Disegnini: Probabilmente sono solo indifeso di fronte a tutto questo
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Probabilmente sono solo indifeso di fronte a tutto questo

Mi ricordo quelle sere seduti nella casa ricavata dal garage che mi leggevi i libri su Carlo Gesualdo e su John Cage e c’era qualche legame tra loro due o forse l’unico legame era la piccola libreria disordinata.

6 Lug
2015
Disegnini

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Venerdì

Mi ricordo quelle sere seduti nella casa ricavata dal garage che mi leggevi i libri su Carlo Gesualdo e su John Cage e c’era qualche legame tra loro due o forse l’unico legame era la piccola libreria disordinata con tutti i libri di musica e io le disprezzo le librerie disordinate che non permettono di afferrare facilmente i libri senza far cadere scartoffie o statuine e santini e medicine, forbici, spartiti, totem, occhiali, batterie stilo scariche, chiavi, pacchetti di sigarette vuoti, tessere del supermercato, cartoline, anelli e pupazzetti colorati con il pene gigante. La piccola libreria disordinata con tutti i libri di musica che per afferrare un libro allora c’era bisogno di spostare prima cinquecento piccoli oggetti e io che cerco sempre le scorciatoie o penso di essere fortunato provo a prendere un libro senza curarmi di spostare prima cinquecento piccoli oggetti ma non ci riesco e li faccio cadere tutti e tu mi dici “non importa, lasciali lì” e lo dici sul serio e non per ospitalità e io li lascio lì sul serio e rimangono lì sul serio per giorni e giorni.

Tutto questo nella casa ricavata dal garage con le piante fuori e la finestrella con le inferriate che dava sul cortile interno. L’ineffabile lastra di ghiaccio piantata nella cella frigorifera della più tacita memoria per cui – e grazie alla quale – oggi ti dico: ritrovo coscienza di me dentro di te. Permetto al mio corpo di spostarsi. Permetto al mio corpo di nutrirsi. Permetto al mio corpo di dormire. Permetto al mio volto di cambiare e di sfigurarsi.

Mi hai detto che A&5!$?6/ si è ammazzato e che le città di mare in inverno sono le più belle per un funerale lungo tre giorni e che sulla spiaggia hai pregato a lungo, anche per me. Io al funerale non c’ero e non sapevo niente e non ho pregato per te perché in fin dei conti non ti penso quasi mai. È sempre mancato un certo ritmo alle nostre conversazioni, fatte di lunghe pause, interruzioni fastidiose, una certa perdita di confidenza nel bel mezzo dell’atto, senza i silenzi che cadenzano le opinioni alle quali siamo attaccati avidamente. Mi hai detto che A&5!$?6/ si è ammazzato e che questo è accaduto da un sacco di tempo e che è colpa mia se non c’ero, è colpa mia se sono un egoista schifoso che ha preso le distanze da tutto e che ha fatto sentire tutti ripudiati, inutili e inadeguati e che è colpa mia se non mi accorgo quando le persone stanno male.

Sinusite permettendo, mi piace soffiare via dal naso il fumo delle sigarette, quando mi ricordo di farlo: un’operazione che mi fa percepire qualcosa di molto simile al gusto di cacao da qualche parte nel cervello.
Ma non ti ho voluto raccontare dei miei vuoti di memoria che peggiorano e ho toccato l’argomento solo descrivendo la nuova “teoria del bagaglio culturale”, qualcosa di leggero e facilmente trasportabile. Una teoria con cui mi proteggo stabilendo che non voglio costruire una casa culturale, perché se ne starebbe immobile, oppure richiederebbe continuamente presenza e cura, un ritorno continuo, mi impedirebbe di allontanarmi troppo e soprattutto, immagino, la costruirei solo per sfarzo, per mostrarla agli altri e non per me. E poi è pericoloso costruire una casa con il rischio di costruirla dall’interno, e senza accorgermene rimanerci chiuso dentro, oltretutto con la possibilità non trascurabile che possa crollare.
Preferisco avere ricordi e conoscenza che abbiano l’antichità di una settimana al massimo, non lasciare alcuna traccia, muovermi rapido.

Iniziare. Finire. Dimenticare.

La verità è che tutto quello che ho studiato, letto, visto e appreso, l’ho quasi sempre dimenticato e quindi non ho molte alternative e come al solito cerco di valorizzare ciò che non posso abbandonare.
Penso che questo non sia certo il migliore dei racconti.

Parlavamo tutti i pomeriggi dopo pranzo, con il rammarico di vederti andare a lavoro al momento sbagliato. Mi ricordo di quel discorso in cui ti confessavo che non troverò mai il coraggio di condurre una battaglia pubblica sul fatto che i pompini siano sopravvalutati. Molte volte ho pensato che non saresti più tornata dal lavoro, molte volte ho pensato che fosse il giorno in cui ti avrebbero investita mentre tornavi in bicicletta e che non avrei avuto tue notizie per ore, finché il proprietario di casa non fosse venuto per riscuotere l’affitto ritrovandomi inspiegabilmente denutrito e accecato dalla luce esterna con una barba lunghissima e una camicia sporca e chiedendomi “e tu chi cazzo sei?”.

 

Sabato

Mi avete detto che qui ogni tanto si fanno ancora le solite orge, ma che non è più come un tempo e che l’oppio che gira ultimamente è dei peggiori e che alcuni dei ragazzi non se la passano bene perché è difficile trovare lavoro e rimettersi in gioco e che nella migliore delle ipotesi la mattina si va a fare le pulizie in casa di qualche famiglia benestante e la sera si va a fare le seghe ai vecchi nei centri benessere e che questo è quello che passa al convento e che voi siete dalla mia parte e guardate con orgoglio al mio lavoro, alla mia vita, alla mia cura delle cose, e che non devo di certo sentirmi in colpa se ogni minuto che perdo in cose inutili muore un bambino a Gaza. E non capite che io non ho bisogno di questo, ma ho bisogno di conforto e ho bisogno che siate migliori di me, altrimenti sono perso e non so cosa devo rincorrere.

Avete cacciato, ucciso e mangiato l’animale in segno di sacrificio, perché i riti servono a rompere l’ordinario per dare libero sfogo alla parte peggiore o a quella migliore di noi. Io non ho cacciato, ucciso e mangiato l’animale in sacrificio perché sono un vigliacco.

 

Domenica

Arrivava un’altra mattina fiacca, con le cicale e un sole insopportabilmente bello, il mio telefono stava squillando. Tu parlavi da sola per dare un ritmo alle azioni “questo va qui, prendo questo, questo l’ho fatto, devo scrivere a tizio…”, poi ti alzi in piedi e dondoli sulle gambe e si tratta di un gesto che mette in risalto i muscoli delle tue cosce. Fai scrocchiare il collo, scuoti i capelli. Ti accendi una sigaretta. Ti metti un vestito. Esci in giardino per stendere i panni. Io me ne rimango a letto a sondare il mio corpo e a registrare tutte le anomalie, ce ne sono di nuove ogni giorno. Un ginocchio storto rispetto all’altro, una vertebra diversa da quella di ieri che mi fa male, la parte destra del ventre che mi sembra più rigida rispetto a quella sinistra, una mano che formicola, l’altra che trema se provo a stringerla, un occhio che pulsa, una nuova vena sulla tempia che ieri non c’era. Appena sveglio impiego circa sette secondi per capire se avrò mal di testa. Poi faccio gli esercizi per la memoria. Cose futili e di facile riuscita, solo per tranquillizzarmi. Passo in rassegna il volto e altri piccoli dettagli che riguardano le persone che non voglio dimenticare. Faccio una preghiera apotropaica e solo allora rispondo al telefono che sta di nuovo squillando.

Penso alle cose inaspettate e alle cose che potrebbero non succedere. Mi chiedo quale sia la sostanziale differenza tra esse.

Non è inatteso che hai voglia di scopare di mattina. A volte non me ne frega neanche un cazzo di arrivare all’orgasmo. A un certo punto abbiamo sete e poi ci mettiamo a parlare. Ed è così che finisce. Anche perché fa caldo. Anche perché ci sono un sacco di altre cose che potremmo fare. Fare colazione ad esempio.

Il pomeriggio invece si esaurisce con velocità. Collega i cavi, accorda gli strumenti, usa le mani. È stato bello, non dico di no. Ma non per questo non ho pensato a quale strada fare per andarmene via da questo posto. Alle strade secondarie, alle strade statali, che passano in mezzo ai piccoli agglomerati urbani e ai borghi medievali che mi sembrano sempre così straordinari.

Non per questo non ho pensato a quali scuse inventare per andarmene da qui senza dover avviare di nuovo una lunga ed estenuante trattativa.

Edoardo Vitale
Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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