Letteratura: Come diventare grandi senza diventare stronzi – Intervista a Giuseppe Catanzaro
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Come diventare grandi senza diventare stronzi – Intervista a Giuseppe Catanzaro

C’è uno scrittore esordiente che ci è stato subito simpatico perché: gli hanno proposto interviste in web radio universitarie e ha detto sì, gli hanno offerto frappe e bignè di San Giuseppe in diretta e se li è mangiati, gli hanno chiesto di leggere estratti del suo libro e li ha letti, gli hanno consigliato […]

C’è uno scrittore esordiente che ci è stato subito simpatico perché: gli hanno proposto interviste in web radio universitarie e ha detto sì, gli hanno offerto frappe e bignè di San Giuseppe in diretta e se li è mangiati, gli hanno chiesto di leggere estratti del suo libro e li ha letti, gli hanno consigliato un accompagnamento musicale e ne è stato felice. Tutto questo in meno di un’ora. Lui è Giuseppe Catanzaro, è del 1988 e ha pubblicato con Elliot il suo primo romanzo: Charlie non fa surf. La prima cosa che abbiamo notato quando l’abbiamo incontrato è stata che era siciliano, e siamo partiti da lì.

 

PALERMO – ROMA

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Com’è Palermo?

Palermo per me, in una parola, è decadente. E il suo fascino è proprio questo. È una bellezza un po’ grezza, lasciata un po’ a se stessa… Questo sapore è particolare, è il sapore di una città che ha vissuto tante cose secondo me, e se le porta addosso. Io c’ho un rapporto particolare con Palermo. A 18 anni me ne sono scappato. Avevo sviluppato una sorta di ostilità, magari semplicemente perché ero piccolo e sentivo l’esigenza di allontanarmi. Poi lentamente, con gli anni, ci siamo riappacificati, io e la città, ci siamo riscoperti e apprezzati a vicenda.

 

Hai mai pensato di usarla come sfondo per i tuoi racconti?

Non proprio. Cioè, non ci ho mai provato. Eppure ha delle atmosfere che si prestano. Soprattutto, non so, ha delle atmosfere un po’ noir. Anche se poi io scrivo altre cose, quindi ecco, forse per questo non ho avuto spinta ad ambientarci nulla.

 

A Roma dove vivi?

A Roma vivo in una traversa di via Nomentana. Diciamo tra piazza Bologna e piazza Istria.

 

In Charlie non fa surf c’è una grande attenzione ai luoghi romani dove vivono, lavorano e si divertono i personaggi, che sono tutti nostri coetanei: sono ancora all’università, l’hanno abbandonata all’improvviso o l’hanno appena finita. Una cura che nei racconti mancava.

Nei raccontini che ho scritto sono sempre stato vago, da un punto di vista dello spazio e del tempo. Mi piaceva questa indeterminatezza, ma poi nel romanzo si è reso necessario localizzare le vicende. Anche perché, ambientare la storia di un 25enne di oggi a Roma vuol dire qualcosa di più che dare un semplice riferimento geografico, per quello che Roma ha rappresentato in questi anni.

 

Quella del tuo romanzo è una Roma vista da un ‘fuori sede’, ma dove chi viene da fuori fa tutto quello e cita tutto quello che fanno e citano i più o meno veri romani. Il contesto di Charlie non fa surf diventa tanto più importante nella creazione dell’atmosfera tanto più si fa sottile, tanto più sono ‘romanocentriche’ le realtà che nomini: The Pills, Thegiornalisti…, la tua è una storia che non riesco a immaginarmi in nessun’altra città. Cosa prova un fuori sede quando vede per la prima volta i ragazzi di Giardinetti?

Roma, che piaccia o no, ha sviluppato una sua identità in questi anni. Un’identità precisa, che secondo me si sente molto, ancora di più da fuori sede.

C’è stato molto movimento in questi anni, ci sono state un sacco di cose, sono usciti tanti gruppi da Roma e tante situazioni. Io questo lo dico anche se c’è gente che dice: «Ah, ma a Roma non si fa mai un cazzo». Io questo lo dico anche se la gente a Milano magari dice che tutto quello che è venuto fuori da Roma fa schifo, o è mega provinciale. Non è vero, o meglio, non penso sia vero. Roma ha sviluppato una sua identità. Per carità, caciarona, non raffinatissima, non snob e paracula come altrove, ma molto forte e molto compatta.

In questo contesto si inseriscono gli artisti che hai citato, che, al di là di quanto possano piacere o meno, è innegabile abbiano dato un contributo e abbiano alimentato il fermento di cui parlavo.

 

Sei forse l’unico under 30 a parlare della, chiamiamola così per chiamarla presto, ‘scena romana’, in un romanzo.

Il romanzo cerca di essere onesto e sincero, il più possibile.

Quindi questo aspetto, della cosiddetta “scena romana”, andava trattato.

Non puoi parlare di un 25enne che vive a Roma nel 2015 senza parlare dei The Pills o dell’album dei Thegiornalisti: perché a Roma c’è stato questo, come c’è stato Monti, c’è stato il K Party e ci sono state altre cose.

 

LETTURE

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Quali scrittori leggi?

Leggo per lo più autori italiani. Il mio preferito è Enrico Brizzi. Ho letto De Carlo, Tondelli, Calvino. Burroughs, Ballard, Fante, Kerouac, Hornby.

Ho letto pure Isabella Santacroce, ora le faccio hating su Facebook.

 

Che libro regaleresti a un’amica o a un amico?

Cent’anni di solitudine. Ma dipende anche dagli sconti in libreria.

 

Un libro che rileggeresti?

Cent’anni di solitudine.

 

Un libro che non rileggeresti?

Un libro che non rileggerei mai l’ho letto quest’estate ed è La mostra delle atrocità di Ballard, che è fico ma non si capisce un cazzo. Diciamo che è fico dire che lo si è letto.

 

La tua scrittura mi sembra lontanissima da un certo tipo di maestri siciliani. Penso a Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Brancati su tutti. A una prima lettura, la voce del tuo Charlie Non Fa Surf mi ricorda molto di più toni nordici, a volte nemmeno del tutto italiani. Mi riferisco a Scerbanenco, che ha vissuto dai sei mesi a Roma e poi dai suoi sedici anni e per tutta la sua vita a Milano, che in una pagina del romanzo La ragazza dell’addio, scrive delle righe così: «Stava bene, e le belle spalle nude facevano dimenticare lo spento colore del viso. Ma soprattutto a lui piaceva il rosso di quel vestito. Fu forse quel rosso netto, vivo, un rosso gioioso, estivo, a farlo decidere. Sempre, il nostro destino dipende da piccole cose, viene deciso per un tono di rosso, o perché compriamo il giornale in un’edicola e non in un’altra o perché ci alziamo mezz’ora più tardi e perdiamo un treno.» Hai una preferenza per scrittori del nord o scrittori del sud, hai mai fatto caso a dove vivevano tuoi scrittori preferiti?

Brancati non lo conosco, Pirandello l’ho letto da piccolo, e anche Il Gattopardo. Sinceramente non ho mai riflettuto molto su quale fosse la provenienza degli scrittori che leggevo né sull’influenza di questo aspetto sulla loro scrittura.

 

Sono cambiati i tuoi gusti nel corso degli anni?

Non tanto.

Continuano a piacermi le stesse tematiche, poi chiaramente è cambiato il modo in cui io ho iniziato a relazionarmi a queste tematiche, cosa che è fisiologica crescendo.

Nemmeno il mio approccio è cambiato più di tanto.

Sono sempre andato d’istinto su cosa leggere, su cosa vedere, su che musica ascoltare.

Non ho mai sviluppato un approccio “intellettuale” per il quale bisogna necessariamente ed obbligatoriamente leggere o conoscere qualcosa e farlo in un determinato momento o in determinati posti e via discorrendo.

Tendo ad interessarmi alle cose che mi incuriosiscono istintivamente.

 

LEGGERE CHARLIE

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A pagina 84 di Charlie non fa surf, il protagonista confessa: «Dai quattordici ai diciassette anni, infatti, vissi con l’ossessione di Dylan Dog. Sentivo che il destino mi voleva squattrinato, misterioso, alle prese con casi di possessione diabolica e apparizioni ectoplasmi che, in giro tra Palermo e provincia, ogni notte con una ragazza diversa, a costruire un modellino di galeone per il resto dei miei giorni». Giulio Cernini adora Dylan Dog. La fascinazione di Tiziano Sclavi per il suo personaggio ha conosciuto fasi alterne. In un’intervista di una decina di anni fa, Sclavi dichiarava di fare tutto quello che il suo personaggio non faceva: lui non era Dylan Dog. In una bellissima intervista uscita qualche settimana fa su La Lettura del Corriere, ha detto ad Antonio D’Orrico di aver sempre desiderato di essere Dylan Dog. Com’è il tuo rapporto con Giulio? Quanto c’è di te in lui? Sei per la fiction o non fiction?

Nel protagonista c’è molto del mio mondo e poco del mio carattere. Spazio e tempo sono quelli in cui mi muovo io, la professione è quella che faccio io e poi alcune esperienze e alcuni modi di vedere le cose sono comuni anche a me. Caratterialmente siamo diversi.

Una cosa importante che ci unisce è la tendenza a prendere le cose con ironia.

Poi non so, Giulio è molto preda degli eventi, quasi in balia delle cose che accadono. Io provo ad avere controllo, a pianificare, provo a dominare gli eventi (poi vabbè alla fine vengo violentato dagli eventi ma questa forse è la vita e non ci posso fare niente).

 

Lui rappresenta una figura di cui un po’ subisco il fascino ossia, diciamo, quella dell’irrisolto di successo, del perdente che in realtà non è un perdente, del tormentato che poi esce dal tormento, attraverso un percorso.

A me interessa il percorso.

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C’è in letteratura un personaggio così al quale sei legato?

Arturo Bandini di John Fante è questo, un po’. È un perdente, un irrisolto, eppure, sai, appunto, fa il suo percorso e poi trova il bandolo della matassa.

Di Bandini mi piace la capacità di rimanere a galla grazie all’ironia, anche quando le cose vanno di merda. Anche per Giulio Cernini è così.

Perché quando tutto gira storto, puoi deprimerti e mollare oppure prendere le cose con ironia e vedere un po’ cosa il destino abbia in serbo per te. Questa cosa per me è importante. Avere una filosofia di vita orientata alla leggerezza, perché ti aiuta tanto. Alla lunga ti salva la vita.

 

Stai già scrivendo qualcos’altro?

No. Ho delle idee più o meno solide per un altro romanzo, ma al momento voglio vedere gli sviluppi di Charlie, capire cosa ne esce fuori.

 

Il finale del libro fa pensare a un possibile seguito.

Chi lo sa. Non mi precludo niente.

Hai già in mente dei personaggi? Si allontaneranno o no da quelli che abbiamo conosciuto in Charlie?

Ho già in mente un po’ di strutture e di profili. I protagonisti saranno giovani. Per me è importante parlare della giovinezza. Non si allontaneranno troppo concettualmente, magari mollerò un po’ il mondo legale per parlare di altri universi lavorativi.

 

Il voler raccontare la giovinezza non mi sembra una cosa scontata. Ti sta molto a cuore il qui e ora.

Io ho 27 anni, sono giovane e sento l’impellenza di raccontare queste cose adesso. Perché sento molto la mia età nei suoi vari aspetti: lavorativi, affettivi, relazionali.

Prima non capivo cos’era avere 20 o 24 o 25 anni. Ora ho più cognizione e so che voglio parlare di questo e di questi ragazzi. E per me è importante che questi ragazzi si ritrovino ed empatizzino con me, con il mio protagonista e con gli altri personaggi.

 

E non studino per gli esami per leggere Charlie

Sì, quello era un messaggio di un ragazzo che m’è piaciuto molto.

Mi sono arrivati diversi messaggi di sconosciuti. Ragazzi che mi hanno scritto cose che m’hanno toccato proprio.

Io sento molto questo rapporto con i miei coetanei, sento la coesione.

A me di scrivere in un certo modo, diciamo colto, non interessa tantissimo, e poi peraltro, magari, manco ne sarei capace.

A me interessa parlare alle persone come me e nel modo più naturale e credibile possibile, per farlo non posso pormi come il tizio che cala dall’alto e dispensa precetti e cita autori sconosciuti e si dà dei toni e, in generale, si pone ad un livello che non sia lo stesso del fruitore, del pubblico diciamo.

Io voglio essere un tutt’uno con chi legge.

 

Ad aprire il Segmento Nove di Charlie non fa il surf, Prima del male cane, c’è questa frase: «Prima del male cane c’è stato il bene, prima della solitudine c’è stata la tenerezza, prima di cominciare a fissare una foto fuori fuoco c’è stata l’assoluta compenetrazione degli spiriti.

Ora, su tutto questo non c’è troppo da spiegare, non c’è troppo da rimuginare. A volte, parlando di certe vecchie storie, ti si spezza il fiato e odi che succeda. Fratello, non prendiamoci in giro, ci sono cose per cui non c’è soluzione, soltanto dei propositi di adattamento. Sul flusso inevitabile delle nostre esistenze, sul nostro essere ragazzi, sul nostro essere sempre emotivi, evanescenti, sorridenti, cosa vuoi che ci sia da spiegare su tutto questo?».

Ci sono un sacco di momenti di fragilità in Charlie, non so quanti li avrebbero messi a nudo. È come se una sorta di ‘Cosa sarà?’ tocchi parallelamente il presente e il futuro sia affettivo che lavorativo.

Sì lo so, ma anche questa fragilità rientra nell’intento di presentare un protagonista che abbia naturalezza, umanità e che viva in maniera non artefatta i disagi tipici della sua età e del tempo in cui vive. Questo disagio è affettivo, sentimentale, oltreché lavorativo. La nostra precarietà è emotiva prima che lavorativa.

 

Dicevamo del disagio lavorativo.

Sì, del disagio generazionale se ne parla troppo spesso in maniera sbagliata secondo me. Non è solo un discorso di precariato o di titoloni di giornale o di partita Iva.

Il problema è più sottile, più intimo.

In primo luogo c’è la difficoltà nel darsi uno scopo, nel capire dove si sta andando a parare. Per cinque, sei, sette anni sapevamo che lo scopo era laurearsi, avevamo fatto l’abitudine a ragionare per sessioni d’esami e a ritenere che il più grosso problema esistenziale fossero proprio gli esami. Poi, dopo la laurea, subentra lo smarrimento psicologico, il problema, appunto, di avere uno scopo e di darsi delle tempistiche verosimili per raggiungerlo.

Ho spesso la sensazione che ci muoviamo tutti a tentoni.

A questo tipo di disagio si aggiunge poi quello contingente del particolare momento storico ed economico.

L’indipendenza economica è una chimera.

Per  questo c’è la tendenza a rimanere bloccati all’università, a fare master, masterini, dottorati e via dicendo: è come se si rimandasse qualcosa di inevitabile.

Non è che non ci vogliamo sacrificare, ma le condizioni in cui avviene l’ingresso nella fase post universitaria sono oggettivamente impietose: qui ci sono persone convinte ancora che sia normale lavorare gratis come primo impiego. MA SIETE PAZZI?

Una cosa che ho voluto far trasparire nel romanzo è questo brutto disfattismo che aleggia su di noi, sui ragazzi. Siamo cresciuti con una certa aria pesante, quasi un convincimento generale che per noi le cose fossero già scritte.

Volevo dire che questa etichetta di generazione di falliti a me non è che vada proprio bene.

E poi c’è anche il problema che siamo disuniti, leggevo che in America la fascia 20-30 è molto compatta, ha un peso politico, fa iniziative, si tutela, noi sembriamo animali che stanno andando al macello e questa cosa mi rompe il cazzo.

 

A pagina 121, il Segmento Quindici si apre così: «Molto tempo fa Emanuele studiava per diventare giornalista e gli piacevano le cose che piacevano a me». Mi ha colpita nel tuo libro la figura di Emanuele, non si legge spesso di amicizie.

Sì, c’è anche questa storia di amicizia tra due persone simili e affini ma che hanno avuto una vita diversa, che li ha portati a crescere differentemente e le cui strade si intersecano di nuovo per caso anni dopo.

Uno è Giulio, l’altro è Emanuele.

 

La cosa interessante è come il suo percorso inizi in un modo e finisca in tutt’altro.

Volevo far capire che questo ragazzo è stato solo sfortunato, senza struggimenti eccessivi, senza drammi epocali, è stato sfortunato e ha tenuto botta. Era difficile renderlo come un personaggio verosimile perché io sono sempre stato fortunato, o comunque non sfortunato, e quindi avevo difficoltà ad immedesimarmi in un personaggio cui cade il mondo addosso da un giorno all’altro. Avevo paura che il personaggio non risultasse genuino, però in definitiva sono contento di lui, di come è venuto fuori.

 

Proprio per il suo essere semplicemente un tipo ‘sfortunato’ è un personaggio più unico che raro. Non è lo sfigato simpatico, è lo sfortunato che si adatta. È una figura che in molta letteratura recente si tende ad appiattire o ad estremizzare. O a non far apparire proprio.

Sì, è vero, poi la sua condizione particolare emerge di più nel confronto con Giulio, che sfortunato non è, ma si sente addosso tutte le sfighe del mondo.

Anche tramite il rapporto con Emanuele, Giulio cambia, matura e si scrolla di dosso tutte le paranoie e le fisime che ha.

 

Quali sono stati i pezzi del libro più difficili da scrivere?

I dialoghi. I dialoghi è facile che risultino surreali, artefatti, scontati. Almeno questo in base alla mia pluridecorata carriera di scrittore.

 

Alla fine di Charlie non fa surf ci elenchi tutti i riferimenti musicali e cinematografici del libro. Ti piacerebbe vedere Charlie sul grande schermo? Chi vorresti lo dirigesse e chi vorresti lo interpretasse?

Ovvio che mi piacerebbe. Chi potrebbe essere il regista non saprei…

 

Io lo vedrei ben girato da Marco Ponti. Sul tema della sincerità ho pensato subito allo spezzone, con Accorsi, di Santa Maradona.

Anche quelli della Elliot dicevano che ci vedrebbero un film alla Santa Maradona.

Poi per gli attori pensavo al ragazzo che ha fatto Non essere cattivo e La solitudine dei numeri primi, Luca Marinelli, per Giulio. Lo acchittiamo da bravo ragazzo, è super pallido anche lui. Il Dottor C. vorrei lo facesse Vaporidis. Per l’avvocato P. non saprei. Serve una donna sui 45 anni, mezza cattivona, molto decisa. La Golino. Anna potrebbe essere Alessandra Mastronardi. Lea, Vittoria Puccini.

 

Quando hai iniziato a scrivere e quando hai finito di scrivere Charlie? Pensavi di farlo da tempo?

Ho iniziato nel gennaio 2014, ci ho messo un anno e mezzo. Non ero partito con l’idea di scrivere un romanzo, volevo solo scrivere qualcosa sul mondo della pratica forense,  usando la prima persona. Che avrei scritto un romanzo l’ho capito dopo, strada facendo. Anche che l’avrei finito l’ho capito strada facendo. Io purtroppo in tanti ambiti ho iniziato duemila cose, di tutto, ma mi sono sempre perso un po’ per strada.

 

Perché?

Perché sono lavativo e perché mi è sempre piaciuto di più progettare e immaginarmi le cose che poi farle concretamente. Quindi finire un romanzo, per me è stata una sorpresa. Non pensavo di poterlo fare, ecco. In questi anni ho avviato decine di progetti musicali, decine di romanzi, decine di racconti, mezze sceneggiature, pure un giornale. Tutto perso nel vuoto.

 

Che gruppo?

Ho avuto alcuni gruppi. Poi anche alcune cose parallele da solista.

 

Si trova qualcosa in giro?

Sì, ci sono diversi ‘resti’. Questi sono il primo e il secondo disco solista.

 

«Io non ho più l’età / per cose così tristi / come salutarsi e non voltarsi più.» Vedo che Desolazione da Tiffany è la più ascoltata. Mi sembra che ci sia già Charlie lì dentro.

Minchia che pezzone Desolazione. È l’inno della fine di tutte le storie d’amore. «Lei disse no, io non ritornerò». Non c’è ancora Charlie, ma la poetica, diciamo, è quella.

 

Ti piace più suonare o scrivere?

Dipende dai periodi, da un annetto mi trovo decisamente meglio a scrivere. Prima suonavo più volentieri. In ogni caso l’approccio è uguale. Di pancia, diciamo. Non ho nozioni tecniche di scrittura, né di chitarra, né di canto. Faccio le cose in base a come presumo che piacerebbero a me. Se le sentissi alla radio o le leggessi su Internet. Ad esempio, io Charlie non fa surf me lo leggerei di brutto.

 

Oggi hai scritto?

Non scrivo da un po’. Mi sto dedicando alla comunicazione e al marketing sulla mia bacheca Facebook. Anzi ho scritto una lettera oggi, recupero crediti e alcune email a degli avvocati.

 

Avevi fatto leggere Charlie a qualcuno prima della casa editrice Elliot?

L’hanno letto le persone che ho più vicine. Poi ho iniziato a mandarlo. Anzi, senti questa, per dire le cose della vita. La Elliot ha sede nella via dove abitavo l’anno scorso e allora mentre avevo cominciato con gli invii via mail ad altri editori mi sono detto: mo’ lo stampo e a loro glielo porto a mano tornando dallo Studio. Poi, siccome sono una persona disorganizzata, ci sono arrivato col manoscritto rilegato alla cazzo e impaginato malissimo, due minuti prima che stessero chiudendo.

Però poi mi hanno richiamato: magari l’avessi mandato via mail non mi avrebbero filato mai.

 

Qual è stata la tua sensazione dopo aver visto il tuo libro stampato?

Ho avuto sensazioni strane, forti certamente, questa cosa del libro è importante per me, chi mi conosce lo sa. Non è solo la soddisfazione, è un’opportunità. Può darmi modo di dire qualcosa e di non dovere rimanere per forza relegato tutta la vita dietro una scrivania.

 

Pensi al domani?

Sinceramente evito di pensare ad un domani lontano nel tempo, perché mi prende un po’ d’ansia e perché ho serie difficoltà ad immaginare verosimilmente dove sarò, cosa farò e come sarò.

Non lo so cosa voglio essere tra dieci anni e nemmeno tra cinque. La vita in realtà si sviluppa in archi di tempo molto più ridotti: nove mesi, sei mesi, tre mesi.

Io per ora ho 27 anni, una laurea in legge, ho finito la pratica da avvocato e ho pubblicato un romanzo. Sono tre risultati. Preferisco ragionare così, partendo da quello che ho. Ovvio, questa filosofia del fare progetti a breve termine è un’arma a doppio taglio. Vorrei fare tante cose io, penso che potrei avere la propensione ma vediamo cosa esce fuori. Ci sono un casino di treni che partono ogni giorno. Vorrei tatuarmi ecco. Ho questo progetto attualmente.

 

Hai un ricordo particolare legato a qualche fase di scrittura del libro?

Ricordo che il quinto segmento, quello che dà il titolo al romanzo, lo scrissi una domenica pomeriggio, tornato a casa da Villa Borghese, dove ero andato da solo, tipo pazzo, per farmi una passeggiata e per pensare un po’.

E poi ricordo che ogni volta che finivo un segmento lo leggevo, la sera, dopo cena, ad un mio caro amico e magari, che ne so, avevamo bevuto un po’ e ci fomentavamo pensando alla remota possibilità di una pubblicazione, a eventuali interviste per riviste cool e via discorrendo.

 

Una delle mie pagine preferite di Charlie è la 163, è uno scorcio brevissimo e perfetto.

«Ma le vacanze, intanto, scorrono via: dopo una settimana a casa sono di nuovo su un aereo, destinazione Grecia, al mio fianco siede Anna, dolcissima, che sorride e fotografa tutto quello che si muove intorno a lei.

La guardo felice, mentre si fa arrostire dal sole, con i capelli raccolti e un bikini azzurro che mi fa venire voglia di mangiarmela lì, sugli scogli sapienti e immortali.

Io sono pallido anche in Grecia, detesto stare al sole e faccio continuamente avanti e indietro tra l’acqua e i nostri teli.

Ogni volta che torno da Anna le poggio la testa sulla pancia, come per rinfrescarla, poi la fisso negli occhi. “Ma dove t’ho già incontrato?” le dico.»

Brava pure a me. È dolce quella parte. In generale ci sono tanti pezzettini che a me piacciono, che sono immagini carine, perché magari hanno una certa tenerezza senza essere sdolcinate o scontate.

 

Un’altra cosa che mi aveva colpita all’inizio del libro era quante bugie dicesse Giulio per difendersi, quasi più da se stesso che dagli altri. Mi viene in mente la bugia detta a Mirella, a Monti, quando scopre che lei sta con un altro e parte subito in difesa inventandosi una balla…

Giulio dice un sacco di bugie. È la sua debolezza. Lo sa che sono bugie, però gli serve un po’ infantilmente per riabilitarsi con se stesso. Però se ne rendo conto, è lucido, poi si dispiace. Lo fanno tanti ragazzi, a volte lui lo fa in maniera impacciata come con Mirella e fa ridere. A volte lo fa in maniera più intima, come quando non riesce a dire a Emanuele che ha lasciato il lavoro.

 

Uno dei passaggi più dolorosi di Charlie è tra pagina 168 e 169, quando le cose con Anna cominciano a incrinarsi.

A me hanno sempre interessato questi momenti da analizzare.

Sai le crisi sentimentali, escono fuori certe fragilità che sono molto spontanee, che sono umane e mi piacciono tantissimo. Sono tristi per carità, ma le storie sono fatte anche di queste cose, anzi queste cose sono il sale delle storie. Poi alla nostra età, o quando siamo più piccoli, quali sono le fasi più intense delle storie d’amore? I primi mesi, in cui c’è lo stanarsi, lo studiarsi, il conoscersi. E poi la fine. In mezzo c’è la quotidianità che è meno interessante. Le crisi sono interessanti da un punto di vista narrativo. Certo, lo sono di più quando possibilmente non sono le tue.

 

Charlie inizia con una crisi e finisce con un’altra. Ma a loro modo sono due crisi diverse.

Sì, alla fine è la storia di un percorso per uscire da una crisi. Fa vedere che c’è un modo per venire fuori dalle crisi cosiddette ‘esistenziali’ che può avere un venticinquenne. Indica questa via che poi in realtà semplicemente altro non è che la via di una crescita, di una maturazione. Prima che uscisse il libro un tizio mi ha chiesto: «questo libro di che parla?». E mi è venuto sul momento questo slogan, in stile Facebook, carino e sintetico: il libro è una sorta di piccolo manuale illustrato su come diventare grandi senza diventare stronzi.

Natalia La Terza
Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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