Una storia raccontata da William Faulkner
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Una storia raccontata da William Faulkner

Ieri ricorreva il 119° anniversario della nascita di William Faulkner, uno degli autori più incredibili e affascinanti di tutto l’universo letterario del Novecento. Leggere “As I Lay Dying”, accogliere “As I Lay Dying” è il miglior regalo che possiamo rendergli.

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Ci vuole coraggio. Per leggere Faulkner servono pazienza, desiderio, sconsideratezza. Accogliere Faulkner è mettere in discussione sé stessi, aprire uno squarcio nella consuetudine, fare piazza pulita di ogni ovvietà. Il brivido che sa regalare la narrazione tutt’altro che agevole del Premio Nobel per la letteratura del 1949 è la ricompensa per aver percorso un sentiero impervio e scosceso, il premio per aver contribuito, alla stregua dell’autore, a produrre mondo. Il segreto sta nel mettere in discussione ogni certezza.

Faulkner non trasmette un messaggio. Faulkner racconta una storia.

As I Lay Dying è forse il momento più alto della parabola artistica di William Cuthbert Faulkner. Un romanzo che lo scrittore di New Albany scrisse nell’estate del 1929, mentre lavorava come fuochista nella centrale elettrica dell’università di Oxford, nel Mississippi. Da buon stakanovista del lavoro (in realtà detestava lavorare), si dedicava al romanzo nelle ore notturne, da mezzanotte alle quattro. Lo scrisse di getto, usando come tavolino una carriola capovolta. Aveva 32 anni.

 

cover

 

Il titolo dell’opera si aggancia al passo del libro XI dell’Odissea omerica in cui Agamennone, rivolto a Ulisse, sottolinea che dalla moglie “occhi di pietra” Clitennestra non aveva ricevuto alcuna pietà, neanche da morto («As I lay dying, the woman with the dog’s eyes would not close my eyelids for me as I descended into Hades»). Emana così, sin dal titolo, l’odore funebre e di dramma prima imminente e poi consumato che percorre tutta la storia.

Il plot è essenziale e stride con una narrazione che, in linea con la migliore tradizione faulkneriana, si nutre di simboli, richiami, suggestioni. Ci sono le analogie, il mito, Shakespeare, Joyce e lo stream of consciousness. As I Lay Dying è la storia di una sepoltura, del viaggio a tratti tragico a tratti grottesco intrapreso dai Bundren per esaudire l’ultimo desiderio della madre Addie: essere seppellita a Jefferson, lì dove aveva sempre voluto tornare. Il corpo della signora Bundren è chiuso in una bara di legno realizzata con fredda meticolosità da uno dei figli. Durante il periglioso viaggio il feretro inizierà a esalare un inquietante odore di morte.

La storia è semplice ma viene raccontata (“trasmessa”) attraverso un meccanismo di profili multipli e punti di vista prospettici per cui sono i diversi personaggi – i figli Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman, il marito Anse e altre figure correlate – a prendere la parola in prima persona in ogni capitolo, ognuno con il proprio punto di vista, contribuendo progressivamente a comporre la narrazione. Un meccanismo per certi versi spiazzante, soprattutto perché infarcito di flashback e flashforward che hanno il compito di stralciare il significato classico di tempo come successione regolare di attimi e di contribuire a rendere l’idea di una storia che sembra quasi preesistere all’autore.

Da molti definito “barocco”, lo stile di Faulkner ha l’urgenza della parola piena, la necessità dell’immagine densa, accecante quasi. Tutto è lì, sulla pagina, perché deve esserci. I personaggi sono privi di autocompiacimento e l’ambiente lo riflette. La forza emotiva della scrittura di Faulkner la rende perfettamente assimilabile al flusso cerebrale — a volte regolare, a volte folle e contraddittorio — del lettore.

Questo è il primo capitolo di Mentre morivo, nella traduzione di Mario Materassi, edizione Adelphi:

«Jewel e io veniamo su dal campo per il sentiero, uno dietro l’altro. Benchè io sia cinque metri avanti a lui, uno che ci guardasse dalla baracca del cotone vedrebbe il cappello di paglia di Jewel, sfondato e sfilacciato, di tutta una testa sopra il mio.

Il sentiero, liscio a forza di piedi e che ormai, a luglio, è cotto e duro che sembra di mattone, corre come un filo a piombo tra i filari verdi del cotone lasciato a fiorire, su fino alla baracca in mezzo al campo, dove svolta e ci gira intorno facendo quattro angoli retti smussati e riprende per il campo, liscio a forza di piedi, e si allontana preciso.

La baracca per il cotone è di tronchi grezzi, con lo stucco degli interstizi che da tempo è venuto via. Quadrata, il tetto sfondato inclinato tutto con la stessa pendenza, se ne sta lì sbilenca nel sole in vuota e scintillante rovina, con due unici finestroni alle pareti opposte che danno sull’arrivo del sentiero. Quando siamo lì, io svolto e seguo il sentiero che gira intorno alla baracca. Cinque metri dietro, Jewel, guardando diritto davanti a sé, scavalca con un unico passo la finestra. Sempre fissando davanti a sé, gli occhi pallidi come legno piantati nel viso legnoso, con quattro lunghi passi traversa il locale rigido e grave come una di quelle figure d’indiano nelle tabaccherie che abbia addosso una tuta rattoppata e sia dotata di vita dalle anche in giù, e con un unico passo scavalca l’altra finestra e riprende per il sentiero mentre io arrivo girando l’angolo. Uno dietro l’altro, a cinque metri di distanza e con Jewel ora davanti, risaliamo il sentiero verso la base dello strapiombo.

Vicino alla sorgente, legato alla stecconata, c’è il carro di Tull, le redini avvolte attorno al montante del sedile. Sul cassone ci sono due seggiole. Jewel si ferma alla sorgente e dal ramo del salice prende la zucca vuota e beve. Io gli passo accanto e salgo su per il sentiero, cominciando a sentire la sega di Cash.

Quando arrivo in cima ha smesso di segare. In mezzo a una distesa di trucioli, sta facendo combaciare due tavole. Fra una chiazza d’ombra e l’altra sono gialle come oro, come oro morbido, e sulla superficie portano in lisce ondulazioni i segni della lama dell’ascia: è un bravo falegname, Cash. Tiene le due assi sul treppiede a combaciare di taglio e formare un quarto della cassa finita. Si mette in ginocchio e allinea l’occhio al filo delle assi, poi le mette giù e prende l’ascia. Un bravo falegname. Addie Bundren non potrebbe desiderarne una migliore, di casse, migliore per giacervi dentro. Le darà fiducia e le sarà di conforto. Proseguo verso la casa, seguito dal

Ciac      Ciac      Ciac

dell’ascia».

Ciò che colpisce di più di questo gioiello della letteratura del Novecento è la sublime capacità dell’autore di scomparire di fronte ai personaggi e al senso stesso del romanzo. Cade, cade per forza la domanda cruciale con la quale prima o poi ogni lettore si trova a dialogare.

Cosa vuole dire Faulkner?

In As I Lay Dying ci sono l’egoismo dell’essere umano che non arretra neanche di fronte alle più spietate bassezze; il destino che ineluttabile piega qualsiasi speranza di redenzione; il senso tragico della vita.

Questo e tanto altro.

La sensazione è che As I Lay Dying possieda il significato che ognuno intende attribuirgli. Non importa “quale”; importa “come”, ovvero la predisposizione, la volontà di accogliere, con coraggio, le parole di un autore che si fa semplice intermediario di una storia, di tante storie.

Il fascino di Mentre morivo sta infatti proprio qui. Nel saper stracciare il vincolo del Significato assoluto, nell’accettare una sfida che si rinnova a ogni lettura e a ogni passaggio con sfumature tutte le volte diverse, nella sorpresa di produrre una conversazione, un incontro che sembra condurre a un’inversione di ruoli tra autore e lettore.

Ieri ricorreva il 119° anniversario della nascita di William Faulkner, uno degli autori più incredibili e affascinanti di tutto l’universo letterario del Novecento. Leggere As I Lay Dying, accogliere As I Lay Dying — o magari procurarselo per un’imminente e necessaria lettura — è il miglior regalo che possiamo rendere a un autore che in ogni pagina si fa semplice medium di una voce altra, epica, preesistente, la voce di dio, la voce di ognuno di noi.

 

Copertina via Life Magazine.

Vincenzo Sori
Vincenzo Sori nasce a Roma nel 1982, dove si laurea in Relazioni Internazionali. Appassionato di letteratura, musica e arte in genere, dal 2008 collabora con Il Messaggero e altre riviste. Giornalista professionista, prova come meglio può a raccontare quello che gli capita attorno e nella testa. Con risultati in questo secondo caso tra il catastrofico e il grottesco.
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