Cosa sto leggendo: L’arcobaleno della gravità (parte 1)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cosa sto leggendo: L’arcobaleno della gravità (parte 1)

Thomas Pynchon. Sì, quello che non rilascia interviste, non si fa fotografare, non va in televisione né alla radio, non si sa che cavolo fa, non si sa dove sta (pare a New York, vattelappesca!), è un mistero, un enigma, una leggenda, forse non esiste, forse è Salinger, solo che quello è morto, forse è Elvis Presley.

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Ok, finora ho avuto gioco facile. Faccio un paragone alpinistico? Abbiamo scalato qualche tremila e quattromila. Ora, pronti tutti, questa è un’himalayana, sono più di ottomila metri, serviranno le bombole d’ossigeno. E non dite che non vi ho avvertiti.
Thomas Pynchon. Sì, quello che non rilascia interviste, non si fa fotografare, non va in televisione né alla radio, non si sa che cavolo fa, non si sa dove sta (pare a New York, vattelappesca!), è un mistero, un enigma, una leggenda, forse non esiste, forse è Salinger, solo che quello è morto, forse è Elvis Presley.
Oddio, ma perché il mito su Pynchon e di Pynchon? Solo perché non si vede? Torniamo indietro nel tempo. È il 28 febbraio 1973 (occhio alla data). Esce nelle librerie un mattone di romanzo. Titolo: Gravity’s Rainbow. L’arcobaleno della gravità. Discretamente strano: se oggi uno scrittore si presentasse da un editore con un titolo del genere, sicuramente glielo farebbero cambiare. Il libro è grosso, più di 700 pagine, ma vende. Nonostante la sua stranezza, anzi proprio per quella. Diventa un bestseller dei campus universitari.
Quanto è strano? A partire dalla prima riga: A screaming comes across the sky. Un urlo viene attraversando il cielo. Cos’è? Ci vuole un po’ per capirlo, perché prima ci viene descritta una stazione ferroviaria sovraffollata di profughi, poi ci si dice che è un sogno, il sogno di un commando inglese, il capitano Geoffrey “Pirate” Prentice. Che abita in una grossa casa vittoriana piena di gente addormentata, amici e conoscenti. È il 1944 e fuori c’è la guerra, ma gli ospiti di Prentice se ne fregano. Sono lì per un evento sociale, sono venuti da tutta Londra perché a casa di Prentice, in una serra, ci sono degli alberi di banane, e si sta per organizzare il Banana Breakfast. Una monumentale colazione a base di banane, torte frullati gelati, di tutto. Una sciccheria in tempo di guerra, ecco perché le colazioni di Prentice sono così popolari.
Ok, abbiamo capito, è una commedia. È da ridere. È una cosa da non prendere troppo sul serio. Ma fuori la guerra invece è parecchio seria. Prentice vede una scia luminosa nel cielo invernale, lontana lontana. Lui sa cos’è: l’arma segreta di Hitler, il primo missile balistico. Troppo veloce per intercettarlo, in grado di colpire Londra dall’Olanda. La V-2, un autentico incubo per gli inglesi, proprio ora che i bombardieri della Luftwaffe non osano più fare raid sulla metropoli. Un capolavoro di ingegneria aerospaziale, un capolavoro letale; dove cade semina morte e distruzione, soprattutto tra i civili. Si mangiano banane nella guerra dipinta da Pynchon, ma muore anche la gente.
Dopo questo primo episodio, tra commedia e tragedia, succede di tutto. Dopo 100 pagine si finisce all’inferno, in una casa requisita vicino all’Aia, dove dimora il capitano Weissmann, ufficiale delle SS, che tutti conoscono come Dominus Blicero, e cioè Signor Morte. È un bastardo assetato di sangue, un pervertito, gode nell’organizzare orge sadomasochiste dove si sfoga su ragazzi e ragazze. In una scena decisamente brutale del romanzo ha un ospite italiano, e in due si divertono a penetrare un giovinetto tedesco, Gottfried, lo schiavo sessuale di Blicero: l’operazione la chiamano Asse Roma-Berlino. Blicero non è solo il comandante di uno dei reparti che lanciano le V-2 su Londra. Ha le mani in pasta in qualcosa di grosso, di molto più grosso. C’entra l’S-gerät, l’apparecchio S, che tutti vorrebbero avere, ma nessuno sa bene cosa sia. E c’entra una V-2 modificata, dal numero di matricola anomalo, 00000, il cui scopo è avvolto nel più assoluto e letale segreto. Blicero è astuto, immorale, ammanicato con le sfere più alte del partito: se è implicato in questo progetto vuol dire che è una cosa grossa.
Allora è una storia di spionaggio? Certo che sì. Alla fine alcuni dei romanzi più importanti di Pynchon, come questo, come il primo, V., come il penultimo, Contro il giorno, sono effettivamente storie di spie. Ma dire che sono semplici romanzi di spionaggio sarebbe riduttivo. È un giallo Delitto e castigo? Sì, è anche un giallo, ma ovviamente non è tutto lì. È un giallo Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana? Difficile negarlo, ma ovviamente non c’è solo da scoprire chi è il colpevole, c’è molto di più. E così L’arcobaleno della gravità è anche una spy story, come dicono gli snob, ma c’è anche molto altro dentro. Una lampadina, per esempio. I dodi. Le caramelle della signora Quoad. Il polipo Grigori. Il brigadiere Pudding. E le SS negre. Esatto: non avevate mai sentito parlare dello Schwartzkommando? Le SS africane?
Be’, la stiamo facendo troppo lunga. Ci torneremo su. Non basta una puntata della rubrica per arrivare alla vetta dell’Arcobaleno. Dovremo dormire in parete, attaccati ai dirupi della Harz, quelle montagne nel cuore della Germania dove si radunavano le streghe. La prossima volta si riparte, ma non so se finiremo.
Leggi la seconda parte.

Una sola edizione dell’Arcobaleno è in commercio, quella di Rizzoli tradotta da G. Natale. Euro 9,68 su IBS. Com’è la traduzione? Non brutta, ma neanche bella. Rende vagamente l’idea dell’originale. Attendiamo ancora il Traduttore di Pynchon. E forse se da noi ancora non hanno capito chi è Pynchon lo si deve anche al fatto che ancora l’eroe che compirà l’impresa non si è manifestato.

Umberto Rossi
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