CIRCOLO DISAGIO #3 • Una rubrica di commento a Masterpiece che è proprio come ve l’aspettate
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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CIRCOLO DISAGIO #3 • Una rubrica di commento a Masterpiece che è proprio come ve l’aspettate

[…] il gruppo d’ascolto si riunisce in un abbraccio spontaneo, consci che, comunque vada, i veri eroi siamo noi.

Prima ancora che la puntata abbia inizio, il gruppo d’ascolto si riunisce in un abbraccio spontaneo, consci che, comunque vada, i veri eroi siamo noi, che ci incontriamo con questo freddo la tarda sera domenicale, mentre il resto del mondo se ne sta in pigiama sotto le coperte davanti alla Domenica Sportiva, in attesa della nuova settimana. Premesso questo, sembra proprio che qualcuno degli autori di Masterpiece osservi il Circolo Disagio per metterci alla prova ogni puntata successiva. Se tre settimane fa il nostro commento era stato «almeno i casi umani fanno ridere», due settimane fa ci eravamo salutati accompagnandoci alla porta con un «peccato, meno casi umani, ma almeno seguire la puntata su twitter è uno spasso». Purtroppo per la terza puntata eventuali resurrezioni non sono state affatto considerate: una moria generale di sagacia e tensione narrativa sia in tv che sui social network. Ma ostinati come un Don Chisciotte – che una volta preso l’impegno con i mulini, decise di schiantarcisi contro, a proposito di alta letteratura – ci siamo stretti sul nostro divano a immaginare carichi d’attesa quali sarebbero state le prove immersive e quale il mostro finale in ascensore. Nessun problema però: a Masterpiece sanno bene come rovinare la suspence e fanno subito il nome di Silvia Avallone.
Nella terza domenica di gara – datata primo dicembre – i giurati sono stati avvisati che trattandosi di fascia natalizia avrebbero dovuto essere più buoni per compiacere il pubblico da casa. Ergo: dopo i casi umani, ci privano anche della consueta carneficina iniziale alla quale ci eravamo tanto affezionati. Sempre più in disuso anche lo strumento Epiteto. I concorrenti sono molto vicini alla comune definizione di essere umano e cittadino.

Una nota particolare su uno degli esclusi, Francesco Di Dio. Vi dice niente questo nome? Il suo romanzo, «che guarda il mondo attraverso gli occhi di un bambino», si incentra sul miracoloso episodio di una Madonnina Piangente. I giudici gli criticano lo stile infantile, eccessivamente semplice, macchiandosi di un errore da farisei: non riconoscere che quello che si trovano davanti si tratta nientemeno che di sermo humilis. Eppure il messaggio pareva abbastanza chiaro dal nome del concorrente. Lo Scrittore Santo mandato nel reality dalla Chiesa, attualmente impegnata in un potente restyling, non è stato riconosciuto e di conseguenza è stato allontanato dal programma impedendo al Vaticano che la Bompiani stampasse a suo carico una nuova edizione della Bibbia. Che granchio!
Ma passiamo ai finalisti.
Agnese: la ventenne di Valdagno con il romanzo dal titolo Dove si addormentano le aquile – qualcuno di noi fa notare che a quanto pare sono tutti della Roma (presto scopriremo perché).
Palazzo Maria Come Da Anagrafe: con la passione per le divise del personale di Italo Treno, si presenta con un romanzo a sfondo sociale introdotto da una scena molto forte di pedofilia tra padre e figlio. Dalla musica suscita-tensione e il silenzio patetico della giuria, siamo quasi sicuri che potrebbe essere lei il cavallo vincente della puntata.
Poi c’è Adelmo: il suo manoscritto comico su Zeman allenatore del Foggia nei giudici scatena grosse risate, tra noi grosse perplessità. Il romanzo che vomita termini calcistici e improvvise citazioni dai The Verve sembra essere stato scritto dal generatore automatico di status su facebook piuttosto che da un essere umano. Nonostante questo su twitter Daria Bignardi ci fa sapere che tifa per lui. A quel punto le chiediamo cosa stia leggendo in questo periodo, così, per farci due calcoli, ma lei non ci degna di risposta. Dopo un po’ il nostro tweet risulta misteriosamente scomparso. I più cattivelli di noi ipotizzano che Daria non legga affatto.
Per il momento non sappiamo che Adelmo con il tempo diventerà il concorrente che ci convince più di tutti – insieme a Vargas. Il nostro preferito, ribattezzato subito come Gramsci/Valentino Rossi, in segno d’affetto. Finalmente riporta a galla il binomio scrittura-sofferenza, salvo poi rimorchiare dopo neanche venti minuti di trasmissione la concorrente Palazzo Maria Come Da Anagrafe, suscitando esultanze e ovazioni tra i presenti. Una chiara dimostrazione che la tattica “nichilista depresso” ha ancora le sue cartucce da sparare.
Lo possiamo dire che fino a questo punto della puntata ci siamo davvero annoiati? Sì, lo possiamo dire. Riponiamo le nostre speranze nella prova immersiva e in una maggiore presenza del nostro caro Coppola che fino ad ora ci ha sempre tolto le castagne dal fuoco quando la puntata perdeva quota. Le premesse ci sono: suore da una parte, culturisti dall’altra. C’è l’imbarazzo della scelta: si può intraprendere la strada della blasfemia, oppure attingere a piene mani, con la verve che solo un peso piuma possiede, nel repertorio del tutto muscoli e niente cervello. Anche se poi si finisce quasi sempre col sostenere che ce l’hanno piccolo, perché dove non arriva il sillogismo, si sa, arrivano gli evergreen da spogliatoio, garantito.
Massimo Coppola, sadico e autolesionista, a un certo punto legge Beckett di fronte a una platea di aminoacidi e steroidi in preda al panico, qualcuno sviene, altri perdono inspiegabilmente sangue dal naso.
Dall’altra parte invece un mucchio di suore palesemente stordite dalla chiamata del Signore, si riunisce in cerchio neanche fosse un gruppo di alcolisti anonimi mentre noi a scanso di ogni equivoco stappiamo la bottiglia di vino e ci distraiamo un po’. Daria Bignardi non ci risponde.
La prova di scrittura ci riporta ai tempi delle elementari, quando si delegava a fratelli e sorelle maggiori l’ardua impresa di scrivere il tema «descrivi la tua cameretta», salvo poi essere chiamati a leggerlo alla lavagna e non conoscerne la maggior parte dei termini. Stessa cosa accade con le due concorrenti donne, che ad onta dei sagaci romanzi presentati, zoppicano sul diario di Madre Superiora. A Circolo Disagio avremmo tanto desiderato un personaggio imprevedibile di Madre Superiora che sul diario deposita il suo peggiore turpiloquio e lo chiude a chiave in un cassetto per non portarlo con sé tra i corridoi del monastero. Ma niente.
Il nostro Valentino Gramsci invece diventa coerentemente un perseguitato: non hai letto i russi e nemmeno Beckett? Ti spacci per depresso e poi rimorchi? Devi pagare e pagherai. Eliminato, nonostante un’ottima prova di scrittura, a nostro avviso.
In finale rimangono lo zemaniano (che poi Zeman oltre a non vincere mai, non vende neanche con la biografia ufficiale, figuriamoci con quella del fan di Foggia, siamo seri) e la tipa con mezza testa rasata estranea alla massa con il suo romanzo gay-friendly ambientato nel ’68. E sarà proprio lei la vincitrice della puntata. Si mugugna: beh facile, ora tutto ciò che parla di diritti gay va di moda – oppure – ma sì, dovevano far passare una donna!
Silvia Avallone ride e sorride bonariamente, non le hanno scritto altro. Forse è ubriaca, ma come biasimarla? Non è facile per nessuno. Alla prossima puntata. Forse.
A cura di Olga Campofreda, Edoardo Vitale, Giordano Nardecchia.


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