Dietro le sbarre: scrittura e prigionia da Oscar Wilde a Fabrizio Corona
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Dietro le sbarre: scrittura e prigionia da Oscar Wilde a Fabrizio Corona

Essere rinchiusi, vedere la propria libertà limitata, ha sempre portato momenti di riflessione e cambiamento nell’animo umano.

Essere rinchiusi, vedere la propria libertà limitata, ha sempre portato momenti di riflessione e cambiamento nell’animo umano: c’è chi si è pentito, chi è rinato, chi ha covato rabbia per tutta la pena, chi si è ammazzato con i lacci delle scarpe e chi ha incanalato la delusione sotto forma di un’arte che – mentre era intento a delinquere – magari non aveva nemmeno particolarmente apprezzato: la letteratura.

Le opere con apologie di comportamenti sconclusionati e biografie di serial killer senza remore sono tornate in voga, basti a pensare a Il Male ero Io di Maso, uscito poco più di un anno fa con il solo intento di suscitare scalpore tra il pubblico, quando in realtà la letteratura dietro le sbarre é molto di più.

C’era una volta un mondo in cui si scriveva per portare a galla un’ingiustizia subita, un disagio interiore, per aggrapparsi al mondo esterno e non venire dimenticati, per fare sì che le proprie idee non fossero soffocate all’interno di quattro mura, per esprimere un vero dissenso sociale.

E dopo un periodo di disontossicazione dai vari OZ, Prison Break e compagnia, ho ripreso in mano alcuni testi e mi sono reso conto che tatuaggi e inchiappettamenti sono forse l’ultima cosa che passa per la testa di un carcerato durante un periodo di detenzione, più o meno ingiusta.

 


Omosessuale, esteta, martire:  storia di un finto colpevole

Anche se non il primo, il De Profundis di Oscar Wilde é senza dubbio uno dei casi più celebri: arrestato prima per calunnia e poi per sodomia, l’autore scrisse dal carcere una lettera al suo amante, che a posteriori risulterà più che altro una lettera aperta a sé stesso.

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La Cella 33, Ala C, Prigione di Reading, dove Oscar Wilde ha trascorso la maggior parte della sua condanna a due anni

 


Il libro è in gran parte lo sforzo di razionalizzare la propria sofferenza:

«Dove c’é dolore c’è benedizione», scrive Wilde parafrasando una stanza di Goethe.

Come prigioniero, o meglio come persona che soffre, lo scrittore si sente escluso dai piaceri individuali, ma tramite la reclusione guadagna l’accesso all’universo dell’essenza umana: la grande famiglia degli infelici.

I temi del libro sono la tragedia e la possibilità, è diviso in una parte di apologia, una parte estetica, una religiosa, una contro la religione… ma passiamo ai fatti: quello che caratterizza Wilde é il fatto di non dare giudizi sulla sua condanna, non punta il dito contro una società che lo ha ingiustamente punito.

L’obiettivo principale è costruire un canale diretto di comunicazione con un pubblico privilegiato, quello dei lettori.

Anticipando di anni un tema più che mai attuale, afferma che la grande colpa del sistema giuridico é di credere che il suo compito sia finito quando il cittadino termina di scontare la pena. Di evitare i suoi ex prigionieri come ognuno di noi evita i segreti più profondi.

Ed è questo che lo rammarica, è per questo che il De Profundis non è per lui né un’opera definitiva, né un qualsiasi tipo di dichiarazione-denuncia contro un’ingiustizia, ma un testo scritto contro la fragilità dell’esistenza umana.

Certo, quando parliamo di Wilde non ci riferiamo ad un reietto, anzi. Era un nobile emarginato per la sua sessualità molto preoccupato, come lui stesso scrive, di gettare fango sulle origini della famiglia. Forse per questo la sua storia desta ancora più stupore e la sua scelta, il suo caso, può definirsi uno dei capostipiti delle ingiustizie.

Questo accadeva a fine ‘800, poco dopo l’uscita de Le mie Prigioni di Silvio Pellico, romanzo simbolo sulla vita in carcere, o meglio su come la fede, in questo caso quella cristiana, per Wilde quella nell’arte, aiuti a superare i momenti più duri, i soprusi e le ingiustizie. I due autori riconosciuti come due dei maggiori precursori della letteratura sociale del ventesimo secolo, periodo di soprusi, discriminazione e ghettizzazione.

Successivamente, in questo tipo di scrittura viene compiuto un ulteriore passo. Mentre chi lotta per le strade pensa a come sovvertire ingiustizie e realizzare indipendenze, a chi cade nelle mani nel nemico rimangono due soluzioni: arrendersi o trovare un altro modo di combattere.

 


La rivoluzione dietro le sbarre: Malcolm X

Non è facile trovare un personaggio simbolo, o una storia più forte dell’altra, ma sicuramente un manifesto di questo tipo di letteratura è rappresentato da Malcom X.

1944 Police Mugshot Of Malcolm X

La sua vicenda assume tutte le caratteristiche di una parabola che paradossalmente ha molto a che vedere con il sogno americano: da bravo ragazzo coi voti migliori è diventato lustrascarpe, da spacciatore e teppista di strada è divenuto un influente uomo del popolo.

Nell’autobiografia racconta al giornalista Alex Haley della sua frustrazione iniziale dietro le sbarre, quando voleva comunicare con Elijah Muhammad, capofila della Nazione Islamica alla quale si stava avvicinando, ma riusciva a malapena a leggere quello che scriveva a mano.

Parla di come per le strade si sentisse un dio mentre lì non era nemmeno capace di articolare una semplice lettera.

E per questo iniziò a leggere: dentro la cella, durante l’ora d’aria, alla chiusura delle luci. Si fece sempre più colto, scambiava corrispondenza coi fratelli musulmani, cercava argomenti a favore del NOI per poi diventare uno degli oratori più carismatici della Nazione Islamica.

Mentre Wilde si rammaricava di aver lasciato fuori dalle sbarre la sua umanità, l’universo, Malcom X ha trasformato la sua cella nel mondo intero. Non aspettava qualcuno che arrivasse a salvarlo, non guardava le lancette scorrere. Era un nero in un mondo dominato dai bianchi, ai suoi occhi ingiusti e arroganti, ma invece di soccombere decise di lottare.

Il suo carisma portò la Nazione Islamica da 500 a 30 mila adepti. Quando il pugile Cassius Clay lo conobbe cambiò il suo nome in Muhammad Alì. Morì per diffondere il suo credo e forse se un suo professore non gli avesse detto che «studiare legge é troppo ambizioso per un negro» non lo avremmo mai conosciuto.

Ma ha dimostrato come la prigionia possa cambiare una persona, stimolarla anziché abbatterla.

 


Educazione Americana

Così come Edward Bunker, penultima tappa di questo breve viaggio, che oltre alla fama letteraria detiene anche il poco invidiabile record di più giovane detenuto mai entrato a San Quentino, a soli diciassette anni, dopo un’infanzia tra riformatorio e ospedale psichiatrico.

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Edward era un bianco di Hollywood con più di quindici anni trascorsi dietro le sbarre, che ha poi scritto vari libri ed é diventato uno dei romanzieri noir più influenti.

In Educazione di una Canaglia dice: «Per anni non ho fatto che rubare. Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore».

Come Malcom X, Bunker era un criminale in piena regola, ma non aveva nessun interesse a diventare proselita di Fratellanze Ariane o Nazioni Islamiche.

Sicuramente era un bullo, un teppista, ma fu la sua vita di abbandono e povertà che lo portò da subito nei guai. Il suo percorso di scrittore inizia in isolamento, nel “buco” di San Quentin, dove sentiva un incessante rumore di macchina da scrivere.

Arrivava dalla cella di Chessman, noto come il bandito a luci rosse di LA, che stava scrivendo la sua storia, Cella 2455. Caryl inviò una copia di Argosy Magazine, dove compariva il primo capitolo del suo libro, a Bunker, il quale incoraggiato dalla storia dell’altro detenuto e reduce da anni di letture in cella decise di iniziare a raccontare le sue storie.

Come nelle migliori tradizioni degli esordienti il suo primo svritto venne cassato, e vide la luce solo diciassette anni dopo. Ma Edward vedeva nella scrittura la sua possibilità di redenzione, voleva seguire le orme di Cervantes e Dostoyevsky, anche loro autori da dietro le sbarre, per sfuggire a un destino che sembra segnato: era ossessionato a tal punto che vendette anche il sangue per pagare la retta di un corso di scrittura per corrispondenza.

E quando all’età di quarant’anni uscì sulla parola l’impulso criminoso combatteva con quello di autore, ma Edward riuscì a sopravvivere con i soldi della scrittura dimostrando, come aveva sempre sostenuto, che i suoi atti criminali erano spinti soltanto dalle circostanze e dalla necessità.

Edward Bunker e Malcom X rappresentano due tipi di percorso che, ideologie a parte, consiglierei di approfondire a chi vuole capire cosa significa cambiare durante un periodo di detenzione grazie alla letteratura, in meglio o in peggio non è nostro compito.

 


Bello e dannato, non certo scrittore

Fabrizio Corona. Il primo ricordo che ho è di quando ho visto le sue foto scattate in carcere da un secondino, che vennero poi pubblicate sul suo sito o vendute ad un giornale.

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Di seguito venne liberato per poi essere arrestato nuovamente.

Fu così che uscì il suo, immancabile, libro: Mea Culpa.

Ora, per quanto non mi aspettavo molto da un prodotto edito esclusivamente per sanare qualche buco della CE, sono rimasto comunque colpito dalla completa mancanza di contenuti.

Il fotografo usa come sottotitolo «Voglio che mio figlio sia orgoglioso di me», ma il libro non é altro che il riflesso egocentrico di un personaggio da copertina. Non parla di redenzione, di cambiamento, di scelte, mette sotto il naso dei lettori fatti di gossip rimasti inediti.

Bunker, che per periodo storico è il più vicino a Corona, compie un percorso, incanala l’energia negativa dei suoi crimini per dare un prodotto di intrattenimento vero.

Corona sazia la voglia di pettegolezzi degli italiani, dando in pasto qualche episodio succulento per l’opinione pubblica.

Ecco un piccolo ma rappresentativo stralcio di quanto potreste trovare leggendo il suo libro:

«Non voglio sembrare drammatico, ma se non fossi finito in prigione, sarei potuto morire. Ero ossessionato dal successo, dai soldi. Dovevo avere le donne più belle, il fisico più scolpito, il look più alla moda. Volevo una vita perfetta e avevo il terrore di perdere tutto. E così mi ammazzavo di lavoro, incontri, appuntamenti, palestra. Il chirurgo mi aiutava a fermare il tempo, le sostanze chimiche mi davano una mano a reggere. Mi riempivo di pillole: pillole per allenarmi, per fare l’amore, per dormire. […] Dopo un anno di carcere, mi guardo allo specchio e mi vedo diverso. Ho i capelli lunghi e ricci, la barba curata, ho perso molti denti, sono dimagrito, la mia faccia non ha più quel gonfiore chimico».

Il libro parla di serate, scandali, di Matteo Renzi con la “panzetta”, con qualche scurreggia in più poteva diventare un perfetto cinepanettone.

Non penso ci fosse bisogno di un prodotto per un pubblico che adora il personaggio, o per lo meno di un libro presentato come “storia di carcere”, quando null’altro è se non un’opera di vanità.

È questa la differenza, l’abissale differenza con gli altri.

Loro non vogliono difendersi, non vogliono riscattarsi a tutti i costi: vogliono sì raccontare delle loro storie, ma soprattutto trasmettere una verità – talvolta relativa – che è comunque frutto di un percorso di riflessione e maturazione che la vita in gattabuia gli ha permesso di sviluppare.

Samuele Maffizzoli
Nato a Verona nel 1988, vive tra Italia e UK. Ha tradotto per The Post Internazionale, collabora con Dude e Calciatori Brutti. Il resto sono speculazioni e bugie.
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