Cyprus.
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cyprus.

Prima dello scorso agosto, credo di non aver mai pronunciato «Cipro» ad alta voce in vita mia. Per me era solo un’isola in un luogo non bene identificato a sud dell’Italia, per qualche ragione metà greca e metà turca.

Prima dello scorso agosto, credo di non aver mai pronunciato «Cipro» ad alta voce in vita mia. Per me era solo un’isola in un luogo non bene identificato a sud dell’Italia, per qualche ragione metà greca e metà turca. Non ho mai nemmeno considerato l’idea di andarci in vacanza, un po’ perché sono nata sul mare e le mie vacanze le passo in posti lontani dalla spiaggia e dai racchettoni, un po’ perché nel mio immaginario l’estate nelle isole greche era tutta un ballare sui tavoli in costume in mezzo a ragazzoni depilati. Non esattamente la mia idea di relax. Da quell’agosto 2012 le cose sono cambiate drasticamente e a Cipro ci sono stata due volte nel giro di sei mesi, l’ho scoperta, assaggiata e ascoltata, e passo la maggior parte del mio tempo con una persona che è nata e cresciuta sull’isola. Per qualche misteriosa ragione, Cipro è diventata un centro intorno al quale gravita la mia vita, ma non mi aspettavo che sarebbe diventata anche il perno sul quale l’Unione Europea decidesse di fare forza.

Tutto quello di cui i telegiornali parlano e i quotidiani scrivono, per me non sono solo fiumi di parole vuote. Il profumo accecante delle piante, le montagne vergini popolate da donne mitologiche, le tracce della colonizzazione inglese, i ricchi russi dal gusto pacchiano che si arrampicano sulla speculazione edilizia, e ancora, l’isola selvaggia che non si arrende al turismo, le molteplici anime e identità che popolano un’esigua striscia di terra, i giochi economici che da secoli tirano i fili di una finta diplomazia, le banche un tempo anonime, tutto questo io l’ho visto ben prima delle prime pagine. Dopo il quindici marzo, l’isola è diventata un’anagramma di percentuali e numeri, una branca di quel linguaggio finanziario che dall’inizio di questa nostra dolce crisi troneggia su bocche e pagine, e che ha reso il mondo un luogo incomprensibile e incapace di descriversi.

È una crisi senza voce, inespressiva e inespressibile, senza possibilità di interpretazione, e quindi incapace di alzare la voce e cambiarsi attraverso la cultura, gli intellettuali e le persone. La sua lingua è fredda e matematica, un teatro dell’assurdo che possiamo solo osservare e accettare per come è: illogico. Quando mesi fa prenotai il mio volo per passare la Pasqua a Cipro, non potevo immaginare che mi sarei trovata immersa nel focolare mediatico delle direttive europee. Ma la mia curiosità nel vedere da vicino le lunghe file davanti ai bancomat, le banche chiuse e i volti contratti, non è un personale interesse obiettivo, perché con chi questa profonda crisi la sta vivendo, con coloro che hanno i conti bloccati e che non possono prelevare i maledetti soldi che hanno guadagnato facendosi il culo, io mi siedo al tavolo, li guardo negli occhi e parlo del più e del meno, non quello della borsa però.

Le opinioni degli intervistati selzionate dai mezzi di comunicazione e i dogmatici proclami di politici, banchieri e Comunità Europea, sono inetti e incapaci di raccontare l’esperienza cipriota, né tantomeno possono essere attendibili dal punto di vista umano. Perché quel 6,7% del prelievo forzoso, quel debito pubblico sventolato ai quattro venti, quei 5,8 miliardi che Nicosia devi racimolare, quei 68,4 miliardi dei depositi privati delle banche cipriote, sono l’annerimento matematico di un popolo e di una società che dal giorno alla notte si è vista legare mani e piedi, accusata di essere il virus che minaccia i fantasiosi sforzi dell’eurozona per salvare la moneta unitaria.
Quando camminavo per le strade infuocate e autentiche di Nicosia, mentre parlavo con amici, conoscenti e sconosciuti, ho deciso di fare un gioco di immedesimazione. Al posto di Sebastian, Amiel, Andrulla, Cotsios, Xaris, Eleni, Alexis, ho provato a mettere il mio, quello dei miei genitori, di mio fratello, e ho provato a immaginare che le parole pronunciate fossero quelle delle persone del mio paese, delle persone a cui voglio bene. Ho pensato a mio padre che mi diceva che il fondo per la pensione per cui aveva lavorato tutta la vita era andato in fumo, ho pensato a mio fratello che non poteva più ricevere aiuti economici dai miei genitori perché impediti a trasferire soldi all’estero, ho pensato a me, che non avrei avuto più possibilità. «If they don’t let us dream, we won’t let them sleep» così recitava un cartellone di protesta davanti al parlamento di Nicosia, sintesi perfetta di un sentimento comune, perché Cipro non è poi così lontana, ora che finalmente tutta l’Europa e mezzo mondo occidentale sa finalmente indicare sulla carta geografica dove si trova quest’isola che non c’è (più).

Clarissa Tempestini
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