Disegnini: Insensibilità congenita a ottobre
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Insensibilità congenita a ottobre

Può capitarmi di non dire neanche una parola per un intero martedì pomeriggio, di non ridere per una settimana, di accorgermi che è da un mese che non riesco a espellere una sola lacrima anche se ho tutti i motivi per farlo.

7 Ott
2015
Disegnini

6-ottobre

Può capitarmi di non dire neanche una parola per un intero martedì pomeriggio, di non ridere per una settimana, di accorgermi che è da un mese che non riesco a espellere una sola lacrima anche se ho tutti i motivi per farlo. Per una quantità di tempo che non posso prevedere, sono costretto a stare nel mio corpo privo di qualunque tipo di emozione, senza la possibilità concreta di influire sullo stato delle cose. La mia soglia di attenzione si abbassa, per non dire che sparisce del tutto. Interrompo un film dopo venti minuti, distratto da motivi futili. Peggio ancora con le serie tv: non so dire quante volte mi sono addormentato entro i titoli iniziali della prima puntata della prima stagione di Breaking Bad. Seguo con gli occhi tutte le righe del capitolo di un libro ma non sto leggendo. Abbandono le conversazioni d’improvviso, inventando scuse banali: ieri nel bel mezzo della cena mi sono alzato e sono andato a sedermi sul divano in salotto. L’unica giustificazione che sono riuscito a dare qualche minuto più tardi è stata «scusami, credevo avessi finito di parlare».

Con questo non intendo dire nulla, se non che sono di nuovo in uno stato di alienazione mentre Adele mi legge alcune poesie della sua amica Klaus, di cui invidio il nome almeno tanto quanto mi infastidisce l’attrazione che ha Adele nei suoi confronti o l’enfasi con cui descrive il suo fascino. Le poesie mi mettono grande soggezione e imbarazzo, anche quelle più belle. «Queste cose andrebbero scritte in prosa, renderebbero molto meglio», dico per non apparire del tutto distratto dai ricordi che mi suscitano le dita lunghe e scheletriche che sorreggono il libro, con le unghie che pressano sulla copertina rischiarando la pelle sotto la cheratina del corpo ungueale. Il ricordo di un numero infinito di emozioni che non sono più in grado di esprimere.

Il segnalibro poggiato sul cuscino sponsorizza un evento che si è svolto a Bologna nel 2013, una specie di fiera o non so che. Un rettangolino plastificato dove c’è tutta la forza del distacco che ha Adele con ciò che le accade attorno, un senso di rifiuto per la più stretta contemporaneità, nessuna necessità di un superfluo stare al passo con i tempi. È difficile da spiegare. Il 2013 era giusto un paio d’anni fa ma anche due milioni di anni fa. Ma non importa perché mi accorgo che non ricordo quasi nulla del 2013, poche cose, molto vaghe, ma forse era il 2012, forse era il 2014, forse era ieri.

Poi Adele prende un altro libro e legge un’altra poesia, stavolta di ******** e dice «anche queste sono molto belle, ma il mio poeta preferito in assoluto è *****.», io non aggiungo altro, non commento, non ho opinioni a riguardo. Poi mi dice «baciamoci come nei film» e questa cosa mi fa ridere – dopo una settimana – per due ragioni: la prima non so spiegarla, ma ha a che fare con la gestualità, il momento e il tono di voce con cui è stata pronunciata la frase, la seconda ragione ha a che fare con un aspetto più semplice, perché quello che sarebbe “un bacio come nei film”, mi fa venire il solletico.

Dopodiché non c’è nessun legame, neppure il più elementare, tra un momento e quello successivo. Dopo il solletico e le risate le sensazioni non permangono. Gli avvenimenti sono sconnessi e isolati tra loro. Penso a un cartone animato che ho visto l’altra notte. Non dormo più da mesi ormai e così l’altra notte ho acceso la tv e ho messo i cartoni animati sperando che potessero conciliarmi il sonno riportandomi all’infanzia (anche se avrei dovuto mettere Breaking Bad per prendere sonno): la trama era inesistente, c’erano solo questi pupazzetti colorati alle prese con un problema o un avvenimento e dopo dieci secondi c’era un nuovo problema o avvenimento, senza alcun legame e a velocità supersonica. I pupazzi vanno a pescare, pescano un pesce che gli fa una multa perché lì è vietato pescare. Fine. I pupazzi mangiano lumache in un giorno di pioggia e gli fanno schifo. Fine. I pupazzi provano a far partire una navicella ma premono il pulsante sbagliato e la navicella esplode. Fine. E così via. Accade la stessa cosa con le mie sensazioni. Naturalmente i cartoni animati non sono riusciti a farmi addormentare. Ho abbracciato Adele, poggiando il mio ventre sul suo culo, l’addome sulla spina dorsale, il mento sulla nuca. Ma non so mai che ruolo dare al mio braccio sinistro. Inoltre non riesco mai a stare fermo in una posizione per più di qualche attimo. Ho iniziato a passeggiare all’alba, un’orario in cui mi sento al sicuro. Nessuno è mai stato ucciso all’alba. Le persone sono troppo stanche per uccidere a quell’ora, sia che stiano andando a dormire, sia che siano appena sveglie. Faccio lunghe e lente passeggiate nei luoghi che poche ore più tardi diventeranno l’inferno. La stazione Termini deserta. I camion parcheggiati in doppia fila che scaricano casse di frutta fuori dal mercato di Piazza Vittorio. Uomini con i cappelli di lana blu. Una giovane ragazza chiusa dentro una Renault Twingo color senape del ’99 ascolta a volume altissimo una canzone di Ricky Martin.

Non dormire mi provoca allucinazioni e una continua sensazione di torpore al cervello. Non mi sento in grado di fare nulla, non mi sento all’altezza, non mi sento mentalmente attivo, né abbastanza intelligente, perdo confidenza con tutto quello che ho sempre fatto con grande disinvoltura e tutto questo non fa che intaccare la mia autostima. Inoltre l’insonnia mi espone al mal di testa molto più del solito. Con intervalli regolari si possono trovare sulla mia agenda pagine con una grossa X scritta a penna, giornate intere divorate dalla nevralgia e depennate dalla mia vita, inesistenti, nulle. Buchi neri veri e propri.

Per un certo periodo ho raccolto informazioni e materiale storico sui semafori, inutile dilungarmi a lungo su questo punto. Ho raccolto informazioni e materiale storico e basta. Non è del tutto corretto dire che mi piacciono i semafori, ma è altrettanto vero che mi interessano parecchio. Passo molto tempo fermo ai semafori, sono utili per girare una sigaretta, mandare un sms, pranzare. Ho sviluppato parecchie teorie sui semafori, e su tutte le implicazioni politiche e sociali che hanno. Ho fantasticato osservando le persone ferme accanto a me, mi sono innamorato più volte, anche se l’amore più longevo rimane quello per la ragazza che fa la giocoliera al semaforo sulla Cristoforo Colombo. Invece sono pronto a scommettere che il semaforo rosso all’incrocio tra viale Manzoni e via Emanuele Filiberto sia uno di quelli che durano più a lungo di tutta Roma, ma con le informazioni che ho raccolto sono solo in grado di dire che si tratta del terzo semaforo piantato a Roma, nel 1934. Ci trascorro tra gli 8 e i 12 minuti al giorno, ogni mattina.

cambiavita_semaforomanzoni

Sulla sinistra, c’è una scritta sul muro: «CAMBIA VITA». La osservo tra gli 8 e i 12 minuti al giorno, ogni mattina. A volte mi immagino che in quell’angolo lì uno se vuole può cambiare vita, un check-point, due persone si incontrano lì, avviano una trattativa e se sono d’accordo si scambiano la vita, una stretta di mano e ognuno per la sua strada. Ogni tanto mi chiedo in quale modo potrei cambiare vita, ma non ne ho idea, non so cosa voglia dire, ogni volta che leggo quella scritta bisbiglio la parola: girovita.

Edoardo Vitale
Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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