Letteratura: Biofiction e turismo letterario – Ho riletto l’“Isola di Arturo” quindici anni dopo
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Biofiction e turismo letterario – Ho riletto l’“Isola di Arturo” quindici anni dopo

Dichiaravo da tempo il mio desiderio di rileggere L’Isola di Arturo senza risolvermi a farlo davvero, presa della smania di letture sempre differenti e raramente dedicate allo stesso autore. Continuavo, nel corso di conversazioni insospettabili, a buttare lì l’idea, in modo più o meno casuale, secondo criteri per lo più legati allo stream of consciousness: […]

I gatti, animali sacri, unici abitanti di Terra Murata incontrati 3

Dichiaravo da tempo il mio desiderio di rileggere L’Isola di Arturo senza risolvermi a farlo davvero, presa della smania di letture sempre differenti e raramente dedicate allo stesso autore. Continuavo, nel corso di conversazioni insospettabili, a buttare lì l’idea, in modo più o meno casuale, secondo criteri per lo più legati allo stream of consciousness: «Come si chiama il tuo gatto?», «Arturo», «Quanto mi piacerebbe rileggerlo»; «Siamo state alle terme, a Ischia», «E a Procida?», «No, lì no», «Sarebbe bello rileggerlo». Per anni, lettura onnivora e acquisto compulsivo di libri hanno scoraggiato l’attuazione del progetto, ma finalmente mi sono decisa e l’ho fatto.

Lessi la prima volta L’Isola di Arturo in quarto ginnasio, nel corso dell’ambizioso programma narrativo della mia rimpianta professoressa di italiano, latino e greco. Nello storico liceo romano in cui insegnava, era nota per il suo atteggiamento spietato, punitivo e classista, ma nonostante questo a lei e solo a lei va il merito di avere introdotto mandrie di studenti ossessionati dai grandi temi adolescenziali – droghe leggere, primo sesso e satanismo – ai romanzi fondamentali dell’Otto e Novecento, con una strategia quanti- e qualitativa che, in qualche caso, ha dato grandi frutti. Mi piace considerare la mia elevazione de L’Isola di Arturo (che d’ora in poi chiamerò affettuosamente L’Isola) a più bel romanzo di Elsa Morante – segno di un palato critico che non si lascia conquistare dal più famoso dei libri di un autore, nel nostro caso, ovviamente, La Storia –  come uno di questi frutti.

I gatti, animali sacri, unici abitanti di Terra Murata incontrati 1

Come il lettore meno sprovveduto avrà indovinato, in quel programma di educazione alla lettura e introduzione ai temi letterari del Ventesimo secolo si mimetizzava tutto un delicatissimo discorso pedagogico: leggere romanzi di formazione proprio nel corso di quella età complessa e infame che segna il passaggio dall’infanzia alla vita adulta era un’interessante operazione metanarrativa, ricca di implicazioni sociologiche e psicologiche (anzi, psicodrammatiche). Ma del transfert immedesimativo dell’epoca ammetto di ricordare poco. Basti la rassicurazione circa la gamma di bildungsroman messa a nostra disposizione: tra questi, I Malavoglia, Il Giovane Holden, in un certo senso Candido (sia l’originale di Voltaire che la geniale interpretazione di Sciascia), On the road. Non male.

Primo ostacolo alla rilettura dell’Isola, il ritrovamento della copia originale. Non mi riferisco ovviamente al manoscritto della Morante, purtroppo da me mai posseduto, ma alla copia cartacea che avevo sfogliato a quindici anni, risultata irreperibile. Peccato, sarebbe stato tenero imbattersi negli appunti di allora, quando l’aggressivo pullulare di neuroni mi induceva a segnare nero su bianco ogni nozione conquistata e immagazzinata all’istante dal mio giovane cervello, ai tempi autonomo e libero da disturbi paranoidi.

Niente da fare, ho comprato un anonimo tascabile, e senza accusare la ferita inferta al romanticismo feticista del momento mi sono immersa nella lettura dell’Isola con l’attenzione solenne che l’atto meritava. Ho ritrovato Arturo lì dove lo avevo lasciato, nella casa dei guaglioni, mentre aspetta fiducioso il traghetto proveniente da Napoli per verificare l’eventuale ritorno del padre – l’idolo indiscusso, il grande viaggiatore, l’esotico misantropo, l’avventuriero dalla carica virile irrefrenabile, l’amico impossibile.

Per chi non lo avesse letto neanche una volta, il romanzo racconta i profondi cambiamenti che segnano l’interiorità di Arturo, cresciuto in modo semi-selvaggio a Procida, quando è costretto a fare i conti con un’infanzia segnata dal lutto materno e le anomalie della sua quotidianità solitaria, la scoperta della sessualità e dei conflitti sociali, la contestazione della figura paterna. Tutta la vicenda si svolge nell’incontaminato paesaggio di Procida: un’isola che se oggi vanta una personalità poco turistica e modaiola, negli anni Trenta, epoca in cui il romanzo è ambientato, doveva apparire piuttosto selvaggia.

Passiamo al dunque della rilettura: emozionata e soddisfatta dalla corrispondenza tra le suggestioni adolescenziali e quelle odierne, sento che qualcosa sta rovinando la felicità di ricongiungermi ai miti letterari della mia formazione. Man mano che i fatti narrativi prendono forma tentenno su ciò che non ricordavo e che, a ben vedere, costituisce la materia più critica e drammatica dell’opera: come ho potuto rimuovere l’attrazione semi-incestuosa che tormenta Arturo nei confronti della matrigna? E perché mai l’accenno al torbido rapporto che lega a un giovane carcerato il padre di Arturo, rivelato dunque nella sua umana mollezza, non ha marchiato a fuoco la mia memoria storica del libro? Le esplosioni d’ira del protagonista non corrispondono fino in fondo all’idea pacificata che conservavo del suo carattere vivace e avventuroso.

I gatti, animali sacri, unici abitanti di Terra Murata incontrati 2

 

Presa da un’inquietudine indefinita inizio a interrogarmi, mettendo in dubbio la bontà dell’intera operazione. Era questo il modo giusto per fare i conti con una tappa tanto decisiva della mia educazione letteraria? Stavo veramente comprendendo il libro, lo stavo interiorizzando o, piuttosto, ripercorrendo secondo piatti assiomi pre-stabiliti dalla me stessa teenager? Qualcosa (sì ma che cosa?) avrebbe potuto avvalorare in modo definitivo e forse solenne il ritorno alle origini dei miei studi letterari – quando ignoravo che questi mi avrebbero condotto a scrivere pubblicità, ad esempio? Per dirimere l’infame intrico, quattro giorni dopo il mio trentesimo compleanno mi trovavo su un aliscafo diretto a Procida, con il libro in mano e una borsa troppo pesante nell’altra,  rivelatrice dell’emotività  che aveva dominato la fulminea preparazione del viaggetto.

Arrivare a Procida da Roma è semplice: un regionale, un tram, un molo, un aliscafo, il tempo di una pizza a portafoglio ed è fatta, dopo quaranta minuti di navigazione si sbarca nel porticciolo procidano.

Procida ha fortificato le mie convinzioni oniriche, suggerendone di nuove: l’isola è davvero lo scenario perfetto in cui immaginare le scorribande di Arturo insieme alla sua amata cagna bianca Immacolatella. Il blu del mare, il giallo del tufo, il verde delle piante grasse che ricoprono le rocce. Questo è il posto in cui terminerò la lettura, qui verrà sepolta la mia storia d’amore con un libro, e tornerò a trovarla, ancora e ancora… o almeno ogni quindici anni, per darle conferma della mia fedeltà.

Il vizio professionale pone un filtro al mio sguardo sull’isola: al cospetto delle scogliere selvagge non faccio che pensare a un ragazzo troppo alto per i lisi pantaloni che indossa mentre si inerpica sulle vette più impervie. Quando l’anziana fornaia mi porge sorridente una Lingua di Procida (deliziosa sfoglia ripiena di crema al limone) mi dico che da giovane doveva apparire selvatica e minuta proprio come Nunziata, madre adottiva di Arturo nei confronti della quale il ragazzo nutre un amore controverso e tormentato, fino all’estrema separazione. «Prego», «Grazie, Nunziata», «Come mi hai chiamato?», «Niente, scusi».

Alla mia sensibilità contemporanea l’isola ha offerto una sola grave macchia: il traffico. Questo nel libro non c’era. Non si comprende bene la ragione, ma Procida oggi è invasa dalle macchine, che sfrecciano su e giù per le sue strade tortuose sfiorando i pochi e coraggiosi pedoni superstiti.

03 Riserva naturale dell’Isola di Vivara, passeggiata illegale

Nella foto: la riserva naturale dell’Isola di Vivara

 

 

Dopo le lunghe nuotate abusive nella Riserva Naturale di Vivara (isolotto che trovo chiuso al pubblico), al tramonto cammino per la Terra Murata, la parte più antica di Procida che si erge panoramica e cadente a picco sulla baia e dà il titolo al settimo capitolo del libro. Qui Arturo acquisisce una nuova e dolorosa consapevolezza, qui trova la smentita finale all’immagine tanto nobile e tanto dissimile dal vero che la sua fantasia infantile aveva costruito intorno al padre, e lo vede finalmente per quello che è: un uomo solo, con le sue debolezze, le sue miserie, i suoi errori fatali.

01 Il penitenziario, decadente e bellissimo 1

Il penitenziario, decadente e bellissimo 2

 

Nelle foto qui sopra: il penitenziario

 

Il grande Penitenziario oggi è cadente e disabitato; malsopporto la delusione di non potermi intrufolare fin dentro le vecchie celle, e dunque fotografo fantasticando sul presunto amante di Wilhelm Gerace, recluso in questo meraviglioso regno criminale.

Le ultime pagine le ho lette sul traghetto di ritorno. Chiudendo il libro ho pensato che anche se le emozioni contraddittorie che scuotono la sensibilità di un adolescente mi sono ormai precluse per sempre, i dubbi e le riflessioni del lettore sono cresciuti insieme a me. E più passa il tempo più si moltiplicano, insieme alla paura di sentire sfuggire la passione inconsapevole, all’intuizione di essere approdata a una nuova fase del processo conoscitivo, e al timore che fosse meglio ancorarmi a quella precedente. Tutto questo resta e mi circonda, come il mare un’isola.

Laura Mancini
Laura Mancini
Nasce a Roma nel 1985. È una copywriter e ghostwriter. Ha pubblicato 18 libri, firmandone due. Si interessa di letteratura e tendenze culturali contemporanee.
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