Letteratura: Carrère, spostati, facci vedere Cristo!
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Carrère, spostati, facci vedere Cristo!

Possiamo fantasticare sul libretto suggestivo che sarebbe venuto fuori se l’autore avesse tagliato due terzi del mattone effettivamente pubblicato. Ma concentrandoci sul buon saggio che “Il regno” avrebbe potuto essere, perderemmo di vista la ragione sostanziale per cui è costruito così com’è costruito.

Avevo letto pareri molto negativi su Il Regno di Emmanuel Carrère: non certo dai critici letterari hype, ma da parte di chi s’intende un minimo delle questioni che tratta; e perciò me n’ero tenuto lontano, finché alla fine m’è venuta la curiosità di darci un’occhiata per verificare. E in effetti, via via che leggevo m’è salito un terribile imbarazzo, fremdschamen come si dice, per questo scrittore parigino che parla di religione come se fosse un’alternativa allo yoga della domenica mattina o alla seduta dallo psicanalista; imbarazzo anche per Adelphi — proprio Adelphi! — ridotta a pubblicare delle tribolazioni spirituali degne di un articolo di Paris Match.

Questo fino a pagina 142 (dell’edizione francese, perché quella avevo sotto mano). Quando Carrère inizia a raccontare di Paolo di Tarso allora il libro diventa, per qualche centinaio di pagine, addirittura interessante: un buon saggio divulgativo, spigliato e appassionante, al limite del colloquiale, con qualche felice intuizione ispirata dal confronto con Philip K. Dick e persino alcuni anacronismi illuminanti. Una versione colta di uno spettacolo di Benigni sulla Divina Commedia, diciamo, che trova le parole adatte per raccontare al lettore contemporaneo una vicenda che gli è del tutto estranea — e perciò tanto “pittoresca” per i bobò annoiati che frequentano in massa il sentiero di Compostela.

L’autore ha studiato bene la materia di cui parla e fornisce (nel blocco centrale del libro) una lettura perlopiù condivisibile della delicata operazione culturale compiuta dal più celebre ebreo folgorato a Damasco. Il problema è che Carrère non regge sulla distanza, e dopo la pagina 400 il libro s’impantana nuovamente tra digressioni, estenuanti giovanilismi, masturbazioni (reali e figurate) o inutili congetture, trasformandosi in una specie di diario senza capo né coda delle sue letture bibliche. Ci sono ancora, qua e là, diverse occasioni per imparare e per riflettere. Ma qual è il senso di tutto questo? Cos’è questo libro, perché esiste? Se lo scopo era, come appare chiaro quando per la prima volta l’autore si paragona al giovane ricco del vangelo di Luca, dolersi di essere troppo agiato e troppo intelligente per ambire al Regno promesso da Cristo, forse non erano necessarie 600 pagine di autoanalisi: lo si era capito dalle prime tre. All’incrocio tra la religione e la categoria web dei “First World Problems” sta questo bizzarro oggetto letterario.

Un autore che ha il coraggio di scrivere che un pensiero di Seneca sul suicidio è “carino” (mignon) ha bisogno di due cose: di un editor e di una ginocchiata nei denti. Il problema è che appunto in questo libro tutto è carino. Ogni cosa descritta da Carrère esce da queste pagine rivestita da una specie di melassa. Certo Carrère è onesto, trasparente, consapevole, consapevole della sua consapevolezza, trasparente sulla sua onestà, trasparente sulla sua consapevolezza di essere onestamente consapevole e via postmoderneggiando. Ma la sua consapevolezza non rende il libro più interessante, se non come documento di un fenomeno piuttosto banale: la fascinazione del borghese postmoderno per le faccende religiose. Una fascinazione agnostica che lo allontana dal proprio oggetto di speculazione più di quanto farebbe un sano e sincero ateismo. Carrère crede che la religione sia una faccenda che riguarda l’anima; non la società, l’economia, la storia, i regimi di verità, ma l’anima! Come si può scrivere qualcosa di buono, a parte un manuale di self-help, con queste premesse? I cristiani antichi credevano nella risurrezione della carne, mica nella salute dell’anima. I loro problemi erano molto concreti, perché il loro mondo era tutto fuorché carino.

Possiamo fantasticare sul libretto suggestivo che sarebbe venuto fuori se l’autore avesse tagliato due terzi del mattone effettivamente pubblicato, ovvero tutti quei passi tipicamente alla Carrère (ma qui siamo alla caricatura) che raccontano quanto lui sia fastidiosamente ricco, quanto frequenti la buona società, quanto sia tormentato e però anche a tratti incredibilmente felice, quante pagine di Nietzsche legge ogni mattina mentre beve il caffé e quante lettere di Seneca seduto al bar e quanto faccia yoga. Per non parlare di quanto ha dovuto cercare prima di comprare casa sull’isola di Patmos dove Giovanni scrisse l’Apocalisse.

Quello della casa a Patmos è uno dei momenti più imbarazzanti del libro, nel quale finalmente appare chiaro con che libro abbiamo a che fare: una specie di Fuoco Pallido involontario — quel finto saggio per mezzo della quale Vladimir Nabokov si era divertito a raccontare, nella note a pie’ di pagina d’una poesia, la storia di un critico incapace di distogliere l’attenzione da se stesso. O magari, per chi lo ha letto, a quell’esilarante libro sui Giganti di Ermanno Cavazzoni nel quale il narratore passa il tempo a lamentarsi per i fatti suoi.

Ma concentrandoci sul buon saggio che Il regno avrebbe potuto essere, perderemmo di vista la ragione sostanziale per cui è costruito così com’è costruito. La fastidiosa cornice della sua ricerca su i primi cristiani è il dispositivo meta-letterario che gli serve per costruire un certo “oggetto sociale”. Non un banale libretto divulgativo che galleggi ai margini della sua bibliografia ma una sorta di romanzo non-romanzo, un’entità letteraria legittima che appartiene a categorie riconoscibili del discorso critico: l’autofinzione e la nonfiction. E per ottenere questo effetto, per produrre questa legittimazione, per rendersi immediatamente riconoscibile a coloro che decreteranno il suo successo, Carrère sostanzialmente sabota la propria opera: la dilunga, la inquina, la glitcha, la rende contradditoria e insicura, la spappola in un flusso di coscienza autoindulgente che mima una ricerca spirituale buona al massimo per un pubblico di signore Bovary.

E quando è finalmente riuscito a sputtanare ogni valido spunto, ecco che prende forma il libro perfetto per concorrere ai premi letterari. Il gioco è vecchio ma funziona sempre. Carrère rende artificialmente visibile la sua presenza di autore proprio come un artista contemporaneo, pur di non essere ridotto a banale “illustratore”, deve sporcare in qualche modo il suo disegno, decostruirlo, esporne i materiali di costruzione, farne una palinsesto. Con questo giochetto, l’autore guadagna il rispetto dei suoi pari e il loro sostegno promozionale, che poi misurerà dall’incremento di copie vendute. Migliaia di persone andranno a leggere il suo libro, fingendosi interessate alla storia del cristianesimo antico, pur di toccare con mano un presunto capolavoro letterario costruito a tavolino, effimero come la vita di una farfalla. Ma perché noi abbiamo dovuto perdere qualche ora a leggere un libro reso peggiore dalla sudditanza dell’autore alle mode letterarie?

 

La foto di Emmanuel Carrère che danza al party della Scuola Holden sono di Alessandro Albert.

 

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi e si occupa di marketing, in senso ampio.
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