Cosa sto leggendo: L’arcobaleno della gravità (parte 3)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cosa sto leggendo: L’arcobaleno della gravità (parte 3)

Thomas Pynchon. Sì, quello che non rilascia interviste, non si fa fotografare, non va in televisione né alla radio, non si sa che cavolo fa, non si sa dove sta (pare a New York, vattelappesca!), è un mistero, un enigma, una leggenda, forse non esiste, forse è Salinger, solo che quello è morto, forse è Elvis Presley.

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Leggi la seconda parte.
Ok, adesso le cose si complicano. Tyrone lascia la Costa Azzurra. Ha capito che se vuole capirci qualcosa deve andare al centro del continente, nel suo cuore di tenebra, nella Germania devastata, occupata, umiliata, dove tutte le trame legate al Razzo si annodano. Quella dove si reca Tyrone non ha neanche più un nome proprio: è semplicemente la Zona. Un territorio senza legge, per come lo dipinge Pynchon, dove i traffici più disparati hanno libero gioco, dove ci si vende e ci si compra, dove servizi segreti di tutto il mondo dànno la caccia agli scienziati tedeschi, che hanno realizzato per il Führer armi rivoluzionarie. Quelle armi che, come la V-2, non hanno dato la vittoria ai tedeschi, ma potrebbero dare la supremazia ai due vincitori, fino all’altro ieri alleati, ora già rivali se non nemici. Stati Uniti e Unione Sovietica sono indaffarati a reclutare, sequestrare, arrestare ex-nazisti in quantità. Basta che possano tornare utili nella prossima guerra: quella fredda, che se si facesse calda sarebbe anche l’ultima dell’umanità.
A questo punto appare chiaro che L’arcobaleno della gravità si trova in uno snodo cruciale: la Zona è il luogo dove si è consumata la vecchia Europa degli imperi nazionali, e dove sorge il nuovo mondo delle superpotenze globali e delle organizzazioni internazionali. Ma forse questo passaggio è mera apparenza. Forse dietro la guerra ci sono sempre stati i grandi poteri economici, le grandi multinazionali, le compagnie del petrolio e della chimica e dell’elettronica. I cartelli che decidono i prezzi e controllano le risorse dell’intero pianeta.
Come Phoebus. Beninteso, il cartello denominato Phoebus non se lo è inventato Pynchon: per strano che possa sembrare è veramente esistito. Nel 1924 si riunirono infatti le più grandi compagnie produttrici di lampadine: Osram, Philips, General Electrics e altre. Trovarono un accordo sul prezzo delle lampadine e sulla loro durata ottimale: nessuno doveva produrre bulbi che durassero più di 1.000 ore. Ufficialmente la motivazione era che una lampadina dalla vita più lunga avrebbe consumato più corrente producendo meno luce e più calore, quindi sarebbe stata comunque più dispendiosa. Il sospetto resta però che fosse un modo per spingere i consumatori a comprare più lampadine.
Guarda caso nel romanzo di Pynchon Phoebus è un’organizzazione repressiva; ovviamente non reprime gli esseri umani, quanto le lampadine, specie quelle che hanno l’ardire di voler durare più di 1.000 ore. Come Byron.
Byron (in inglese Byron the Bulb, che fa pure una bella allitterazione) è una lampadina speciale. Dopo 1.000 ore continua a funzionare indisturbata. Viene messa sotto controllo da Phoebus (un po’ come Tyrone). Ma a un certo punto viene rubata, e comincia a girare per tutta l’Europa, passando da una lampada all’altra; senza fulminarsi mai, ovviamente. Per Phoebus è una minaccia, anche perché Byron si è messo in testa un’idea sovversiva: organizzare una rivolta delle lampadine di tutto il mondo contro il cartello. Perché campare solo 1.000 ore?
Ecco, in sintesi, il tema del romanzo, raccontato in questa piccola storia che sembra un cartone animato: la lotta tra il singolo e il sistema. Tra l’individuo che vuole vivere la sua vita e le grandi e impersonali organizzazioni che perseguono solo il profitto e vogliono solo far quadrare i conti. I loro conti, ovviamente, non i nostri.
Un momento: ma stiamo parlando dell’Europa devastata del 1945, oppure… non sono storie d’attualità? Grandi poteri economici (banche, finanziarie, agenzie di rating, forse?), conti che non tornano, sacrifici per gli individui, profitti per le grandi multinazionali… ma di cosa sta parlando Pynchon?
Ma di chi volete che stia parlando, di cosa volete che stia parlando, mie care lampadine? Ma di voi. E di Byron. E di Tyrone Slothrop. E di tante altre cose. Forse anche per questo L’arcobaleno della gravità è una specie di Divina Commedia della globalizzazione e del mondo tardo-moderno.
E comunque, uno scrittore che riesce ad appassionarti alla storia di una lampadina, per cui tu arrivi a tifare per Byron, a desiderare che riesca a sfuggire al cartello, che ce la faccia a salvarsi, be’, uno scrittore che riesce a fare questo non è come tutti gli altri. La leggenda, come vedete, ha un fondamento. E se ancora non ci credete, provate. In questo romanzo-mostro c’è questo e ben altro; alla fine appare anche Nixon, ed è veramente il gran finale. Coi botti, anzi, col Botto.
E Slothrop che fine fa? Eh, no, questo non ve lo posso mica dire. Vi guasterei il piacere della lettura; e non si può. Mi limito a dirvi solo questo: alla fine Tyrone Slothrop dovrà sfuggire non solo alla sorveglianza dei cattivi (e ce ne sono), ma a quella, ben più temibile, ben più ineludibile, di quegli occhi che arrivano veramente dappertutto, anche nel più riposto nascondiglio. Quali? Ma i vostri, cari lettori. Come Slothrop si salverà da quest’ultima forma di controllo e oppressione, lo dovrete scoprire da voi. Buon divertimento.

Una sola edizione dell’Arcobaleno è in commercio, quella di Rizzoli tradotta da G. Natale. Euro 9,68 su IBS. Com’è la traduzione? Non brutta, ma neanche bella. Rende vagamente l’idea dell’originale. Attendiamo ancora il Traduttore di Pynchon. E forse se da noi ancora non hanno capito chi è Pynchon lo si deve anche al fatto che ancora l’eroe che compirà l’impresa non si è manifestato.

Umberto Rossi
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