amoR rioN: Passeggiata
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Passeggiata

Questo racconto è il debutto di “amoR rioN”, la rubrica con la quale Dude Mag si addentra nell’immaginario noir di Roma.

6 Set
2019
amoR rioN

Un’ombra con la coda aveva catturato la sua attenzione. Un topo lo aveva superato veloce costeggiando il marciapiede su cui camminava, infilandosi subito in un tombino poco avanti. Mentre continuava a tenere il passo si stupì della sua mancanza di reattività; come avrebbero reagito altre persone? Come avrebbe reagito lui se non fosse stato da solo? Forse urletti tra l’eccitato e lo schifato, saltelli, questo genere di cose. L’alcol ne aveva rallentato i riflessi e il suo stato d’animo contribuiva a una sorta di apatia emotiva che si irradiava anche nel suo senso estetico. San Lorenzo gli sembrava un enorme acquario buio e grigio, illuminato solo dalla tempesta di fulmini, strano comitato d’accoglienza per il mese di Agosto appena iniziato.

Decise di scordare il topo e di girare l’angolo all’ultimo, sbilanciandosi da solo, per andare a prendere un altro spritz al bar in cui sapeva di poter incontrare qualcuno. In realtà arrivato lì non c’era traccia di anima viva, solo tre ragazze molto carine sedute con due ragazzi bruttissimi. Prima di entrare si prese qualche momento per soppesare con lo sguardo l’evidente squilibrio tra i cinque, fin quando questi non si accorsero di lui. Cinque minuti dopo era sul marciapiede a bere il drink bestemmiando il barista che, al ritmo dei Metallica, lo aveva saturato di ghiaccio. Non riusciva a non pensare al topo che gli sarebbe potuto passare tra le gambe in qualunque momento.

Tornando verso la macchina cominciò a sentire freddo. Nonostante questo continuava a sudare, avvolto da un’umidità palpabile e soffocante; la schiena in particolare era completamente ricoperta di un sottile strato viscido che ogni tanto si incollava alla stoffa della maglietta. Camminando teneva il telefono in mano controllandone lo schermo ogni tre passi, più come un tic che con la reale speranza di ricevere qualche messaggio. Ogni tanto si fermava per osservare i palazzi che gli correvano accanto, spingendosi sulle punte dei piedi per catturare l’immagine degli interni delle case, per sentire il respiro di qualcuno addormentato. Su un balcone al primo piano c’era una bambina sorridente e con i capelli neri lisci tagliati corti intorno al collo; ci si era improvvisamente ritrovato quasi faccia a faccia. La testa non superava la sbarra di ferro e la porta-finestra dietro di lei era chiusa, così che l’immagine che se ne aveva era quella di una piccola prigioniera allucinata e sorridente che spiaccicava il faccino sulle sbarre nere mettendo in mostra un grande buco nero dove si sarebbe dovuto trovare l’incisivo sinistro. A parte la bimba gli unici a manifestare interesse nei suoi confronti furono gli spacciatori della piazzetta, tre in sequenza: il primo basso, magrissimo e ripiegato su se stesso, con un cappello dei New York Yankees, che lo chiamava amico farfugliando; il secondo alto e ancor più magro, con delle infradito sdrucite e una maglietta strappata in più punti, gli aveva fischiato direttamente senza aggiungere altro; il terzo appoggiato al muro lo aveva richiamato con il solo gesto del capo, tirando su il mento tre volte in rapida successione. Decise che l’ultimo era il suo preferito, ricambiò l’alzata di mento sorridendo e tirò dritto senza fermarsi.

Mentre si approssimava allo spiazzo isolato in cui era riuscito a trovare parcheggio scorse da molto lontano una mora e una bionda, alte e vestite in modo succinto. Si rallegrò per un attimo, pensando che con la scusa di una sigaretta poteva scambiarci due chiacchiere; ma più si avvicinava più qualcosa non gli tornava. Le voci erano maschili, molto più profonde della sua. I due transessuali stavano litigando in spagnolo a qualche metro dalla sua macchina. «Hijo de puta, ¿cómo te vino a la mente?» E poi «eres solo una vieja puta perra»; l’alternanza tra desinenze maschili e femminili lo sorprese, così come sorrise all’autocontrollo dimostrato dalle due, entrambe perfettamente in grado di ricomporsi e ammiccare in silenzio ai pochi smarriti passanti, per poi riiniziare a litigare furiosamente un secondo dopo. Si fermò un attimo a godersi la scena. La litigata sembrava essere importante ma allo stesso tempo non riusciva a prenderla sul serio, tutto quello spagnolo gli faceva venire in mente la soap opera che vedeva sua nonna quand’era bambino. Lei non parlava spagnolo (a mala pena l’Italiano) ma in qualche modo era conquistata da tutta quell’azione e quelle urla colorite, al punto tale che riusciva perfettamente a tessere la trama degli avvenimenti, che non mancava di raccontargli aggiungendo dettagli prodotti evidentemente dalla sua immaginazione e un commento moraleggiante sulle abitudini scostumate delle protagoniste femminili. Fumando il filtro della sigaretta finita ormai da qualche minuto cercava di captare brandelli della conversazione; il suo spagnolo fermo alla terza media non lo aiutava. Ad un certo punto, senza nessun tipo di preavviso, la mora colpì la bionda in pieno volto. Il suono dello schiaffo rimbombò così a lungo da diventare surreale. Lui si era preparato allo scoppio di una rissa epocale, invece la bionda rimase immobile; le due si limitavano a guardarsi in piedi, fin quando la mora non aveva poggiato delicatamente sull’avambraccio dell’altra la stessa mano con cui aveva colpito. Si rese improvvisamente conto di quanto fosse fuori luogo e le due parvero leggergli la mente: contemporaneamente puntarono su di lui quattro occhi che affogavano nella spessa matita nera di contorno. Non se l’aspettava e mentre le due bisbigliavano qualcosa si mosse per rientrare in macchina, muovendosi da colpevole quale era. Cercò volutamente la stazione radio che passava tutte le hit sudamericane più becere e alzando il volume al massimo partì velocemente, mentre le due continuavano a seguirlo con un grave sguardo silenzioso, inimmaginabile fino a poco prima. 

 

Copertina di Luca Salvatori.

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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