Disegnini: Disturbo ossessivo compulsivo da controllo
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Disturbo ossessivo compulsivo da controllo

Proveniamo da stati d’animo diversi e da luoghi diversi della casa quando a notte fonda ci ritroviamo di fronte al rubinetto del gas perché a entrambi, nello stesso momento, è venuto il dubbio che potesse essere rimasto aperto. Disturbo ossessivo compulsivo da controllo. Un atto in cui irrompe tutto il nostro cordoglio a legarci come […]

13 Gen
2016
Disegnini

raccontino12gennaio

Proveniamo da stati d’animo diversi e da luoghi diversi della casa quando a notte fonda ci ritroviamo di fronte al rubinetto del gas perché a entrambi, nello stesso momento, è venuto il dubbio che potesse essere rimasto aperto. Disturbo ossessivo compulsivo da controllo. Un atto in cui irrompe tutto il nostro cordoglio a legarci come una mummia siamese in cucina col brusio del frigo unico testimone e tutti gli altri oggetti fermi e “con tutti gli altri oggetti fermi” intendo quelli rimasti sul tavolo e perciò intendo la confezione vuota di plastica e alluminio delle caramelle per il mal di gola, un libro sulle origini dell’urbanistica, le gallette, le tovagliette di cui solo da poco ho incominciato a comprendere e apprezzare il vero valore profondo e pulsante, tanto da non poterne più fare a meno, anzi, tanto da intraprendere lunghe conversazioni con gli ospiti sulla qualità di certe tovagliette rispetto ad altre, sui pro e i contro di quelle in plastica o in stoffa, lavabilità inversamente proporzionale alla qualità estetica. Mentre io per esempio prima non davo alcuna importanza alle tovagliette. Anzi non davo alcuna importanza a qualunque oggetto o usanza che potesse allungare il lasso di tempo in cui consumare il pasto. In me è in atto un processo di rivalutazione e ricollocamento dell’importanza delle cose e delle azioni, come le tovagliette o sottolineare le parti che mi piacciono dei libri o prendere appunti per non dimenticare le idee o i pensieri, cose o azioni che un tempo avrei liquidato sbrigativamente in quanto stupide o inutili.

Capisco tutto questo e mi è tutto un po’ più chiaro e mi accorgo di capirlo e allora intrattengo lunghe conversazioni con gli ospiti, sul fatto che io ho capito e capisco veramente e mi accorgo che sto capendo e accorgersi delle cose mentre avvengono, io non smetterò mai di dirlo, è importante e prezioso.

Ci sarebbe da afferrare e strattonare i passanti per la giacca e dirgli che io capisco e mi accorgo di capire, tutto o quasi tutto, di quel che accade, che sono d’accordo, che sono complice e sono anche io parte di tutto questo.

Io capisco e mi accorgo di capire che posso esercitare la memoria o soccorrerla scrivendo degli appunti sul quaderno, per quando le impronte dei nostri passi e il sapore dei nostri baci saranno spazzati via dalle nuove ere, dai nuovi venti, dalle nuove montagne, dalla nuova acqua e dai nuovi grattacieli. Ma capisco e mi accorgo di capire anche l’esigenza delle cene di coppia il sabato sera d’inverno, piene di opinioni categoriche, quando sento dire «ci piace fare questo, ci piace fare quello», «siamo stati qui, siamo stati lì», oppure: «volevamo provare la cucina vietnamita». Non l’ho forse sentito dire e non l’ho forse capito? Pertanto io capisco e mi accorgo di capire – e sia chiaro sono con voi senza remore – ogni facile soluzione a tutti i più giganteschi e incombenti problemi dell’umanità. Capisco le opinioni politiche. Capisco le nostre riunioni. Capisco le feste. Capisco i nostri matrimoni e i nostri figli e la nostra annosa solitudine. Capisco e mi accorgo di capire tutte le nostre preoccupazioni e le esigenze in materia di arredamenti, in materia di linguaggio, e per tutto quello che riguarda attività fisiche, hobby, gite fuori porta, abilità nel servire un cocktail, qualità dell’impianto audio da cui proviene la musica in un determinato locale in relazione alla capienza dello stesso.
E chi sono io se non volenterosa parte cosciente di tutto questo? Con il mio corpo ben chiaro e nitido, con un inizio e una fine, distinguibile, con un confine indubitabile. Sedimento di azioni altrui, e teorie altrui, scoperte altrui. Estranei sconosciuti e lontani. Io catapultato giù dal treno in corsa con un fardello di pulsioni e l’insaziabile civiltà attorno, i libri e le storie e nessun merito con cui potermi difendere o vantare.

Come niente potrei addormentarmi ovunque semplicemente chiudendo gli occhi: mentre sono nel veicolo che viaggia nel traffico scorrevole delle ore quindici e trenta, mentre sono seduto a bere un tè caldo alle diciassette e otto minuti, nel bel mezzo di un discorso alle ventuno in punto o in fila dal tabaccaio a mezzogiorno. Impiego sempre meno tempo ad addormentarmi, contro ogni oppressione e avversità io chiudo gli occhi e dormo. E il prezzo da pagare è che questa reattività non c’è quando, al contrario, è il momento di svegliarmi. Questo mi fa pensare che entro un certo periodo, trascorrerò l’intera giornata a dormire, è solo una questione di tempo. Quando il cerchio si chiuderà, quando il cane si morderà finalmente la coda, quando l’uroboro divorerà se stesso, quando non ci sarà più né speranza e né perdizione, so per certo che tu sarai lì ad affossarmi e poi ad amarmi e poi a profanarmi ancora.

La prima volta che ho sentito la tua voce hai detto: «trascorrere il tempo pensando a ciò che non siamo riusciti ad essere, è uno sbaglio. Continuare ad essere carne che vibra per l’odio e per l’amore, questo no, non è uno sbaglio. Non c’è ragione nelle emozioni e non c’è colpa*».
La prima volta che ho sentito la tua voce sono rimasto paralizzato.

Ho la fortuna – che non hanno tutti – di poter riascoltare quella voce ogni volta che voglio, ed è così che ho trascorso buona parte degli ultimi giorni.

*testo di una canzone

 

Edoardo Vitale
Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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