Fruttero alla fine della sua vita era abbastanza solo ma non si lamentava affatto; ha sempre mantenuto quell’ironia che lo contraddistingueva, quello sguardo lucido e spietato sul mondo che gli ha reso possibile scrivere quello che ha scritto (non ha mai smesso di fumare: Nazionali, Gitanes o Gauloises lo hanno sempre accompagnato e quando gli fu chiesto di smettere di fumare rispose che se avesse smesso di fumare avrebbe smesso di scrivere e se avesse messo di scrivere avrebbe smesso di vivere). Perse il suo compagno di scrittura Lucentini nel 2002, suicida a causa del male incurabile che si portava dietro, e nel 2007 perse anche sua moglie (con la quale ogni giorno faceva un sonnellino di due ore dopo pranzo).
Fruttero è famoso per la coppia che componeva con Lucentini, ma oltre a quel sodalizio artistico e umano, si cela una altrettanto valida produzione che, in tempi in cui i gialli sono il profumo della vita, e F&L ne hanno prodotti tantissimi, purtroppo rimane oscurata. Oltre all’attività in proprio di narratore, Fruttero ha per tutta la vita fatto anche il traduttore, occupandosi di opere fondamentali per la cultura contemporanea (un nome su tutti quello di Beckett di cui ha tradotto il teatro, ma anche quello di Vance Packard di cui ha tradotto il lungimirante e attualissimo I persuasori occulti), senza dimenticare la direzione della collana di fantascienza Urania.
Per non farvi cogliere impreparati nelle conversazioni più impegnative, ecco qualche cosa che non potete non sapere su di lui.
La Maremma e Calvino
Carlo Fruttero era un grandissimo amico di Italo Calvino. Trascorrevano insieme i loro periodi di vacanza da vicini di casa, entrambi nella loro casa di Roccamare, a Castiglione della Pescaia. Si trovavano spesso in paese, quando venivano spediti «dalle donne di casa a fare la spesa, in bicicletta». Si vedevano sempre e si videro anche quel 6 settembre arrivato troppo presto, quando fu lo stesso Fruttero ad accompagnarlo all’ospedale di Siena dove poi morì il 19 settembre, giorno del compleanno dell’altro. Il 15 gennaio 2012 se ne è andato anche lui e adesso riposa vicino a Calvino (come aveva richiesto prima di morire), nella parte alta di Castiglione della Pescaia, il posto da dove si vede il mare.
Campiello
Tutte le volte che penso a lui la mia mente va a quell’assurda premiazione del Campiello del 2007: Fruttero è nella cinquina finale e si presenta alla consegna del premio con le sue meravigliose Espadrillas gialle e il suo completo beige, il contrario dello smoking sfoggiato dal presentatore Bruno Vespa che però qua dice forse la cosa più giusta della sua vita, «Lei è di una raffinatezza imbarazzante», cogliendo l’estetica non solo dell’abbigliamento di Fruttero ma anche della sua scrittura (e secondo me era pure geloso nel suo abito da pinguino). Il premio non lo vincerà, arriverà quinto (cioè ultimo) ma si prenderà una standing ovation che lo porterà a schernirsi dicendo, tremolante con il suo bastone al centro del palco, «Grazie ma non sono mica Clooney».
La creazione
Proprio nella sua casa di Roccamare, nel 2008, ha dettato alla figlia una delle sue ultime fatiche; lui, non credente che però teneva sempre sul comodino accanto ai Promessi Sposi la Bibbia, scrisse una filastrocca per bambini sulla Creazione (pubblicata da Gallucci con le bellissime illustrazioni di Làstrego&Testa), «sotto l’Alto Patrocinio dell’Onnipotente». Non si discosta dal racconto biblico ma lo arricchisce con delle cose che a Dio erano passate di mente: «Ma in confidenza come sta venendo questa Creazione?/Piena soddisfazione, per ora,/anche se siamo ancora un po’/sul desolato, mancano parecchie cosette:/la clorofilla, per dirne una, il grano, l’uve, il caffè/praterie sconfinate e giungle appiccicose/la prorompente forsizia, la bavosa liquirizia,/la marijuana, (sì, che c’è da guardare?) ecc.». Di seguito vengono il sole e la luna, i pesci e gli uccelli, l’uomo e la donna fino ad arrivare al settimo giorno, quello del riposo. Ma il riposo si trasforma in momentanea tristezza quando ci si chiede «cosa mai voglia dire il pur nobile guazzabuglio». La risposta ironica raccoglie quello che era Fruttero: «Nessuno lo sa, francamente. Dovremo aspettare il cimitero, virgola, temo».
Gheddafi
Quando i quotidiani erano ancora ricchi di penne preziose e prestigiose, anche Fruttero e Lucentini tenevano una rubrica sul quotidiano torinese La Stampa dal nome L’agenda di F&L. Il corsivo più famoso rimane quello della terza pagina del 6 dicembre 1973 intitolato Pare che…. Si trattava di un corsivo che prevedeva con lauto anticipo i possibili intrighi italiani dell’allor giovane colonnello Gheddafi (al tempo al pieno del suo potere e partecipante al capitale Fiat). Il Colonnello non prese bene la tagliente ironia del duo (tipo questo passaggio: «Pare che Gheddafi sia in realtà una creatura della Cia. Non muove un dito senza chiedere il permesso a loro») e minacciò Agnelli di bloccare le importazioni Fiat se non avesse licenziato la coppia di giornalisti. Agnelli ovviamente non cedette al ricatto e si tenne i due scrittori senza fare una piega se non tanti anni dopo quando, ricontrando Fruttero, gli disse: «Eh. Ci siete costati cari».
Einaudi
Dopo aver vagato per Parigi, Londra e Bruxelles con impieghi più o meno temporanei, Fruttero inizia a lavorare per la casa editrice dello Struzzo (per cui già nel periodo parigini aveva iniziato a tradurre). Il suo vicino di scrivania è nient’altro che Italo Calvino: «Calvino era piazzato spalle al muro, alla mia destra, faccia alla finestra; mentre il mio tavolo, ad angolo retto rispetto al suo, prendeva da quelle finestre una buona luce da sinistra anche d’inverno. Lavoravamo chini sui nostri rispettivi dattiloscritti, tra lunghi silenzi e lunghe telefonate, in massima parte di Calvino, che teneva contatti con un’infinità di gente».
Beckett
Oltre ad aver tradotto Salinger, Packard e Wilder, la carriera di traduttore di Fruttero è indissolubilmente legata al nome di Samuel Beckett. Fruttero è Beckett in italiano, è il traduttore di tutto il suo teatro di cui era anche un grandissimo conoscitore. Fu lungimirante, nella prima edizione italiana di Aspettando Godot nel 1956, nel dire come il nome del protagonista, come quello di Josef K., stesse «entrando nella mitologia popolare» e si avviasse «a diventare un’espressione idiomatica». Per lui era l’unica possibile incarnazione di Shakespeare nel ‘900 e le sue tragedie erano le uniche tragedie oramai possibili. «Dietro ogni singola parola si intravede, e poi si vede con crescente sgomento, una meticolosità ferrea, fanatica, che non lascia al caso neppure una virgola. È come accorgersi che quello stringato capannone per rottamature è opera in realtà di Brunelleschi. Una simile scoperta ha sul traduttore un effetto paralizzante. Nulla più suona giusto e l’unica soluzione seria che si fa luce tra tanta avvilente impotenza a volgere questi testi, questi suoni, in italiano, è di riprodurli tali e quali, di descriverli nell’originale, identici, come Pierre Menard fece con il Don Chisciotte».
Mutandine di chiffon
Mutandine di chiffon è stato l’ultimo libro (escluso La patria, bene o male con Massimo Gramellini) pubblicato da Fruttero. L’opera si compone di “memorie retribuite”, un’ autobiografia spuria, non progettata dall’autore, che raccoglie testi scritti occasionalmente su commissione. Il risultato finale sono tanti piccoli quadretti che tratteggiano il lavoro culturale (ma non solo culturale, anche umano) della generazione giunta alla maturità dopo la seconda guerra mondiale. La scrittura elegante e piana di Fruttero racconta dell’amicizia con Chichita Calvino che, reputandolo il suo migliore amico, gli faceva assaggiare «una composta di frutta accessibile esclusivamente ai radi abitanti di una valle dell’Auvergne», del party a casa Armani in cui si presenta Giorgio Bocca con un’improbabile camicia di seta rossa, delle tombole organizzate da Pietro Citati, della scappatella di Simenon con la moglie che lo attendeva e dell’assoluta precisione di Lucentini durante le loro sessioni di scrittura (45 minuti di discussione su un punto e virgola). E si trova l’amore per la letteratura scoperta in un castello durante la guerra, «passione feroce ed esclusiva come il gioco o il terrorismo» e la scoperta di poter essere irriverenti anche coi grandi (Kafka «è niente male» e Zola è «una ciula completa»).
