D’Annunzio, revisited
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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D’Annunzio, revisited

Di normale resta solo l’eredità che il mondo moderno, con noncuranza, conserva di lui.

L’incantevole incipit de Il Delta di Venere, di Anais Nin, descrive il fascino irresistibile di un misterioso avventuriero ungherese.

«C’era un avventuriero ungherese dotato di bellezza sorprendente, di fascino infallibile, di cultura, di grazia, dell’abilità di un attore consumato, della conoscenza di molte lingue, e di modi aristocratici. E a tutto questo s’aggiungeva il genio per l’intrigo, una capacità di trarsi d’impaccio e di andare e venire nei vari paesi come se niente fosse. Ovunque andasse, diveniva il centro dell’attrazione femminile. Come il più versatile degli attori, passava da un ruolo all’altro per accontentare i gusti di ciascuna donna. Era il ballerino più elegante, il commensale più vivace, il più decadente degli attori in un tete-à-tete; sapeva portare una barca a vela, cavalcare e guidare una macchina. Conosceva ogni città come se ci avesse vissuto tutta la vita. Conosceva tutta la buona società. Era indispensabile.»

A parte la bellezza – era bruttarello, minuto e quasi completamente calvo – è una descrizione quasi perfetta di Gabriele D’Annunzio.

Per molti versi il Vate è oggi impopolare, quasi antipatico, contiguo al regime fascista.

Appartiene a quell’insieme di cose vecchie che si vorrebbe gettar via per far spazio alle nuove.

Certo occorre un bel coraggio per dirlo, se per buona parte il nuovo è Kim Kardashian che spacca Internet con il gusto dubbio del suo corpaccione incremato e lucido; si è tentati di ammettere che il “porco alato e geniale” avrebbe però apprezzato, se non il gesto, quantomeno le gran tettone, mostrate con orgoglio alla macchina fotografica.

Ma di chi si scrive che gli occhi «spogliavano le donne prima ancora che se le portasse a letto» è difficile dimenticarsi, e si ha voglia di capire il perché. Il perché del successo, il perché della fama. Quella fama in grado di oltrepassare i confini ristretti del suo Abruzzo, prima, e dell’Italia, dopo.

Con colpevole facilità si dimentica quanto grande era la considerazione che i contemporanei avevano di lui.

Robert de Montesquiou, eccentrico arbiter elegantiarum della Parigi di primo Novecento, così amato dai contemporanei da fornire l’ispirazione a Wilde per Dorian Gray ed a Huysmans per Des Esseintes, lo credeva tanto grande che spenta gli sembrava la voce del mondo quando Gabriele taceva. Nella stessa Francia, numerosi critici sussurravano fosse più grande di Baudelaire.

Chi altri, poi, può vantare la citazione di “Unico rivoluzionario in Italia” da parte di Vladimir Il’ič Ul’janov, ossia Lenin?

Il padre cappuccino Cecchi, incaricato dal Sant’Uffizio di leggere Il Piacere nel 1911 (messo al bando insieme alle altre opere di D’Annunzio) ci fornisce un tratto degno di chi ha veramente capito tutto, sia del protagonista Andrea Sperelli che del suo alter ego: «Nobile libertino, che passa di amore in amore, lascia ed è lasciato, tenta le più oneste, e fa cadere le più coscienziose»

Figuriamoci, il pubblico corre a comprare i suoi libri e ne legge le pagine scabrose di notte, al lume di candela.

L’Unica che gli resiste, è la più grande attrice italiana dell’epoca,, ammirata ed attesa nei teatri di tutta Europa.
La Duse. Al Teatro Valle, dove l’aveva conosciuta, Gabriellino non si risparmia e tutto ostenta, tutto promette, tutto si adopra.

Eleonora non cederà che anni dopo e D’Annunzio scrive – da buon grafomane che non sa, e non ha mai saputo, trattenersi – che la sera di quel 25 settembre 1895 ebbe accesso al suo più bel fiore (o la sua seconda bocca, come spesso lui la appella ).

Tale è la passione per essa (la seconda bocca, non la Duse) che nelle sue interminabili lettere, alle altrettanto interminabili mogli ed amanti, non perde occasione di tornare a discuterne affinché nessuna di loro si scordi di lui.

«Ti ricordi quando tu stavi dritta, appoggiata ai braccioli della poltrona, e io stavo sotto di te, con la mia testa tra l’una e l’altra coscia, e con la mia bocca attaccata avidamente alla tua ‘rosa’ che ardeva e m’inumidiva il mento di umor acre e inebriante?»

Ricorda una conversazione su Whatsapp, due amanti adolescenti travolti dalla passione dei primi incontri che quasi non credono a ciò che hanno fatto, e devono ricordarselo a vicenda.

C’è da dubitare, però, che qualcuno tra noi abbia mai scritto – in digitale – tanto quanto scriveva lui con calamaio e pennino.

La Duse, una volta ceduto al fascino del Vate, pagherà fino alla consunzione il prezzo della relazione, che la lascerà povera in canna e disprezzata artisticamente – che Gabriele la voleva in esclusiva per i suoi drammi, sfornati uno dietro l’altro ed uno peggiore di quello precedente.

Ironia della sorte, dall’unico dramma che davvero gli riuscì, la Duse resta esclusa. La parte di protagonista viene affidata ad una attrice sconosciuta, che ne profitta molto, al contrario di lei che di Gabriele ogni spesa sostiene, ogni capriccio accontenta, ogni brama soddisfa.

È La Figlia di Iorio e proprio in questi giorni cadono i 111 anni dalla prima al Teatro Lirico di Milano.

Racconta l’autore che l’idea gli sovvenne a Tocco da Casauria, nella piazza principale del paese.

Era con l’amico fraterno Michetti, col quale divideva la dimora dove le sue migliori creazioni avevano visto la luce, in quel Convento di Francavilla dove la sera, circondato dai più influenti intellettuali d’Italia – Matilde Serao, Francesco Paolo Tosti, Edoardo Scarfoglio – con una mano, componeva versi d’elegie e, con l’altra, palpava le terga sode e prosperose delle smagate contadinotte abruzzesi.

Oggi lo chiameremmo cross ispirational place ma, per loro, era molto altro.

Nella piazza D’Annunzio e Michetti odono le grida scomposte di una villica bellissima e scarmigliata; fugge da un gruppo di contadini eccitati dal vino, rosse le gote e lunghe «le mano».

Erano tempi barbari, con gli alticci mietitori che guardavano alla bellezza della contadina come fosse un colpa, una provocazione dei loro istinti più bassi, cui è impossibile sottrarsi e che da ogni colpa scagiona.

La scena li tocca così da vicino che uno ne dipingerà il ricordo e l’altro ne metterà in scena il dramma lirico, ne La Figlia di Iorio.

“La Figlia di Jorio”, Francesco Paolo Michetti (1895)

Il dramma ha così tanto successo che folle di spettatori fanno file interminabili pur di assistere alle rappresentazioni (torna il quesito – sempre attuale – che ci ha incuriosito alla morte di Giovanni Paolo II: «sarebbe così lunga, la fila, se non fosse così lunga?») tanto che il geniale Scarpetta, a Napoli, immediatamente ne mette in scena una spassosissima parodia.

Anche questa riscuote grande successo tanto che D’annunzio dà mandato alla SIAE di interrompere la rappresentazione e portare in tribunale lo Scarpetta, per plagio e contraffazione, visto che nessuna autorizzazione gli era stata richiesta dallo Scarpetta e, ben più grave, nulla colui intendeva versargli in termini di compenso.

Scarpetta rimane sorpreso, ma dopotutto «nessuno si aspetta mai l’Inquisizione Spagnola».

Il processo crea un’attenzione mediatica senza pari, simile a quella per l’affaire Dreyfus in Francia, il caso Wilma Montesi o – per restare in tempi moderni – il delitto di Avetrana.

Se il suo stile di vita eccessivo, sopra le righe, sarebbe oggi ritenuto normale, non cadiamo nell’errore di ritenere che D’annunzio fosse normale, perché si tratterebbe di una clamorosa gaffe.

Di normale resta solo l’eredità che il mondo moderno, con noncuranza, conserva di lui: se fu talentuoso parolaio, eccentrico dandy, straordinario dongiovanni ed eruditissimo poeta, quel che davvero resta fu la capacità di sdoganare, in nome dell’arte e del piacere, la sperimentazione umana.

Se fosse nato in un’epoca più tarda, lo vedremmo bene in compagnia ad Aldous Huxley nell’approccio all’esperienza psichedelica.

Ad altre esperienze moderne lo vedremmo accostato con naturalezza, alle quali allora si accedeva per mezzo di lussuosi postriboli e spese principesche, al limite del buon gusto.

Oggi, in era multimediale, bastano le spese principesche.

La modella nella foto si chiama Maitresse Madeline e un anonimo australiano ha da pochi giorni sborsato $42,000 – DICONSI quarantaduemila dollari americani – per avere una video chat di un’ora con lei, artista del bondage fetish.

Una spesa decadente, eccessiva e fuor di misura che D’Annunzio – il quale lasciava alla cuoca Albina mance da tremila lire, pari ad un mese di stipendio, per una frittata fatta per bene – avrebbe approvato senza battere ciglio, forse appena stupito del buon prezzo che gli veniva accordato.

Nanni Mak Morn
Nato a Roma nel 1981. Lavora come azzeccagarbugli presso un importante broadcaster televisivo e collabora con DUDE MAG. Sempre ignaro di chi lo saluta tantissimo, è appassionato di storia delle tradizioni innovative.
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