Quando, nel 1983, Annie Ernaux pubblicò La place, La malattia come metafora di Susan Sontag (una cui citazione si trova in esergo a La guarigione di De Majo e il cui significato è una delle vie privilegiate per comprendere il romanzo) non era ancora nella mente della pensatrice americana. A cosa serve questa elementare constatazione temporale? Le date spesso hanno un valore relativo ma, nella letteratura, un loro peso lo assumono. Tutto questo per dire semplicemente che i due libri in questione, Il posto (traduzione italiana 2014, Le Orme) e Guarigione (2014, Ponte alle Grazie), sono due libri figli di due periodi diversi, periodi che, nell’inafferrabile scorrere del tempo contemporaneo, sono lontanissimi.
A trent’anni di distanza entrambi i libri hanno un tono che potrebbe essere definito politico: laddove la Ernaux riflette sul preciso periodo storico in cui la cultura e l’istruzione erano sia mezzi di emancipazione sia, e forse soprattutto, responsabili di una frattura tra la famiglia provinciale e i figli istruiti “di città” («Studiare, una sofferenza obbligatoria per farsi una posizione e non sposare un operaio» pensa in gioventù la scrittrice nella sua autobiografia), De Majo infarcisce le sue pagine delle difficili condizioni del lavoro intellettuale di oggi, riuscendo benissimo a non cadere in un facile vittimismo, e delle faticose e contrastanti sensazioni che si provano a vivere in una città, politicamente controversa, come Napoli. La diversità è lampante ma è proprio meditando su queste insanabili differenze che si fonda il lavoro della critica; molto spesso la comparatistica vive di queste discrepanze e si fa “lavorando su piccoli indizi”. E poi non tutto è lontano e inavvicinabile: in entrambe le opere assume un ruolo importante la famiglia, cosa vuol dire essere figlia per la scrittrice francese e cosa vuol dire essere padre per De Majo (pensandoci bene e, anche questa volta, studiando le date, la Ernaux potrebbe essere la madre di De Majo e la nonna dei suoi figli: leggendo i romanzi mi è piaciuta tanto questa idea della filiazione, una sorta di grande romanzo familiare diviso tra luoghi lontanissimi e tempi altrettanto lontani, il nord della Francia e il sud dell’Italia, gli anni ’60 e gli anni’10, Yvetot e Napoli, 1800 chilometri e 17 ore di macchina).
Gli spazi
L’autobiografia della Ernaux, che narra la sua crescita nella campagna, gli studi universitari a Rouen, il mestiere di professoressa di lettere e la morte del padre, non si concentra molto sulle descrizioni dei territori in cui è narrato. Il paesaggio è composto per schizzi, è portatore di un significato che va oltre il suo aspetto estetico. L’anima dei paesaggi della Ernaux è il fatto di essere campagna, di essere lontani dai grandi centri, di vivere per sé. Poi è chiaro che, piano piano, nella mente si formi un’idea di questo spazio, della strada fangosa che attraversa la città, delle case di campagna che si stagliano contro la notte oscura, senza luce dei lampioni. E si può immaginare anche lo sviluppo di questa pur piccola cittadina, il fatto che il locale gestito dai genitori della Ernaux, a poco a poco, venga superato dalle nuove botteghe e dai nuovi prezzi che esse portano con sé, si può immaginare il progresso che investe le campagne.
Il romanzo di De Majo invece è ricco di descrizioni paesaggistiche (anche se spesso non si tratta di paesaggio in senso rinascimentale), in particolare della città in cui egli vive, di Napoli. È quella che definirei “la parte politica” del romanzo di De Majo, la paura che Napoli infonde all’autore con le notizie che si rincorrono sulla tossicità dell’aria e l’insalubrità del luogo. Fareste crescere i vostri figli a Napoli?
Questo si chiede De Majo, e questo è uno dei dubbi che attraversa persistentemente il romanzo, veicolando le idee di trasferimento a Roma (altra città abbozzata nel romanzo) e a Milano (in cui si reca per un colloquio di lavoro, raccontato in modo ironico e feroce allo stesso tempo). E poi c’è l’America. La descrizione della California è una delle parti più belle del romanzo perché assume in sé il peso del significato generale del viaggio. Qui il viaggio è declinato sotto forma di guarigione emotiva, di seconda nascita seppur non priva di dolori e di preoccupazioni. Entrambi i romanzi si portano dietro un tema spaziale che riecheggia una domanda ineludibile, ieri come oggi, la questione delle centralità geografica del luogo in cui si vive e la subalternità della provincia. Il confronto tra i romanzi diviene allora anche una spia sociologica non di secondario interesse: laddove Yvetot, negli anni ’60 era chiaramente un centro isolato, oggi anche Napoli, per quanto sulla carta etichettabile come “grande città”, assume quell’aspetto provinciale che invece non si ritrova a Roma o Milano. È chiaro che, quando si parla di lasciare i propri luoghi, si tratta di scelte difficili e dolorose, ma vanno intese soprattutto nel senso di scelte che coincidono con la vita.
La famiglia
Il posto è in effetti il racconto di una vita intera, la vita di Annie Ernaux; un racconto che viene però scritto dalla figura che l’autrice incarna, il suo ruolo di figlia. Questo è il punto fondamentale e non è un caso che il racconto si chiuda con la morte del padre, con il momento in cui una parte fondamentale di quella condizione viene a mancare.
Per De Majo l’ottica è diversa, il punto di vista è quello di un padre che ha a che fare con dei figli piccoli, due gemelli, un padre che pian piano scopre la sua figura, i gesti sbagliati e quelli giusti, il coraggio di scegliere quello che non sempre sembra la via più facile, l’arte di far crescere dei figli crescendo egli stesso. Non mancano le figure dei genitori, ma esse assumono un valore marginale, conseguenza di un rapporto mai idilliaco: «il luogo comune vorrebbe che avere figli cambia in meglio i rapporti con i genitori […]. Per me non è stato così. Dalla nascita dei bambini i rapporti con i miei sono peggiorati. Forse a causa dell’amore incredibile che ho provato e che, con spirito infantile, ho messo a confronto con quello che mi sembra di aver ricevuto». La condizione dei figli e quella dei padri, questo è il campo di indagine che aprono entrambi i libri. Un campo da cui non è possibile uscire indenni e per cui la scrittura è mezzo privilegiato di investigazione. Entrambi i racconti assumono quella che può essere definita la scrittura privata dell’io, un tentativo di dare libero sfogo a se stessi, di esaurire la necessità di scrivere sull’essere figli e sull’essere padri. E anche il sospetto del tradimento nei confronti della propria famiglia, presente in entrambi i racconti, è svuotato attraverso lo sfogo della scrittura. Anche questo confronto mostra notevoli differenze: nella Ernaux è illustrato dalla citazione di Jean Genet che si trova in esergo al volume: «Azzardo una spiegazione: scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito». Per quanto concettualmente complesso, il significato di questa frase può però essere sciolto dai contenuti de Il posto. Si parla di un tradimento verso il padre e verso la famiglia attraverso l’abbandono della campagna e il trasferimento in un altro mondo, quello della città. Per De Majo invece questo sospetto è legato alla sua malattia, alla cura tramite chemio del suo tumore che potrebbe essere causa dell’epidermolisi bollosa che colpisce uno dei due gemelli. Anche qui la supposizione e l’incertezza aleggiano fino a quando si scopre che no, non è quello il motivo. Nonostante tutto è uno dei motivi per cui abbiamo il testo tra le mani, uno dei frutti che ci consegnano le pagine, uno dei dubbi che si porta dietro la guarigione.
Per entrambi i protagonisti il sospetto di essere loro stessi i traditori della famiglia è motivo trainante per la scrittura della loro storia.
La guarigione
Si guarisce tramite la scrittura? Questa è la domanda che mi sono fatto dopo aver finito Il posto; mi chiedevo se la Ernaux fosse riuscita a sconfiggere quel sentimento che l’aveva portata a scrivere la storia della sua vita. Io credo fermamente nel potere riparatore della scrittura e credo altrettanto che le pagine finali del libro della Ernaux mi diano ragione: lei sembra accorgersi di quello che il padre per lei è sempre stato e lo scopre solo dopo aver dato sfogo ai ricordi custoditi dentro di sé mettendoli nero su bianco sulla pagina: «Mi portava da casa a scuola sulla sua bicicletta. Traghettatore tra due sponde, con la pioggia e con il sole. Forse il suo più grande motivo di orgoglio o, persino la giustificazione della sua esistenza: che io appartenessi a quel mondo che l’aveva disdegnato». Questa la funzione che il padre, più o meno consciamente, ha assunto nell’iniziazione alla formazione culturale della figlia, qui sta lo svelamento della verità della loro vita insieme.
La guarigione di De Majo, che campeggia solitaria e quindi forte nel titolo, ha invece anche un risvolto che riguarda gli aspetti più strettamente legati alla salute. Vi si trova una doppia guarigione medica, quella del padre Cristiano dal tumore che lo ha colpito e quella del figlio, del piccolo M, dall’epidermolisi bollosa. Si narra della insopportabile vulnerabilità del corpo umano, in particolare di quella di un bambino, e dei riflessi che esso porta all’interno della coppia di genitori che devono fronteggiare il morbo e “guarire” anche la loro relazione. Il lancinante senso che assume la malattia come metafora per Susan Sontag ha uno spazio particolare tra le righe del testo anche laddove De Majo non lo cita direttamente: la lotta all’immaginario comune attorno al termine “malattia” diventa una via per tentare anche altre guarigioni: quella dai sensi di colpa, dai comportamenti che possono condizionare per sempre la propria vita e quella degli altri e dai vari narcisismi. C’è chi guarisce e c’è chi peggiora. Ci sono le macchie sul corpo del piccolo M che pian piano stanno guarendo e c’è il decomporsi di Napoli con il ristagno delle sue cose infette. Perché tutto «mantiene la doppia cittadinanza nel regno del sano e nel regno del malato».
Non tutto guarisce, ma pazientare per una guarigione aiuta ad immaginare il futuro.
