Letteratura: Del futuro indefinito e imprevedibile — Intervista con Florencia Andreola
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Del futuro indefinito e imprevedibile — Intervista con Florencia Andreola

Per avvicinarci a “Disagiotopia”, abbiamo fatto una chiacchierata con la curatrice, Florencia Andreola, ricercatrice indipendente che si occupa di storia e critica dell’architettura.

Presso D Editore, una casa editrice che già si è imposta nel panorama editoriale per la particolare attenzione prestata a testi che affrontano con spirito polemico e costruttivo questioni legate alla società contemporanea, è stato da poco pubblicato Disagiotopia, un’antologia di saggi, curata da Florencia Andreola, che se già nel titolo indica qual è il suo orientamento, nel sottotitolo si fa ancora più esplicita: «Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo».

Nato a partire da un ciclo di conferenze organizzato dalla stessa Andreola nel 2017 presso il Politecnico di Milano, il progetto di Disagiotopia approfondisce i temi già toccati durante quella manifestazione: temi ispirati dal tentativo di mettere a fuoco, in campi diversi, l’oggettivo esplicitarsi di certe tendenze della società tardo capitalista in cui ci troviamo a vivere: una società che fa del disagio una condizione esistenziale inevitabile, ben radicata a più livelli del vivere quotidiano. L’idea che il successo sia legato unicamente alla ricchezza, il ritenersi gli unici responsabili del presunto fallimento delle proprie vite, il dramma del lavoro eternamente precario, l’aumento delle depressioni, l’eterno senso di crisi e l’impossibilità di pensare un’alternativa rispetto al sistema attuale (sulla spinta di quanto Mark Fisher aveva segnalato in Realismo capitalista) sono alcune delle questioni con cui facciamo ordinariamente i conti e che Disagiotopia ha sentito l’urgenza di affrontare: 

«Questo libro nasce dalla convinzione che — al fine di evitare inutili generalizzazioni e banalizzazioni — il problema del disagio individuale e collettivo necessiti di essere scorporato in varie parti, affrontato da molteplici punti di vista, alla ricerca delle origini che hanno condotto a questa nuova struttura psico-sociale che ci fa soffrire, che ci ha deprivato di prospettive solide sul futuro, che ha trasformato il nostro modo di vivere le città e gli spazi più in generale».

La pluralità di voci a cui l’antologia si è consegnata è particolarmente adatta ai suoi obiettivi: solo la divisione delle prospettive e l’analisi di situazioni e contesti particolari può dare un’idea, la più critica possibile, di un mondo che tramite diverse vie concorre all’inasprimento del problema del disagio e che si presenta sempre più all’insegna della frammentazione. Ogni pretesa di esaurimento definitivo del problema, ovviamente, è tenuta ben distante: non si tratta di scrivere il trattato assoluto sul segmento storico attuale o di fornire la formula magica per risolvere i guai; semmai proprio dalla parzialità del singolo problema sollevato dal singolo saggio è possibile percepire i reali e tangibili mutamenti che si sono verificati in questi decenni e che hanno portato alla realizzazione di quelle situazioni che ognuno degli autori solleva nel suo scritto.

Dalle diverse crisi politiche attraversate nell’ultimo decennio, con un crescente sostegno dato alle derive politiche populistiche, al fenomeno della gentrificazione; dal cambiamento del ruolo storico di certe istituzioni sociali e dei loro luoghi predefiniti (la famiglia e la casa, per dire) al malessere giovanile: argomenti di cui probabilmente tanti potrebbero dire qualcosa ma che alla lettura approfondita rivelano corrispondenze e dettagli che non andrebbero ignorati.

Per avvicinarci a questo libro, abbiamo fatto una chiacchierata con la curatrice, Florencia Andreola, ricercatrice indipendente che si occupa di storia e critica dell’architettura.

Negli ultimi tempi sembra aumentata la sensibilità di fronte al disagio nella società contemporanea. Diverse case editrici portano negli scaffali pensatori che mettono in discussione la declinazione moderna del Capitalismo e che non si vergognano di denunciare determinati problemi. Disagiotopia va in questa direzione. Da dove viene, secondo te, questa attenzione diffusa?

Credo che stiamo affrontando una fase di transizione tra un prima e un dopo, un prima che si è evidentemente concluso con il secolo scorso, e un dopo che non è chiaro in cosa consisterà. Questa fase intermedia si porta però nelle nostre vite con tutta la sua problematicità legata all’instabilità delle istanze: dall’avvento del digitale all’uso contemporaneo di internet, siamo cresciuti in un mondo che si è trasformato molto rapidamente e in maniera radicale, nei modi e nella sostanza, ma non ha ancora assunto una forma solida. Questa condizione rende indefinito e imprevedibile il nostro futuro, ci ha deprivati di alcuni pilastri di guida etica/politica che hanno lasciato al singolo il dovere di decidere con quale postura portarsi nel mondo. Siamo soli e smarriti in una società che ha perso il senso della collettività ormai da qualche decennio. Oggi i risultati di questa condizione cominciano a emergere in maniera evidente, dal punto di vista delle condizioni psicologiche degli individui e dal punto di vista della difficoltà a tenere insieme le istanze collettive. Credo che oggi questo stato delle cose sia talmente evidente che non possiamo più fare finta che non sia così, e conseguentemente abbiamo cominciato a parlarne, nella speranza di imparare a orientarci con una consapevolezza maggiore e, magari, ritrovare una solidarietà collettiva verso una condizione migliore per tutti.

Come hai voluto articolare il progetto di Disagiotopia? Nella Prefazione scopriamo che nasce tutto da un convegno, ma quale è stato il criterio che ti ha portato a scegliere quei saggi su quegli specifici argomenti?

Disagiotopia nasce da un ciclo di lezioni organizzate al Politecnico di Milano, e tuttavia presto interrotto. Solo due saggi sono frutto di quell’esperienza (le lezioni furono tre, ma una era di Raffaele Alberto Ventura, che non abbiamo inserito nel libro in quanto direttore della collana), per cui si può dire che la maggior parte dell’antologia è stata ripensata come progetto editoriale.

La scelta dei vari saggi è duplice: da una parte c’erano gli autori che io volevo coinvolgere, il cui pensiero sulla contemporaneità mi pareva importante includere nel libro; dall’altra gli argomenti che andavano trattati necessariamente e sui quali ho coinvolto alcuni intellettuali e ricercatori che avevano trattato il tema in maniera puntuale e precisa. I temi includono alcuni dei fondamentali, che in un libro sul disagio ho ritenuto non potessero mancare — il quadro generale storico che costruisce Guido Mazzoni nel suo testo Quattro crisi, così come il tema del lavoro affrontato da Federico Chicchi, ma anche il testo di Umberto Galimberti sul disagio giovanile —, a cui ho affiancato due testi più riferiti alla mia disciplina di origine (l’architettura e gli studi urbani) nel tentativo di portare questi temi a un pubblico più ampio e provare ad affrontare la questione urbana da un punto di vista sociologico.

Naturalmente Disagiotopia è un lavoro incompleto, ma è l’inizio di un ragionamento che sicuramente avrà la possibilità di proseguire, se vorremo e se avrà senso farlo, portando altri temi che potrebbero essere altrettanto fondamentali.

Nella tua Introduzione, sintetizzando i temi del libro, parli «della crisi economica che ha investito la nostra generazione — i nati tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso — e alla quale si potrebbe dire che ci siamo abituati». È vero: ci siamo abituati al pensiero di essere in crisi, forse per sempre. Quali sono i rischi, o diciamo le conseguenze, di essersi abituati a un pensiero del genere?

La domanda non è semplice, credo si tratti di una condizione di base che offusca le possibilità di mettere in prospettiva le nostre vite in maniera chiara, attendibile più che altro. In questo credo che Raffaele Ventura, con la sua Teoria della classe disagiata, abbia delineato un quadro piuttosto efficace di ciò che comporta l’essere più o meno giovani in questo momento storico, in cui le promesse sulla consequenzialità tra sforzi e successi sono sostanzialmente venute meno. Credo che, da una parte, questa condizione ci renda più vulnerabili e incerti, e al contempo sia una spinta forte per fare di più e meglio; tant’è vero che ci ritroviamo a lavorare sempre troppo, a fare sforzi, anche immaginativi, su come rivenderci sul mercato che la generazione precedente alla nostra non ha dovuto fare. Certo, oltre al rischio di non farcela e quindi di soffrire moltissimo, questo comporta anche lo spostamento in avanti nella vita di un presunto traguardo di “adultità”, con tutto ciò che ne consegue, sia dal punto di vista della stabilità economica, sia dal punto di vista dei progetti che in una vita adulta ci si aspetta di fare, come avere figli o comprare casa.

Disagiotopia è stato pensato, e in ottima parte scritto, prima della pandemia; tuttavia è singolare che proprio a ridosso di un evento storico di questa portata esca un libro del genere, e infatti hai avuto il tempo di spendere due parole sul Covid nell’Introduzione. Giustamente, andando oltre le tantissime speculazioni che sono state fatte su questo argomento, dici che l’unico dato obiettivo di cui la pandemia si fa portatrice è una gravissima crisi economica senza eguali «che mette in ginocchio tutti i paesi investiti e svela la debolezza di un sistema capitalistico che non può permettersi pause o ripensamenti». Posso chiederti di approfondire questo pensiero?

Il libro era previsto in uscita in aprile, ormai da qualche mese; poi con l’arrivo dell’emergenza sanitaria abbiamo leggermente rimandato ma al contempo deciso di pubblicarlo nonostante la situazione che stavamo affrontando. Disagiotopia è uscito in pieno lockdown, e per certi versi è stata una decisione sensata. Io ho fatto in tempo a modificare l’Introduzione perché era impensabile pubblicare questo testo in quel momento senza accennare a ciò che stava accadendo.

Nonostante quel che ho scritto fosse “prematuro”, e peraltro nel pieno delle argomentazioni specifiche di quel momento secondo cui sembrava si stessero prospettando grandi possibilità di “risveglio” del mondo occidentale, mi è sembrato saggio — e cinico quale spesso è il mio sguardo sul mondo — non cedere a quel tipo di aspettative. Mi è parso evidente che l’orizzonte fosse tutt’altro che pieno di speranze, e lo penso tutt’ora. Ci siamo fermati per tre mesi (alcuni paesi anche di più): questa è stata certamente una grande occasione per mettere in pausa le nostre vite frenetiche e riprendere a pensare, liberi dalle agende che esplodono nella nostra quotidianità, ma ciò che intendevo dire è che questo stop avrà un prezzo carissimo sulle nostre vite, sullo stato dell’economia, sul futuro di questi paesi. È stata una scelta saggia imporre il lockdown, dal mio punto di vista, ma il costo economico e quindi globale che questo comporterà sarà straordinariamente dannoso.

 Il lavoro fatto con questo libro mi sembra, allo stesso tempo, un punto di arrivo e un punto di partenza. Dico di arrivo perché i singoli testi nascono dall’osservazione e dallo studio di certi fenomeni per capire cosa c’è all’origine di tutto ciò, come si è giunti a questo punto; ma allo stesso tempo, pur non potendo offrire una soluzione ai tanti problemi affrontati e a questo pessimistico panorama, credo che solo a partire da un preciso e ben motivato scontro con queste insopportabili strutture sociali, e con il conseguente malessere diffuso, sia possibile iniziare a pensare una vera alternativa (anche se, come disse qualcuno, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo).

Il libro nasce proprio intorno al desiderio di offrire una consapevolezza maggiore rispetto ai fenomeni che stiamo vivendo e alla società nella quale ci ritroviamo. Non sono incluse soluzioni o strade da percorrere perché non mi interessava fare questo tipo di discorso: sono convinta che la soluzione vada trovata insieme, a seguito di un percorso collettivo di comprensione del funzionamento di alcuni meccanismi. Sono altresì convinta che non siamo ancora pronti a riconoscere una soluzione, abbiamo un profondo bisogno di interiorizzare questi temi e queste letture per poter “capire” conseguentemente come tirarcene fuori. Un’alternativa al Capitalismo non so se esisterà, per la nostra generazione almeno, però dobbiamo e possiamo fare meglio, per rendere questa società un luogo più accogliente in cui sentire di poter costruire il nostro futuro. E se non riusciremo a fare meglio in una lotta collettiva, lo dovremo fare mediante l’azione quotidiana nelle nostre singole vite, prendendo decisioni più consapevoli e rinunciando, a volte, alla tentazione di accettare qualunque condizione pur di farcela.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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