Giulia le oppose una debole resistenza ma quasi subito si arrese a quel bacio, troppo sconvolta e desiderosa di affetto per fare altro.

 

Copertina a cura di Asia Flamini.

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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