Letteratura: Genio, sregolatezza e poesia. Quando musica e letteratura italiana convivono
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Genio, sregolatezza e poesia. Quando musica e letteratura italiana convivono

Un viaggio alla scoperta della letteratura italiana all’interno del grande Rock internazionale.

Un viaggio alla scoperta della letteratura italiana all’interno del grande Rock internazionale. Questo, in breve, è il proposito di Poesia in Forma di Rock, il libro di Giulio Carlo Pantalei appena uscito per Arcana. Se l’incrocio tra letteratura e musica è un tema trattato in moltissimi volumi e ricerche, una focalizzazione sull’impatto che letterati del calibro di Dante Alighieri o autori poliedrici come Pier Paolo Pasolini hanno lasciato in più di cinquant’anni di musica su artisti distanti per tradizione e formazione è un argomento affascinante e importante soprattutto per misurare la diffusione della cultura italiana al di fuori dei confini nazionali.  

Con l’obiettivo di dare sistematicità al Rock più “colto” e gettare uno sguardo alle produzioni contemporanee senza alcun pregiudizio, il saggio svela alcuni retroscena su musicisti come Nirvana, Bob Dylan, The Smiths e Arcade Fire, tra gli altri.

Anche grazie all’aiuto di Paolo e Carlo Verdone, che firmano la prefazione, il libro è una ricerca svolta tra Roma e Oxford, ricca di sorprese e svolta da un autore che anche da musicista, attraverso il suo gruppo Panta, prova a fondere letteratura e musica in un prodotto unico.

 

poesiainformadirock

 

Ciao Giulio, raccontami la genesi del libro e di come ad un certo punto ti sei trovato da Roma a Oxford.

Per certi versi è stata un’epopea. Nel corso degli anni universitari alla facoltà di Lettere ho raccolto parecchio materiale che facesse convergere la mia passione per il Rock e la letteratura in un progetto più ampio, ma già quando lo proposi come tesi ho visto moltissime porte chiudersi davanti a me: tanti docenti di letteratura contemporanea mi hanno detto frasi del genere «Io sono rimasto fermo al Quartetto Cetra» o cose tipo «In realtà queste tesi sui cantautori le detesto». Altri invece hanno provato a spostare il campo di ricerca su terreni più “sicuri” come D’Annunzio e l’Opera.

Poi ad un certo punto ho spedito il progetto ad Oxford ed è stato selezionato e accettato, riuscendo anche ad ottenere un assegno di ricerca, mentre a Roma questo studio era risultato troppo “pop” per l’Accademia. Perfino a Bologna, che è considerato un ateneo molto aperto a sperimentazioni del genere nel campo della ricerca, sono stato cacciato a pedate con l’accusa che non avrei dovuto infangare la letteratura con il Rock.

 

“2+2=5” dei Radiohead. Qui la band cita gli ignavi infernali della Divina Commedia.

 

Perché in Italia non si può — ancora — parlare di musica popolare all’università?

In Italia il mondo accademico è ancora una realtà molto snob e tradizionalista, un luogo a cui piace chiudersi nelle proprie nicchie culturali e di potere. Il fatto stesso che avessi concepito questo lavoro come qualcosa di vivo e non necessariamente destinato ad essere pubblicato in forma di articolo accademico in senso classico, non era benvisto. Diciamo che per alcuni non è accettabile che Dante possa essere citato da Bob Dylan.

 

In“Tangled Up” In Blue Bob Dylan parla espressamente di «un poeta italiano del 13° secolo». Dante o Petrarca?

 

A proposito di Dylan, consiglieresti di leggere il tuo libro a chi ha criticato la scelta di conferirgli il Premio Nobel 2016 per la Letteratura?

Assolutamete sì, nonostante il parere di Alessandro Baricco, una delle voci italiane più accreditate tra coloro che si sono pronunciati contro il conferimento dell’onorificenza al cantautore americano, e di Mogol. In ogni caso rileggere i testi di Bob Dylan completamente al di fuori del contesto storico e della temperie artistica in cui sono stati composti può aiutare a capire la grandezza di quelle liriche.

Cosa ti ha sorpreso durante la tua ricerca e cosa non ti aspettavi.

Senza dubbio l’intersezione tra Dante e i Nirvana. Ritrovare la lettura da parte di un ragazzo “problematico” come Kurt Cobain di un poeta della più colta tradizione medievale italiana e europea nella più sperduta provincia americana è stato davvero suggestivo; e scoprire poi come si sia avvicinato e sia stato colpito dal poema di Dante in modo da nasconderlo in ogni album dei Nirvana è stato per me di grandissimo impatto. Inoltre mi sono confrontato con le psicologie di artisti straordinari, come nel caso dei Manic Street Preachers, che hanno affrontato determinati autori con un peso umano non indifferente.

 

Morrissey esordisce direttamente con «Pasolini is me».

 

Perché in altri generi non troviamo così tanti riferimenti lettarari?

Storicamente il Rock si è dimostrato il terreno più libero e aperto alla sperimentazione e alla fusione delle culture, avendo la capacità elastica di citare nello stesso verso opere diversissime come Pinocchio e Mickey Mouse, per citare ancora una volta Bob Dylan. O come nel caso della citazione di opere più colte e raffinate nei dischi di Mike Patton e nei suoi “contatti” con il futurismo.

Al contrario la musica classica contemporanea o l’opera sono generi molto codificati, mentre il Rock, nelle forme più disparate, mantiene nella componente lirica una totale apertura alla sperimentazione che a volte è più consapevolmente e altre meno.

Perché la figura di Pier Paolo Pasolini continua ad influenzare tantissime band?

Pasolini è stato declinato come rockstar, in parte già durante la sua vita, ma soprattutto dopo la morte, e in questo Patti Smith è stata una figura fondamentale per la sua diffusione negli Stati Uniti. Pasolini aveva un suo modo di essere molto Punk, rompendo le convenzioni sociali, nel suo modo di essere un intellettuale e nello stesso tempo un critico attivo della vita sociale politica e culturale, oltre che un libero sperimentatore delle diverse forme artistiche. Riusciva a fondere musica, letteratura, poesia e cinema attraversando trasversalmente tutti i vari media artistici con un atteggiamento à la fratelli Gallagher, ovviamente in maniera molto più colta ed elegante.

 

“Farmer in the City” di Scott Walker è un requiem in onore di Pasolini che chiama in causa anche Ninetto Davoli

 

Ancora oggi molti artisti contemporanei continuano a mescolare varie discipline, battendo la strada dell’intertestualità in maniera molto proficua.

Il Rock riesce ad offrire spunti interessantissimi in questo senso ancora oggi: penso ai Muse con il loro disco The Resistance, ispirato a 1984 e Animal Farm di George Orwell. Nei capitoli finali del libro poi mi sono soffermato su tutte quelle band che hanno fatto della loro attitudine culturale un vessillo, gruppi come i Kasabian o gli Arcade Fire, che nell’ultimo album sono riusciti a mettere insieme Umberto Eco e Kierkegaard. È quello che cerco di fare anche io con il mio gruppo provando a non creare qualcosa di artefatto: far dialogare Shakespeare e David Lynch, generando incroci inaspettati che creano un senso tutto loro.

 

***

 

Quello che segue è un brano estratto da Poesia in forma di Rock, Letteratura Italiana e Musica Angloamericana di Giulio C. Pantalei (ed. Arcana, 2016).

 

Quando e in che modalità, nella provincia americana di fine anni Ottanta, un ragazzo senza un’istruzione alta e senza fissa dimora ha potuto conoscere l’Inferno di Dante Alighieri? La risposta riporta il nostro discorso ai giorni da girovago della Public Library di Aberdeen, già ricordata in relazione a Burroughs e Süskind, tra i cui corridoi e sui cui scaffali Kurt Cobain trovava temporaneo rifugio dall’indigenza e dalla vita di strada.

Dal registro-prestiti è infatti possibile ricostruire con certezza un elenco dei volumi consultati dal giovane Kurt e tra questi compare con sorprendente assiduità l’Inferno di Dante Alighieri. Per fortuna, a volte, il sonno della provincia americana genera geni. […] Se la selva oscura era ormai radicata troppo a fondo nel suo animo e l’Inferno era diventato buona parte del mondo musicale e dello show business che lo circondava, quella di Kurt Cobain per Dante è stata una passione sincera e per niente scontata che prima accompagnò – letteralmente – l’adolescenza di un giovane squattrinato dimenticato dai propri cari e dal mondo, in seguito accompagnò la creatività di una rockstar planetaria e infine accompagnò il male di vivere di un artista che si sentiva colpevole di «aver venduto il mondo».

Dante è di fatto l’unico scrittore ad esser stato presente lungo il corso di tutta la carriera dei Nirvana e l’unico in qualche modo celato dietro tutte e tre le produzione discografiche ufficiali della band di Seattle. A voler trovare un punto di arrivo per questa imprevedibile intersezione, dunque, l’unico raccordo si potrebbe trovare tra la chitarra radicalmente distorta di Cobain e la Natura distorta dipinta da Dante nel XIII dell’Inferno, il suo canto più amato. Così, nascosta, si è fatta largo una piccola grande rivoluzione “grunge” nella storia moderna della Divina Commedia.

Dario Chimenti
Dario Chimenti
Romano, classe 1989. Giornalista pubblicista occasionale, mi piacciono la musica suonata con attitudine rock e i film, non mi piace chi parla al cinema. Dicono di me: «Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza». Sono una persona interessante, ho tante cose da dire e faccio molto ridere. Un giorno mio cugino ha detto che sono immorale.
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