Booker Prize: se il principale premio letterario d’Inghilterra apre le porte agli americani
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Booker Prize: se il principale premio letterario d’Inghilterra apre le porte agli americani

Quando penso all’America, invariabilmente penso a tre cose: Pamela Anderson che corre sulla spiaggia di Malibu in costume rosso ultrattillato; la salsa barbecue; il racconto Da dove sto chiamando di Raymond Carver. Non penso al piede peloso di Cristoforo Colombo che tocca terra su un’isola delle Bahamas, a Toro Seduto costretto a fare linguacce in un […]

Quando penso all’America, invariabilmente penso a tre cose: Pamela Anderson che corre sulla spiaggia di Malibu in costume rosso ultrattillato; la salsa barbecue; il racconto Da dove sto chiamando di Raymond Carver. Non penso al piede peloso di Cristoforo Colombo che tocca terra su un’isola delle Bahamas, a Toro Seduto costretto a fare linguacce in un circo, a Terminator governatore repubblicano della California. E non ci penso perché io sono un tipo che pensa positivo. Riguardo alla vita in genere, ma riguardo all’America in particolare. 

Potete immaginare lo stupore che ho provato circa un mese fa nello scoprire che anche Jean Baudrillard, che proprio un tipo dal pensiero positivo non era, pensava invece positivo sull’America. Ha scritto infatti un saggio intitolato America dove in sostanza scrive che l’America è giovane, forte e convinta di poter fare qualcosa di buono. Noi europei invece siamo vecchi, malandati e rincoglioniti dal peso dei nostri retaggi millenari, e al massimo possiamo aspirare a una fiacca masturbazione poco soddisfacente assai. Il saggio di Baudrillard me lo ha consigliato un amico dicendomi: leggilo, vedrai che soddisfazione sapere che Baudrillard pensa positivo sull’America proprio come te. E infatti devo ammettere che è soddisfacente assai.

Questo per dirvi che mentre finivo di leggere il saggio di Baudrillard, ho letto anche della polemica sul Booker Prize, per la prima volta aperto ad autori di lingua inglese senza restrizione di nazionalità. Aperto anche agli americani, dunque. Per chi non lo sapesse il Booker Prize è il più importante premio letterario per opere in lingua inglese di autori appartenenti al Commonwealth Britannico. Per chi non lo sapesse il Commonwealth Britannico è una sigla dietro cui si raggruppano una marea di Stati indipendenti una volta accorpati nell’Impero Britannico.

Ora, a parte che per un positivista di natura come me, tra l’ex Impero Britannico e l’attuale Democrazia Americana non c’è confronto, dai, (ma che davvero ancora in giro con Lawrence d’Arabia?) non capisco un aspetto fondamentale alla base della polemica: alcuni sono contrari ad abbattere la barriera del Commonwealth perché si sa, se in gara c’è un americano vince l’americano. Prova ne sia il fatto che la Democrazia Americana c’era e c’è, il glorioso Impero Britannico si è visto costretto a riciclarsi col nome di un franchising di palestre. E questa sarebbe colpa degli americani? Colpa sufficiente a un’ostracizzazione letteraria? 

Ma poi, cari ex coloni dell’ex Impero Britannico, oggi aitanti istruttori di cross-fit, ecco una domanda: la patria di un libro, romanzo, saggio o silloge poetica che sia, è il luogo di nascita dell’autore o la lingua nella quale è scritto? 

L’avete mai letto Elias Canetti, tra una lezione di spinning e una di zumba? Ma questa è un’altra storia. Bella assai, ma un’altra storia.

Alessio Dimartino
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