Letteratura: Cafè Didion
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Cafè Didion

  In Da dove vengo (2018, Il Saggiatore) Joan Didion si immerge nella storia della California — il luogo da cui proviene. Il titolo originale è Where I Was From: la traduzione italiana ha perso quella fondamentale e programmatica sfumatura data dal passato del verbo essere. Non “Da dove vengo” quindi, ma “Da dove venivo”, qualcosa […]

2 Gen
2019
Letteratura

 

In Da dove vengo (2018, Il Saggiatore) Joan Didion si immerge nella storia della California — il luogo da cui proviene. Il titolo originale è Where I Was From: la traduzione italiana ha perso quella fondamentale e programmatica sfumatura data dal passato del verbo essere. Non “Da dove vengo” quindi, ma “Da dove venivo”, qualcosa che mette già in prospettiva il tipo di narrazione che ci apprestiamo a leggere, ma soprattutto che rivela meglio di mille parole il rapporto della Didion con la sua terra.

Per chi non conoscesse il lavoro di Joan Didion, un titolo del genere potrebbe far pensare, per un momento, alla voglia puramente emotiva di un’anziana signora di lasciarsi andare a vecchi ricordi, rimpianti o isole felici della propria memoria (nel 2003 Joan Didion aveva già settant’anni); lei invece trova come sempre nella lucidità estrema e quasi sconvolgente della propria scrittura, il miglior modo di affrontare capitoli importanti della propria vita.

Ne sono un esempio l’improvvisa morte del marito, lo scrittore John Dunne e subito dopo della giovane figlia Quintana, esorcizzate dolosamente in The Year Of Magical Thinking del 2005; o anche il fondamentale The White Album del 1979, un modo per venire a patti con la fine definitiva degli anni ’60 e ’70, con tutto il bagaglio culturale e umano che i due decenni avevano rappresentato per il mondo e per la stessa Didion.

Durante la lettura di Da dove vengo ho ripreso in mano The White Album; le analogie e le differenze tra i due testi sono molto interessanti. Sembrano entrambi mettere il punto a un capitolo esistenziale, ma nonostante il primo sia quello presentato (soprattutto qui in Italia) come la sua “biografia”, troviamo molta più biografia in The White Album che nella storia della sua città e del suo stato.

Questo perché per Joan Didion l’atto di scrivere è qualcosa di estremamente naturale, che si è manifestato già nei primissimi anni della sua vita come strumento per interpretare la realtà in primis per sé stessa. In Da dove vengo, attraverso la puntuale storia della California, attraverso l’analisi della letteratura prodotta sui luoghi e gli avvenimenti più caratteristici del territorio, ci parla in qualche modo di sé, confermando come la sua storia, la sua vita e la letteratura (in forma narrativa, giornalistica o di reportage) siano tutti elementi inscindibili. La conclusione che possiamo trarre è una: non è mai esistita una Joan Didion che non fosse una scrittrice. In questo la California deve essere stata fondamentale; nelle primissime pagine del libro ripercorre la storia della sua famiglia, dalla sua bis-bis-bis-bis-bisnonna in poi, giungendo alla conclusione che le sue antenate possiedono due caratteristiche: sono pragmatiche e pratiche «poco inclini all’ambiguità» ma che allo stesso tempo, proprio a causa di questa indole, «hanno una propensione […] endemica, a piccoli e grandi squilibri, ad affermazioni all’apparenza singolari, a smarrimenti oscuri». Nella parte terza cita invece The Land Was Everything, opera del professore Victor Hanson, osservando come descriva bene alcuni tratti tipicamente californiani, tra cui «una sincerità al limite della maleducazione». C’è una scena nel bellissimo Joan Didion: The Center Will Not Hold (Griffin Dunne, Netflix, 2017), in cui alla scrittrice viene chiesto come fosse stato trovarsi nella stessa stanza di un bambino a cui era stato dato dell’LSD. La sua risposta, quasi immediata e che non tradisce nessuna emozione, è: «una manna dal cielo». Quella sincerità al limite della maleducazione, quell’essere pragmatici, trova perfetta aderenza alla sua natura da reporter, concentrata anima e corpo sul pezzo da scrivere, lasciando fuori dalla porta le emozioni al punto che l’unica risposta su una situazione delicata e profondamente drammatica come quella succitata è filtrata da una prospettiva puramente giornalistica, per la quale è giusto e soprattutto naturale considerare un bambino fatto di LSD un’autentica manna dal cielo.

Non sempre la fisionomia di una persona è fedele rappresentazione del carattere e delle inclinazioni della stessa; se guardiamo alla giovane Didion, questo sembra però essere un discorso assolutamente sensato. Quel volto pulito, dai tratti netti come tagliati con un’accetta, senza fronzoli e nulla di superfluo, non per questo sgradevoli, anzi, affascinanti ed enigmatici: un’enigma difficile da risolvere, che affonda nella terra da cui proviene. Questa sorta di voglia di sciogliere un nodo, di capire meglio qualcosa che affonda le proprie radici in un tempo lontano, permea il libro dal primo all’ultimo capitolo, anche nei momenti più “freddi” e analitici,  forse ancor di più in quest’ultimi — come da lei affermato alla fine del terzo capitolo «questo libro è una ricerca sui miei equivoci circa il luogo e il modo in cui sono cresciuta […] a tal punto insiti nella persona che sono diventata che ancora oggi mi riesce di affrontarli solo per vie indirette».

La Didion sembra cercare di smontare l’immagine che lei stessa e soprattutto la California con i suoi abitanti ha sempre avuto di sè, affidandosi alla letteratura di finzione così come alla saggistica, traendo a piene mani sia dai suoi lavori che, molto più frequentemente, da quelli altrui — le cosiddette vie indirette di cui sopra. Gli esempi più ricorrenti e significativi sono What The Railroad Will Bring Us, un articolo del 1868 a firma di Henry James sulla costruzione della linea ferroviaria; The Octopus, un romanzo del 1901 di Frank Norris sul rapporto fra industria agricola e la stessa costruzione della rete ferroviaria; infine l’inchiesta da lei stessa condotta sullo scandalo a tinte pedofile avvenuto nella cittadina californiana di Lakewood, durante gli anni novanta. Con questi e altri innumerevoli testi, tra lettere coloniali, articoli, reportage e romanzi, scava a fondo nelle contraddizioni californiane, letteralmente sradicando a mani nude quell’immagine idealizzata che sopravvive nello stato di San Francisco fino a dopo il secondo dopoguerra, definitivamente messa in crisi proprio durante gli anni novanta. La Didion sembra teorizzare che quell’originario spirito di frontiera (di lotta contro la natura ostile) dei primi coloni, rimasto a lungo immutato anche quando l’epoca coloniale era decisamente alle spalle, sia via via degenerato nel tempo e si sia trasformato, all’interno del “perfetto” meccanismo capitalista, in pulsioni criminali e malate. La terra che ha la fama di accogliere tutti indistintamente, che sembra essere sempre ricca («mi sembrava che la condizione dell’essere senza soldi, in California, non avesse la gravità irreversibile che la caratterizzava altrove»), che racchiude in sé una natura prominente e bellissima ed è fieramente indipendente dal governo federale — non possiede ormai nessuna di queste caratteristiche. L’inconfessabile dubbio della Didion è che non le abbia mai possedute.

In questo processo in cui costringe se stessa e i suoi lettori a togliere il velo di maya da davanti agli occhi, il momento in cui è percepibile con maggior forza e in prima persona il disgusto dell’autrice, è quello in cui prende coscienza che la California ha il sistema penitenziario più ricco ed esteso dell’emisfero occidentale, una vera e propria industria: «il primo fatto che si impose alla mia attenzione come un affronto personale, era che la California non si sentisse più abbastanza ricca da finanziare adeguatamente il proprio sistema di istruzione […] l’unico modo trovato dai cittadini per cercare di invertire la sorte era aggiudicarsi una prigione statale»; questo oltre ad avere una storia drammatica e paurosa di malattie mentali e i manicomi, in cui venivano spediti cittadini magari “semplicemente” depressi.

Il libro ha una commovente struttura circolare, dal momento che inizio e fine sono le due parti in cui la Didion parla direttamente della propria famiglia (soprattutto la madre) e si apre e mostra vulnerabile. Quello che sembra di percepire dalla parte prima e dalla parte quarta del libro è che la Didion è sempre stata una bambina, ragazza, donna, vecchia, profondamente emotiva, cresciuta in un contesto in cui l’emotività non si esprimeva se non attraverso riti materiali o linguistici che andavano a mascherarla o troncarla prima che si rivelasse del tutto (il padre finì in clinica per depressione, la madre era cronicamente repressa). Sembra come aver dovuto cercare un modo per esprimerla, per farla venire a galla: la sua scrittura allo stesso tempo così lineare e complessa, di una classe e profondità forse non sviscerabili immediatamente, sono state la risposta — la chiave per mantenere un equilibrio accettabile durante tutto il corso della sua vita; l’analisi storica e territoriale della California un modo per capirsi di più, per capire meglio le sue origini e fare i conti con le perdite subite nel tempo, anche se «non esiste davvero un modo per fare i conti con tutto ciò che perdiamo».

Credo che buona parte di chi scrive sogni un giorno di poter parlare di sé stessi agli altri, in termini inequivocabili.

Scrivere, che sia letteratura o giornalismo, è già implicitamente parlare di se stessi (soprattutto per la generazione del new journalism, di cui la Didion è considerata madrina) ma spesso in modo complesso, doloroso e delicato; in un modo che è aperto ai fraintendimenti e che è un vero e proprio atto di coraggio, un esporsi liberamente all’interpretazione altrui — come i trapezisti che si esibiscono senza una rete pronta ad accoglierli nel caso di caduta.

A molti non è concesso il privilegio e la maledizione di sopravvivere a se stessi, ai propri affetti e al proprio lavoro, di arrivare integri in vecchiaia, lucidi e finalmente pronti a parlare della propria vita, in una retrospettiva che fughi ogni dubbio e trasformi in storia tutto quello che c’è stato prima. Joan Didion è una di queste persone e la lucidità e la classe senza tempo che ha dimostrato in Da dove vengo sono un inno alla vita e alla letteratura, due elementi che per lei non sono mai stati del tutto distinti.

 

In copertina: foto di tradlands, distribuita con licenza CC By 2.0

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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