I francesi, notoriamente divisi sulle questioni letterarie, sono però d’accordo su una cosa: attualmente Carrère rappresenta l’avanguardia della scrittura, e divide questo privilegio con pochissimi altri.
Ma chiamarlo semplicemente autore è riduttivo: ritrattista è forse un termine che lo definisce meglio.
È infatti salito alla ribalta della critica rendendo straordinari esistenze e avvenimenti reali mediante la trasfigurazione del mondo in letteratura. Quello che lo rende unico nel raccontare le vite degli altri è il modo in cui colma l’abisso della banalità della vita quotidiana con i prodotti della sua mente.
Si può comprendere meglio la sua indole leggendo questo breve estratto di un’intervista rilasciata a The Paris Review, nella quale afferma quanto sia paradossale considerare il romanzo quale forma naturale di un libro:
«Sin dall’alba dei tempi lo scrittore che ha preso in mano la penna lo ha fatto per raccontare qualcosa che gli è capitato personalmente. Anche se per rendere la storia più interessante ha usato tecniche proprie della narrativa come elementi di tensione o fare in modo che i lettori riescano ad identificarsi nei sentimenti di un personaggio, l’autore si è sempre trovato a suo agio nello scrivere qualcosa di cui è stato almeno testimone».
Infatti, pur essendosi cimentato nella fiction, Carrère ha sempre portato su carta avvenimenti realmente accaduti: dal suo esordio con L’amie du Jaguar, basato sul periodo da militare in Indonesia, fino all’ultima fatica, Limonov.
C’è chi dice che la scelta di questo tipo di narrazione sia più facile, che l’autore l’abbia presa per colmare un vuoto interiore, per trovare delle emozioni che un medio borghese come lui altrimenti non avrebbe mai potuto vivere. Se vogliamo una ricerca di sé stesso negli altri.
Ma non sarebbe ancora troppo semplicistico?
Scrivere libri che esplorano la realtà non è facile, non lo è mai quando si decide di narrare un fatto realmente accaduto: si vive con un enorme peso sulle spalle, ci si domanda che diritto si ha di spiegare la complessità dell’orrore, la tristezza della tragedia, anche se quello è il proprio mestiere. Ma per uno scrittore come lui il vero problema è un altro, è parlarne senza denaturalizzare o essere ipocriti.
«La terza persona dà a quello che scriviamo lo status di verità. Ma io non penso che si possa conoscere la verità assoluta. Dall’altra parte credo di poter dire la mia in relazione ad un avvenimento. Posso essere meno lucido, mentire a me stesso, essere influenzato dal mio subconscio. Ma nonostante questo posso accedere al mio “io”. Gli altri sono delle scatole nere e l’unico modo per approcciarci a loro è farlo attraverso noi stessi; per raccontarli dobbiamo entrare nell’unica verità in cui abbiamo accesso, la nostra».
Non a caso la cifra che contraddistingue le sue opere è il modo in cui in esse si fa uso della prima persona; quell’Io che non risulta neutrale, ma che veste i panni più o meno scomodi dei personaggi senza influenzare la narrazione in alcun modo.
Perché a Carrère non interessa fare la morale e dare giudizi, ma raccontare direttamente mondi che non conosciamo con una scrittura più lucida possibile. Efficace, è questa la parola che sottolinea più volte in vari interventi.
In una chiacchierata con Francesca Borrelli dice:
«Uno dei complimenti che si sentono fare a libri che affrontano la sofferenza, o comunque problemi molto delicati, è che sono privi di pathos. Io invece credo che mantenersi su un terreno allusivo vuol dire cercare di evitare il dolore, e chi scrive così, a mio avviso manca di coraggio».
Questo coraggio, o meglio questa voglia di raccontare tutto, schiettamente, si denota in tutti i suoi libri: la letteratura è al di sopra ogni cosa, lo scopo finale se vogliamo, anche se questo significa a volte infrangere leggi morali.
Come in La Vita come un Romanzo Russo, quando rompe la promessa fatta alla madre di non parlare di suo padre, un russo emigrato che traduceva per i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, o in un racconto per Le Monde, Facciamo un Gioco, dove descrive una scena di masturbazione di una ragazza in un vagone ferroviario assicurandosi poi che il giorno di uscita del giornale la sua fidanzata prendesse un treno e leggesse il giornale.
Esplora la realtà a trecentosessanta gradi, senza distinzioni, fagocitando ogni storia che gli interessa, passando dal raccontare un assassino in L’Avversario fino a cercare di trovare del buono in un’esperienza traumatica vissuta in prima persona in Vite che non sono la mia, dove narra storie dello Tsunami dal quale è scampato, cercando appunto di esorcizzarne l’orrore.
Lo fa senza preoccuparsi di scrivere cose di cui si vergogna o che non ritiene degne di essere dette.
Ed è lo stesso principio che c’è dietro la psicoanalisi, concetto piuttosto familiare all’autore: mettere su carta tutti i pensieri, anche se in un secondo momento potranno essere cancellati o modificati. Il risultato è un immergersi completo nelle vicende, a tal punto che sembra che a scriverle non sia l’autore francese, ma chi le ha veramente vissute.
«Quello che cerco è far coincidere un tono naturale, intimo, colloquiale se vogliamo, al massimo della tensione, così che il lettore non stacchi gli occhi dal testo. Le frasi devono avere elettricità. Ci devono essere sia rigidità che morbidezza, velocità e lentezza, come nelle arti marziali. Bisogna semplificare le frasi anche quando spieghiamo concetti complessi. Amo quello che dice Hemingway: “Conosco un sacco di paroloni, ma faccio di tutto per non usarli”».
L’esigenza di portare in superficie dei fatti, l’urgenza di esprimerli, l’eccezionalità di quello che scrive: la nonfiction può far prendere vita a storie che – se presentate come romanzo – probabilmente non vedrebbero mai la luce.
Prendiamo L’Avversario: un uomo mente per diciotto anni facendo credere a famiglia e amici di essere un medico senza mai essere scoperto, per poi commettere una strage, senza ricevere nel frattempo mai una domanda dal governo, un controllo, nulla.
Qualsiasi editore l’avrebbe trovata una buona idea per un romanzo, ma poco credibile.
Invece sono le vicende che portarono alla ribalta lo scrittore francese, nonché la triste storia dell’assassino Jean Claude Romand.
Identità, finzione, ricerca di sé stessi, sono questi i temi che l’io narrante riprende, quasi delle ossessioni che ricerca nelle vite di chi scrive.
E finché riuscirà ad usare l’Io in maniera che tutto quello che racconta sembri vero e incredibilmente vicino a noi, finché quell’Io così ansioso e prepotente avrà voglia di raccontare storie nuove probabilmente anche lo scrittore continuerà nel suo percorso di ricerca.
In copertina: Emmanuel Carrère fotografato da Stéphane Grangier per Madame.
