Letteratura: Cosa sto leggendo: La sottile linea rossa.
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Cosa sto leggendo: La sottile linea rossa.

Vorrei parlare un attimo di James Jones. No, non James Joyce, di quello se ne parla forse anche troppo. James Jones. Che nome incolore, eh? Un po’ come Bill Brown. Una specie di Mario Rossi americano. Un signor Qualsiasi.
Vero. E non è neanche uno di quegli scrittori di cui si parla nel bene o nel male (tipo Philip Roth), quando si parla di libri invece che di celebrità. Chi era costui, allora? Diciamo due cose: Jones era uno ed era stato a Guadalcanal. Anzi, era uno scrittore molto…

Vorrei parlare un attimo di James Jones. No, non James Joyce, di quello se ne parla forse anche troppo. James Jones. Che nome incolore, eh? Un po’ come Bill Brown. Una specie di Mario Rossi americano. Un signor Qualsiasi.
Vero. E non è neanche uno di quegli scrittori di cui si parla nel bene o nel male (tipo Philip Roth), quando si parla di libri invece che di celebrità. Chi era costui, allora?
Diciamo due cose: Jones era uno scrittore ed era stato a Guadalcanal. Anzi, era uno scrittore molto probabilmente perché era stato a Guadalcanal. Trattasi di un’isola del Pacifico: oggi c’è l’aeroporto internazionale dove atterra chi vuole visitare le Isole Salomone. Anche nel 1942 c’era un aeroporto, e se lo contesero per sei mesi americani e giapponesi. Settemila morti per i primi, più di trentamila per i secondi. Jones ne uscì vivo, ma sicuramente piuttosto scombussolato da quel che aveva visto, e anche ferito.
Nel 1962 Jones pubblica un romanzo intitolato La sottile linea rossa. Forse qualcuno conosce il film di Terrence Malick con lo stesso titolo. Forse qualcuno l’ha anche visto. Ma non molti hanno letto il libro. Beh, male. Il libro merita, anche se dopo le prime cento pagine (su oltre quattrocento) quelli che hanno visto il film cominceranno a pensare che ci sia un errore. Il libro racconta un’altra storia. I personaggi sono diversi, fanno cose diverse. Poi però a
circa metà cominciate a trovare episodi che stanno anche nel film: il soldato che si fa saltare in aria il sedere per sbaglio, il sergente innamoratissimo della moglie che capisce dalle sue lettere che lei lo sta tradendo (infatti alla fine gli arriverà la richiesta di divorzio), il capitano troppo buono che viene silurato dallo spietato e ambizioso colonnello perché si è rifiutato di mandare i suoi uomini a farsi massacrare in un attacco suicida (e che alla fine verrà tolto dal comando della compagnia nonostante avesse ragione a suggerire tutt’altra tattica, anzi forse proprio perché aveva ragione). Ma tutto questo riemerge in mezzo ad altre vicende del tutto diverse. Witt il soldato del Kentucky che pare stupido ma sa combattere come nessun altro. Welsh il sergente cinico e sbroccato che però ha capito qualcosa della guerra, e cioè che si combatte per la proprietà, per i soldi (ben prima delle Guerre del Golfo, l’aveva capito). Fife il furiere vigliacco che di colpo scopre che è capace anche lui di combattere e ammazzare. Doll che fa collezione di denti d’oro strappati dalle mascelle dei giapponesi morti. Dole che sente l’attrazione fisica per un altro soldato, ma è arciconvinto di non essere un frocio. E così via.
Il bello di questo romanzo è che non ci sono eroi. E non ci sono cattivi. I soldati americani sono gente qualsiasi, capace di tutto. Ammazzano i giapponesi senza neanche pensare a farli prigionieri, come effettivamente accadeva. Non si lavano e
puzzano. Si ubriacano appena possono. In combattimento il giorno prima se la fanno sotto (talvolta letteralmente), il giorno dopo si guadagnano una medaglia (non sempre meritatamente). I giapponesi sono dei disperati affamati, che a momenti neanche si reggono in piedi per la denutrizione, ma continuano a combattere come pazzi anche quando non c’è più speranza e poi si fanno saltare in aria con una bomba a mano. Oppure si arrendono senza neanche combattere, per essere massacrati dagli americani a scanso d’equivoci. La guerra di Jones è brutta, sporca, cattiva, confusionaria, incasinata, spregevole, con momenti di puro delirio e momenti assolutamente comici. Non è la guerra dei film che vedevo io da ragazzo, dove buoni e cattivi erano ben definiti. Né la guerra di oggi, dove le uniche vittime sono i civili. Come dicevo io, è un gran casino. Un po’ come la Libia.
E proprio per questo mi pare il caso di rileggere oggi La sottile linea rossa, ora che sta per fare cinquant’anni. Per ora, posso solo dire che è un romanzo invecchiato incredibilmente bene, come un vino di gran classe. Ma a differenza del vino, questo libro più lo bevi e più ti fa diventare lucido.
(Lo trovate pubblicato da Rizzoli – ahi ahi! – ma tradotto da Mantovani – serissimo professionista – a euro 5,24… praticamente regalato.)
Cosa sto leggendo torna tra quindici giorni.

Umberto Rossi
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