Letteratura: Guido, ingenuo adolescente irrisolto
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Guido, ingenuo adolescente irrisolto

In “Alberi di plastica” trovare qualcosa del proprio passato è facile come sbagliare le domande di storia a Trivial Pursuit.

Leonardo Mazzeo, Alberi di plastica, Scatole Parlanti, 2020

Tra i tanti test di personalità che ho fatto su internet negli ultimi dieci-quindici anni, quello del cubo nel deserto resta in assoluto il mio preferito. Non perché abbia chissà quale validità scientifica rispetto ad altri, ma più per l’idea di doversi identificare in un oggetto solido di un determinato materiale.

C’è chi dice che il cubo in questione è di legno, chi di avorio, per altri invece è di gomma, per altri ancora non può che essere di cristallo. Alla fine, insomma, ognuno pensa a un materiale e a una consistenza ai quali gli altri non avevano pensato. Uno dei miei amici, ad esempio, diceva di immaginare un cubetto piccolo fatto di carta di giornale, che con la pioggia arrivava a sciogliersi e sparire del tutto; per un altro, invece, il cubo era una scatola di vetro enorme e trasparente ma completamente ricoperto di glitter, come quei souvenir un po’ kitsch che andavano di moda negli anni Settanta. Il titolo, Alberi di plastica, mi ha ricordato la risposta di una persona in particolare, che ho vissuto come una rivelazione: “Il mio cubo è normale, di plastica!”. Di plastica. Tra le tante cose che avrebbe potuto scegliere, si era identificata proprio nel cubo più artificiale e bugiardo di tutti.

Restando nel tema della compatibilità, durante la lettura un’idea mi è parsa più chiara del solito: se le persone sotto sotto somigliano a dei cubi di materiali diversi, dovranno necessariamente circondarsi di altri cubi in qualche modo simili, o perlomeno non del tutto inconciliabili. Ho ripensato in particolare a una scena del film The Lobster, in cui i personaggi devono scegliere un animale nel quale verranno trasformati e trovare poi un partner adatto. C’è una frase detta da Olivia Colman che è meno scontata di quello che potrebbe sembrare:

A wolf and a penguin could never live together, nor could a camel and a hippopotamus. That would be absurd.

Sono abbastanza certa del fatto che Andrea, personaggio intorno al quale orbita la maggior parte delle vicende del romanzo, condividerebbe a pieno il concetto. 

L’adolescenza in paese

Tutto si svolge ad Averno, paesino della provincia di Roma che non compare su nessuna cartina della regione Lazio. Chi è cresciuto in un luogo abbastanza dimenticato da Dio, però, può riconoscere benissimo le atmosfere e le personalità tipiche che lo abitano, rivedendo nel barista omertoso o nel vecchietto anticonformista delle sagome che ha incrociato per strada più e più volte.

Come in ogni paesino che si rispetti, ad Averno non succede quasi mai niente: le novità si contano sulle dita di una mano e, per questo, non possono che alzare enormi polveroni. Ma tutti “vogliono bene” a tutti… che non è altro che un modo carino per dire che, messi da parte convenevoli e cerimonie, nessuno vuole davvero bene a nessuno. E come accade in ogni contesto limitato in senso fisico e non le interdipendenze sono onnipresenti, eppure invisibili.

Su questo palcoscenico tra il rassicurante e l’inquietante, Matteo e Andrea affrontano le loro routine adolescenziali con atteggiamenti paralleli e opposti, mentre la realtà si trasforma e crea problemi ben più grandi di loro. Tra argomenti da capire, equilibri da salvare, camerette-rifugio alle quali poter (e dover) tornare e album da usare come scudi contro il mondo opaco dei “grandi”, in Alberi di plastica trovare qualcosa del proprio passato è facile come sbagliare le domande di storia a Trivial Pursuit.

Guide galattiche

In questo piccolo universo fatto di intrecci di personaggi e situazioni dalle sfumature tenere, comiche ma anche grottesche si ritrova catapultato l’ispettore Caldara. Guido è la pallina da flipper che fa effettivamente da guida nella lettura e che cerca invano un po’ di pace, tra una giornata nerissima e un’altra grigio fumo. Le soluzioni per resistere alla routine mediocre che lo consuma sono le sigarette, le partite della Roma, qualche nottata diversa dal solito e molte battute ciniche in romanesco (non necessariamente in quest’ordine).

Più che a un vero ispettore, Guido fa pensare a un adolescente irrisolto e intrappolato nel corpo di un adulto. In molte occasioni sembra di vedere tra le righe un ragazzino delle medie capitato per caso in una stanza piena di gente in divisa. Nonostante la sua insoddisfazione di fondo e i momenti di indolenza, però, non batte ciglio e prende in mano la situazione, non sfugge alle responsabilità e resta determinato anche quando chiunque mollerebbe un po’ la presa. Se questa fermezza gli è d’aiuto per continuare ad andare avanti senza troppi intoppi, è l’ingenuità a spianargli la strada e cambiare le carte in tavola.

Sarà infatti un momento di leggerezza a portarlo alla scoperta che scioglierà i nodi della trama, facendo reinterpretare al lettore numerosi passaggi del romanzo. Un suggerimento implicito utile per i più “inquadrati”, ma soprattutto un incoraggiamento prezioso per chi rientra meno bene negli standard. Gli schemi esistono, ma esiste anche la scelta: meglio seguirli senza farsi troppe domande o provare a reinventarli?

Silvia Niro
Silvia Niro
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