Bob Dylan è un tipetto scorbutico, lo sanno tutti. A volte sembra imprigionato in un irritante atteggiamento Passivo-Aggressivo che rischia di adombrare un po’ la sua statura artistica. L’altro giorno mi sono imbattuto in questo strano video che lo riprende. Si tratta di un video girato nel contesto di una serie di video di Andy Warhol del 1966 intitolata Screen Test. Il metodo di ripresa adottato era di caricare cento metri di pellicola su una macchina da presa posta davanti a un soggetto e riprenderlo finché le riprese non finivano da sé. Mi sono ritrovato a guardare e a riguardare in loop questo video e a trovarlo meraviglioso, e a chiedermi il perché. Perché questo video è così bello? Cosa significano questi tre minuti e quaranta di apparente nulla?
Regolare e Singolare: Gilles Deleuze descrive il movimento come fatto di istanti regolari e istanti singolari. Gli istanti regolari (0) sono quelli in cui non accade nulla e che portano in luce la possibilità che accada qualcosa, e cioè un istante singolare (1), che sarebbe un salto qualitativo. Questo tipo di descrizione è forse un contenitore (fin troppo) ampio ma nel nostro caso può arrivare a dirci qualcosa: la particolarità della vita delle celebrità, ciò che in una certa misura può determinare suo fascino, è il fatto che essa sia costituita (o meglio: pare essere costituita) di soli istanti singolari, di soli istanti significativi, in cui accade qualcosa. La vita delle celebrità non sembra mai soffrire della volgarità del quotidiano, del regolare.
Questo screen test aveva esattamente il compito di riprendere Bob Dylan in un momento regolare, non-significativo, un momento in cui non succede nulla. L’intenzione era di riuscire a distillare la personalità del soggetto guardato grazie al suo comportamento in un momento regolare, che per una celebrità non è mai pubblico. La sola cosa che l’enunciazione filmica mette in scena in questo video è l’irritazione e il disagio di Bob Dylan ad essere ripreso. Una guerra di sguardi, una guerra del vedere e dell’essere visto che mette in evidenza l’invasività dell’occhio della macchina da presa.
Le riprese come una piccola morte: Già Roland Barthes, in La Camera Chiara, aveva parlato del cambiamento sostanziale dell’immagine una volta che un soggetto sa di essere ripreso (nel caso di Barthes fotografato): «Non appena io mi sento guardato dall’obbiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di posa, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine». Ogni immagine è una piccola morte perché testimonia ciò che esistenzialmente non accadrà più.
Screen Test porta al parossismo un fenomeno di cui suppongo sia imbevuta la vita delle celebrità: la lotta del Guardato alla costruzione di un’immagine di sé che sia degna di una piccola morte.
Un viaggio fuori dal testo: C’è di più. Oltre a quanto già detto, il disagio di Bob Dylan mi dice anche altro, riprendendo ancora Barthes possiamo vederlo come una sorta di punctum, cioè un elemento che apre un campo cieco oltre la fotografia, uno spazio dell’indefinibile del senso. Dove si può anche aprire una narrazione. È qualcosa che mi rimanda fuori dal testo, all’identità di Bob Dylan. Essa non è soltanto ciò che Bob Dylan è in quel momento ma anche tutto ciò che egli è stato. Il senso di quello che vedo di Dylan nel video può essere attualizzato solo tramite tutto quello che non vedo di lui ma che so di lui.
Quello che so, per esempio, sul suo rapporto con Andy Warhol. Warhol è un artista di origine polacca, dalla sessualità indecifrabile che porta un lungo ciuffo biondo e la pelle più grassa della storia dell’uomo. Bob Dylan è uno scorbutico cantante folk tutto rancio di fagioli, impegno sociale e genuinità a tutti i costi. Si odiavano. Però erano accomunati dal loro essere tronfi ed egomaniaci, ciascuno nel suo modo particolare. Ad incrementare un odio già scritto nella natura delle cose una ragazza molto bella e molto tossica di nome Edie Sedgwick. La responsabilità sulla caduta in disgrazia della belle Edie pare venga rimbalzata da Dylan all’entourage di Warhol e viceversa da mezzo secolo. Ma questo non ci interessa: ci interessa che i due si odiavano. Pare che Warhol avesse invitato Dylan per uno di questi screen test che avrebbero dovuto essere un prologo per la partecipazione di Dylan a un film underground dello stesso Warhol. Dylan va lì conscio di odiare ed essere odiato, eppure molto pieno di sé e determinato a dimostrare la propria superiorità che gli avrebbe consentito di finire nel film, di diritto. Warhol gli punta di fronte lo sguardo della macchina da presa e lo getta in un visibile fastidio: è come se lo sguardo della cinepresa e lo sguardo di Warhol in quel momento fossero la stessa cosa («I want to be a machine» ripeteva spesso Warhol). Non ci fu nessun film underground. Dylan, a riprese finite, si alza in piedi, prende una tela di sette metri raffigurante Elvis Presley, la carica sul tettuccio della macchina e scappa via dicendo: «Credo che mi limiterò a prendere questa come pagamento, uomo».
Il video è bello perché riprende un momento regolare che sta per esplodere in un momento (decisamente) singolare e significativo. Il video è bello perché ci parla del disagio di Bob Dylan di fronte alla propria trasformazione in un’immagine. Il video è bello perché ci apre alla narrazione di uno spaccato di storia pop. Il video è bello perché è riuscito nell’intento di distillare la personalità scorbutica di Bob Dylan. Il video è bello perché Bob Dylan è bello.