Letteratura: Il Gran Ballo del Salone Internazionale del libro
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Il Gran Ballo del Salone Internazionale del libro

La fauna del Salone del Libro è accomunata da una cosa: il desiderio. E il desiderio ci porta dritti dritti nell’unica cosa che conta, più dell’aspetto economico, più della lettura: le feste.

Il successo del Salone del Libro si potrebbe misurare in foto di libri su Facebook, Instagram e Twitter accompagnate da copy di questo tipo: «bottino #SalTo16» o «portafoglio più vuoto, ma tanta felicità!». Queste foto scattate dall’alto, piatte, i libri sistemati con cura per apparire in un ordine casuale, qualche tocco di calcolata noncuranza, queste foto, dicevo, indicano un’appartenenza, sono un segno distintivo di un particolare club, di un certo gruppo di persone che si sente nobilitato dalla lettura, diverso e migliore rispetto al resto della popolazione non leggente.

 

 

Una foto pubblicata da Pagina con vista (@paginaconvista) in data:

 

 

 

Una foto pubblicata da @internostorie in data:

 

Il Salone del Libro, però, dovrebbe essere quel momento dell’anno in cui mettiamo da parte per qualche giorno tutte le illusioni sulla letteratura e ci rendiamo conto, con chiarezza abbacinante, che i libri sono una merce che va venduta. Niente di male, sia chiaro, ma bisognerebbe vedere il Salone per quello che è: un grande mercato, un’enorme libreria in cui gli editori (microscopici, piccoli, grandi, fusi, indipendenti, a pagamento) mettono in mostra la loro merce (in linea di massima libri, ma non solo: borse, tazze, taccuini, accessori vari) sperando che qualcuno la compri. In quest’ottica le presentazioni, con code interminabili punteggiate da vaporose chiome canute di sciure altoborghesi che sbuffano e sgomitano per stare in prima fila, non sono soltanto raffinati eventi culturali che elevano lo spirito di chi vi partecipa, ma anche un momento per mettere in mostra la merce prodotta dalla mente e dall’ingegno dell’autore. Questo dovrebbe essere chiaro sempre, per ogni presentazione, ma dovrebbe esserlo di più nel contesto del Salone del Libro.

Ma più della questione economica, l’aspetto più importante del Salone riguarda la sfera antropologica. Sembra di stare dentro a un documentario del National Geographic, ma al posto di leoni, gazzelle, giraffe, gnu e zebre ci sono scrittori e aspiranti tali, editor, blogger, traduttori, social media manager, addetti stampa.

Una categoria molto affascinante è quella dei blogger. Li vedi aggirarsi per il Salone con le shopper di tela piene di libri da fotografare (e forse un giorno anche leggere). Li vedi migrare con ostinata fiducia da una presentazione all’altra, da una tavola rotonda sul libro digitale a un incontro sulla ritraduzione di un capolavoro dimenticato, il sorriso beato di chi è convinto di essere nel paese dei balocchi. Salutano tutti, chiacchierano con gli editori, twittano e postano con destrezza, si radunano e si fanno selfie tra colleghi.

 

 

Una foto pubblicata da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data:

 

La fauna del Salone del Libro è accomunata da una cosa: il desiderio. Il Lingotto raggiunge una densità altissima di desiderio per metro quadro: da quello più elementare, vendere, a quello più doloroso, ovvero far parte del mondo dell’editoria, farsi strada in una specie di giungla fatta di sorrisi di circostanza e invidie striscianti.

E il desiderio ci porta dritti dritti nell’unica cosa che conta, più dell’aspetto economico, più della lettura: le feste. Ce n’è una ogni sera.

Il giovedì tocca ai piccoli editori. Una specie di warm up, un ritrovo di amici accomunati dalle piccole sfighe di chi si arrabatta stretto tra colossi (con i piedi d’argilla) che controllano il mercato (e soprattutto la distribuzione). I piccoli editori fanno una tenerezza straziante, vorresti abbracciarli tutti perché senti lo slancio idealista (quanto è bello fare i libri!) che si scontra con la dura realtà (quanto è difficile far quadrare i conti e guadagnarci qualcosa!). I piccoli editori sono forse la categoria umanamente più vicina, quella con cui è più facile empatizzare. C’è troppa sfiga per essere invidiosi, anzi, c’è una specie di senso di fratellanza che unisce in una situazione di svantaggio.

 

 

Una foto pubblicata da Silvio Griglio (@mrsilgril) in data:

 

 

Una foto pubblicata da Massimo Roccaforte (@maxdisesto) in data:

 

Il venerdì è il giorno della festa di minimum fax. Siamo un bel po’ di gradini sopra le piccole case editrici: minimum fax è un’istituzione, ha consolidato una certa fama e si è guadagnata rispettabilità e reverenza. Quasi tutti gli aspiranti scrittori che si aggirano al Salone vorrebbero diventare autori minimum fax: essere pubblicati dalla casa editrice romana è un marchio di qualità, una certificazione di vitale importanza, è una medaglia da appuntare sulla giacca. La festa è sempre affollatissima: è a ingresso libero, ma proprio per questo, quest’anno, è stato difficilissimo entrare, con una calca all’ingresso del Circolo Canottieri Esperia degna di un concerto rock o di una puntata di The Walking Dead. Il senso di fratellanza della sera prima è sopraffatto dal desiderio di far parte dei buoni dell’editoria, quelli che pubblicano sempre e solo cose di qualità, e da una punta di invidia nei confronti di chi ce l’ha fatta, di chi può leggere il suo nome sulle magnifiche copertine ideate da Falcinelli, di chi lavora per la casa editrice che ha pubblicato Raymond Carver e David Foster Wallace e il fior fiore degli intellettuali trenta-quarantenni del nostro Paese.

 

 

Una foto pubblicata da silviosalvo (@silviosalvo) in data:

 

In un crescendo alcolico e desiderante, arriviamo a sabato. Festa della Holden. Disprezzo e invidia. Rosicamento e snobismo. Tutti storcono il naso alle parole “holden” e “baricco”, eppure tutti vogliono esserci nella vecchia Caserma Cavalli. Perché l’importante è presenziare, farsi vedere, giocare alla caccia al vip (anche quelli pop come Geppi Cucciari e Ligabue vanno benissimo), scovare il più recondito editor, puntarlo, corteggiarlo, sperare che si accorga di noi, che incroci il nostro sguardo mentre siamo in coda per un drink, augurarsi di beccare il Carrère di turno e filmarlo mentre balla in modo discutibile e postarlo e twittarlo e urlare al mondo «guardatemi, io c’ero, io sono testimone della Cultura che si scatena e perde i freni inibitori e svacca!». Non ci si può dedicare troppo alle danze, bisogna tenere alta la guardia, magari ci troviamo di fianco a un esponente dell’intellighènzia che scrive su due o tre magazine (cartacei e online) che si assomigliano troppo e sarebbe increscioso ballare come degli stupidi. Quello che resta a fine serata è un mal di testa misto a un senso di frustrazione neanche troppo latente per tutte le aspettative deluse, per il fallimento di quella sceneggiatura da blockbuster americano sull’incontro decisivo per la carriera dell’aspirante scrittore/editor/traduttore che svolta sorseggiando un Long Island e incrociando quello che diventerà il mentore, colui o colei che l’introdurrà nel gran mondo delle lettere. Si arriva alla domenica sfranti, con lo stomaco in subbuglio e con poca voglia di smazzarsi un’altra presentazione dell’astro nascente della narrativa italiana, un’altra tavola rotonda sui blog letterari.

 

 

Una foto pubblicata da NATASHA (@voyageur_sans_but) in data:

 

Nella notte tra sabato e domenica, ho sognato che il Salone del Libro 2017 era un mega rave lungo cinque giorni. EDM spinta, djset selvaggi degli autori al posto delle presentazioni, la nuova figura dell’editore spacciatore (dealisher, da dealer e publisher, secondo un’espressione coniata per l’occasione dal New Yorker), tantissima mdma, tantissime pasticchette con nomi book friendly, che so, tipo Barone Rampante, Lolita, Chtulu, blotter di LSD su vecchie copertine dei Coralli Einaudi, peyote ingeriti in nome della letteratura latinamericana, sbronze colossali che farebbero impallidire Jay Gatsby, scrittori dal fortissimo impegno civile sfatti e barcollanti. Nel sogno era tutto più onesto, tutto più bello, tutto meno misero.

Paco Soru
Paco Soru
Gli piacciono i Fugazi e coltiva germogli di soia. Serie Tv? Al massimo “I Soprano”. Legge solo cose belle e scrive ovunque, soprattutto sui muri.
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