Letteratura: Chuck Palahniuk ritorna a sfornare volgarità con un certo stile
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Chuck Palahniuk ritorna a sfornare volgarità con un certo stile

Non si può definire Chuck Palahniuk uno scrittore nel senso classico del termine, ma questo non è necessariamente un male, soprattutto per lui.

30 Giu
2015
Letteratura

Non si può definire Chuck Palahniuk uno scrittore nel senso classico del termine, ma questo non è necessariamente un male, soprattutto per lui. L’autore è infatti uno dei pochi, e fortunati, che coinvolge quella fetta di pubblico a cui della letteratura importa veramente poco, quasi nulla. Tradotto significa che è un autore di profondo e radicato successo. D’altra parte, visti i numerosi libri pubblicati, sarebbe ingiusto declassarlo a “il tizio che scritto Fight Club”. Ne è dimostrazione Make Something Up, una serie di racconti brevi pubblicati pochi giorni prima del più atteso fumetto Fight Club 2.

Make-Something-Up_Palahniuk

Su chuckpalahniuk.net è uscito questo commento: «In Make Something Up ci sono una serie di storie che disturbano e deliziano il lettore. Vengono mostrate l’assurdità sia della vita che della morte».

Effettivamente tutti i racconti del libro sono trasgressivi e a loro modo provocatori, nel pieno stile dello scrittore americano: una serie di oscenità e non-sense buttati in mezzo alle storie che probabilmente verrebbero rifiutati da un qualsiasi editore, a meno che il nome sul manoscritto non sia appunto Chuck Palahniuk. A molti critici dà fastidio come lo scrittore di Portland usi le sue capacità narrative per creare storie al limite del buon gusto, o meglio come utilizzi un dono per sponsorizzare il male, se così si può dire.
La critica capita a ragione, ma d’altronde il pubblico di Chuck sa cosa aspettarsi dal suo beniamino.
Non li avrà quindi sorpresi che in ogni racconto di Make Something Up ci sia una ricorrenza, una sorta di rito quasi bizzaro, fastidioso: infatti, tra una torcia umana e una battuta sulle tette, ad un certo punto delle storie qualche personaggio deve necessariamente riempire qualcosa con urina, tipo un profilattico, anche se nel contesto questo sembra non avere senso.

Per non parlare delle battute quasi bambinesche sul prepuzio che imperversano in buona parte del libro – ah ah, prepuzio – o sulla misoginia onnipresente che sicuramente funge da repellente per molte donne che si avvicinano ai brani.

Misoginia forse non è il termine adatto: l’autore condisce il libro con una dose abbondante di misantropia che si estende non solo verso l’umanità, ma tutto l’universo. Battute offensive, abusi minorili, campi di prigionia dove sono rinchiusi omosessuali che in realtà non sono altro che ragazzi etero che vogliono spillare soldi ai genitori completano il quadro di questo libro che sembra essere la sagra del cattivo gusto. Ma che ci crediate o meno tutti questi scenari finiscono per avere un senso.


Insomma, Palahniuk si rivela il solito cattivo ragazzo che mi ha fatto innamorare con storie al limite dell’assurdo, tipo Gang Bang, lo stesso cattivo ragazzo dal novantasei, data di uscita di Fight Club.
Lo stesso che i critici vorrebbero stroncare accusandolo di essere solo un bambino capriccioso che si sfoga parlando di oscenità, ma che poi devono ricredersi quando trovano frasi piene di sentimento come: «In un certo senso è sbagliato fotografare una persona cieca. È come rubargli qualcosa di incredibilmente caro di cui non sono a conoscenza». Ecco Chuck Palahniuk è il classico genio e sregolatezza, una delle ultime rock star letterarie, sicuramente uno da prendere o lasciare.

E io lo amo, amo il fatto che non gli interessi che le sue storie tolgano automaticamente dal suo target un certo tipo di pubblico, (chi leggerebbe un racconto su spogliarelli maschili, circo e incontinenza?), amo quella specie di arroganza provocatoria che mette in ogni frase.  La sua scrittura avvalora inoltre una tesi che sostengo dal primo momento in cui ho letto un libro: non conta cosa racconta una storia, ma come viene raccontata. Infatti, contenuti non adatti a deboli di cuore e persone facilmente impressionabili a parte, il punto forte di Make Something Up è la narrazione: sia chi ha letto vari testi di Palahniuk sia chi conosce solamente Fight Club sa bene il gusto che ha l’autore nel creare scenari grotteschi e al limite dell’immaginazione, conosce la minuzia dell’orrido con cui dipinge le situazioni più estreme e sa come con un colpo di penna riesca a ricondurre tutto alla realtà in poco tempo, in modo stupefacente, quasi elementare.

La sua buona scrittura non è affatto sprecata per parlare di spogliarelli maschili, preservativi pieni di urina e vomito, e lui non è uno scrittore alla disperata ricerca di attenzioni o che vuole soltanto sfruttare il suo nome per pubblicare altre storie. Palahniuk sa benissimo che una fetta del suo pubblico lo segue a prescindere perché in fondo per alcuni è pur sempre il tizio di Fight Club e infatti la storia numero diciannove di Make Something Up, Expedition, annunciava in pompa magna un cameo di Tyler Durden, che avrebbe anticipato il suo agognato ritorno in Fight Club 2. Il racconto vede il protagonista, Felix M.,cuscire di casa ogni notte alla ricerca di un innegabile segno dell’esistenza della divinità, vagare tra miseria e disperazione per le strade e i sobborghi più malfamati, confrontandosi con situazioni e personaggi al limite della realtà. Più si prosegue più quello che ci si aspetta è l’intervento dell’eroe di Fight Club, ma niente. E anche se in realtà dopo metà della storia del buon Tyler non vediamo l’ombra importa davvero poco.

Come il fatto che venga appena nominato, quasi che la sua breve apparizione nel racconto non sia altro che una trovata commerciale, l’ennesima infamata di Chuck Palahniuk per costringere gli scettici a leggere il suo libro, quasi a voler dire: «Sono molto più di Fight Club, stronzetti».

Samuele Maffizzoli
Samuele Maffizzoli
Nato a Verona nel 1988, vive tra Italia e UK. Ha tradotto per The Post Internazionale, collabora con Dude e Calciatori Brutti. Il resto sono speculazioni e bugie.
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