Disegnini: Sesso umorale II
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Sesso umorale II

Da qualche settimana ho un orologio di quelli con le lancette che ticchettano.

11 Giu
2015
Disegnini

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Da qualche settimana ho un orologio di quelli con le lancette che ticchettano e quando per qualche motivo si creano dei silenzi – che potrei definire apnee, aritmie, un battito mancato dal tribale frastuono metropolitano: nel traffico, in metro, in ufficio, per strada, durante la pausa pranzo, nei bar e così via – e allora succede che mi capita di accorgermi del ticchettio delle lancette del mio nuovo orologio, ma soprattutto mi capita di accorgermi che quel ticchettio è in grado di risucchiare tutta la mia attenzione come un piccolo buco nero situato sul polso, dal quale è impossibile rifuggire. Mi ricordo quel gioco del “non pensare all’elefante”.

Mi piace accorgermi delle cose insignificanti o scontate. Tutti i gesti quotidiani che vengono compiuti meccanicamente, ancor più quelli domestici, versare l’acqua nel bicchiere, toccare una maniglia per aprire una porta, tagliare una mela, sgretolare qualcosa con i denti e accorgersene mentre accade, è bello. È bello accorgersi delle cose mentre accadono. Il più delle volte sono distratto.

Sono anni che sull’agenda appunto ogni 1 gennaio o 1 settembre: “compra un orologio”, voce seguita quasi sempre da “prenota analisi del sangue”. Qualche tempo fa ho fatto le analisi del sangue, ma comprare un orologio continuava a sembrarmi procrastinabile se non addirittura sostanzialmente inutile, finché poi ne ho trovato uno, un giorno qualsiasi, non mi ricordo neanche più quando – di certo non era il 1 gennaio né il 1 settembre –  era pochi giorni fa ma non me lo ricordo quando era di preciso.

Sono talmente poco abituato ad avere un orologio che continuo a usare il telefono per sapere che ora è. E quando mi ricordo che ho un orologio allora istintivamente guardo subito che ora è, anche se lo so già oppure non mi interessa di saperlo. E poi non sono bravissimo a leggere rapidamente gli orologi con le lancette, non ho mai imparato bene. Il ticchettio mi dà fastidio, mi fa sentire braccato. Mi dà fastidio pensare che è inevitabile che ci sia sempre e che non posso impedirlo e se proprio voglio avere un orologio con le lancette allora devo farmelo andare bene sempre, anche perché non ha senso avere un orologio per poi indossarlo solo ogni tanto. Quindi me lo tengo sempre. Se voglio avere un orologio non posso di certo lamentarmi che le lancette vadano con il tempo, anche perché il tempo sta lì sempre e allora avere un orologio è proprio come avere un tatuaggio. Quindi mi sono fatto anche un tatuaggio, anzi due.

Il più delle volte quando io e Adele ci vediamo saltiamo i convenevoli e scopiamo. Considerando che a casa non c’è il citofono e che non ho più le chiavi, mi tocca scriverle un sms per farmi venire ad aprire il portone se è notte fonda e non posso citofonare allo studio medico del terzo piano o al sindacato degli sbirri del quinto, come invece mi capita di fare se è orario d’ufficio. Questo stato delle cose taglia fuori qualunque effetto sorpresa o accoglienze particolarmente elaborate sulla soglia della porta e per ovviare a questo handicap capita di spogliarci già in ascensore, di masturbarci, mani nelle mutande, sesso orale e via discorrendo, pur di non parlare e renderci conto che siamo lì.

Da troppo tempo ormai l’arredamento di casa di Adele non mi appartiene più e cambia così tanto di frequente che ogni volta mi sembra un posto nuovo. Quadri e foto nuovi sul muro, la libreria da un’altra parte, sul tavolino riviste nuove che non ho mai sfogliato, biografie di registi che non ho mai sentito nominare, dvd di film che non ho mai visto, scartoffie, post-it e appunti che non riesco a decifrare, il sax a prendere polvere in un angolo, la chitarra senza due corde che non vengono più sostituite, i cavi per i microfoni ammassati per terra buoni solo per rischiare di inciampare, creme, saponi e medicine che hanno attecchito in tutti gli spazi liberi messi a disposizione dal bagno e che è impossibile non far cadere se mi voglio lavare i denti con un minimo di comfort, nuovi buchi sul tetto rattoppati con asciugamani colorati, secchi messi in nuovi punti del pavimento per raccogliere la pioggia che cade dal soffitto dai nuovi buchi sul tetto che non si possono rattoppare con asciugamani colorati. Questa casa è bella. Ci sono i pavimenti scricchiolanti e una quantità di utensili ammaccati che risalgono a chissà quando. Ho sempre pensato che fosse un buon posto per morire, non mi dispiacerebbe essere ritrovato qui. Questo lo dico perché a volte mi capita di pensare che Adele potrebbe uccidermi nel sonno presa da un raptus di follia come si usa scrivere sui giornali e non saprei dire perché, ma la cosa non mi spaventa quanto dovrebbe e dormo come un sasso quando sono qui. Mi spaventano e mi tolgono il sonno cose molto più stupide.

In questo posto c’è la sensazione di essere distante da qualsiasi altra forma umana, e del resto un po’ è così, trattandosi di un palazzo pieno di uffici e sedi legali di sorta, che si svuotano di notte. Sembra una casa di montagna in pieno centro di Roma e questo ha i suoi vantaggi, come poter suonare a volume alto fino all’alba senza che nessun vicino venga a rompere il cazzo. Quando passa il tram in strada vibrano le pareti, che tuttavia sono parecchio spesse tanto che non si riesce a sentire da una stanza all’altra e infatti io me ne sto quasi sempre in cucina a lavare i piatti perché è una cosa che detesto ma che mi rilassa e che mi fa stare per conto mio, ma mi impedisce di sentire Adele che dal letto mi chiede se voglio fumare un po’ d’erba e io non la sento e allora finisce per fumarsela solo lei.

Ho la sensazione di avere diritto solo questo quando sono qui, anche se desidero altro, ho le sensazione di essere destinato a questo finché la mia aridità non diventerà leggendaria. Okay, poi arriva l’ora della cena che sembra una specie di danza in cui due corpi nudi si sfiorano senza toccarsi mai, rischiano di collidere ma non collidono mai, mentre apparecchiano la tavola, girano la pasta, aprono una confezione di lenticchie e fanno tutte quelle cose che si fanno quando arriva l’ora della cena, con sincronia e meticolosità come le api che costruiscono un alveare. A volte mangio in piedi. E mi piace accorgermi che sto tenendo il piatto con la mano sinistra e affondo la forchetta con la mano destra e mi piace accorgermi che la riuscita di questa operazione è affidata tutta solo alla resistenza e all’equilibrio del mio corpo e non a quella di un tavolo.

Edoardo Vitale
Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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