Dopo aver confermato la regola con l’eccezione fightclubbiana della scorsa volta, torniamo prontamente sulla retta via con quello che è uno dei più grandi libri del Novecento.
1984, il capolavoresco romanzo distopico per eccellenza dell’inglese George Orwell, maestro assoluto di scrittura, fu pubblicato nel 1949 – ma ditemi se non è, ahimè, attualissimo – a seguito dell’altrettanto noto Animal Farm.
Il mondo che Orwell crea è, al contempo, incredibilmente lontano e improbabile, quanto vicino e realistico, dalle tinte impensabili, ma perfettamente attuabili. Non è ambientato a miliardi di millenni da qui, né in galassie alternative, o tra navicelle spaziali e robot androgini, bensì nel più semplice 1984, a trentacinque anni dalla pubblicazione, ventotto anni fa, come a mettere in conto la possibilità che questo nostro 2013 sarebbe potuto essere proprio in quel modo lì. Sarebbe bastato poco, molto poco. Non è una cazzata: sia nel libro, che nel film, questa allarmante prossimità è spiegata in maniera gelidamente ovvia ed efficace.
Ma torniamo a noi.
Quella che si crea tra libro e film è una dicotomia molto particolare. Il primo è la mente, il secondo il corpo. Sono due elementi estremamente collegati tra loro, eppure così diversi, che metterli a confronto è difficile. Certo, il libro regna sovrano sul film per una serie di ragioni, sia tecniche che creative, dall’uso magistrale del linguaggio alla storia stessa, e senza libro non ci sarebbe film, ma mai viceversa.
Con questa premessa si può dire che libro e film quasi paiono due parti di un unico prodotto, tipo un cofanetto video-letterario. È come se il film fosse i contenuti speciali del libro, una specie di perfezionamento di qualcosa che, comunque, già di suo raggiunge una completezza a sé stante. Diciamo che aiuta il testo a funzionare ancor meglio, nonostante ce la farebbe comunque benissimo da solo.
Mi spiego.
Il libro è quel classico tipo di romanzo che andrebbe letto almeno tre volte: la prima per carpirne il senso generale, la seconda per estrapolarne i concetti più interessanti e cominciare a rifletterci sopra seriamente, la terza per acquisire completamente tali concetti e renderli propri.
Non esagero quando dico che 1984 mi ha cambiato la vita, intesa come approccio al mondo, interessi, modi di percepire le cose e i metri che uso per dargli importanza. Questo perché 1984 è un catalizzatore di ragionamento e riflessione quasi infinito. Si potrebbe leggere una volta all’anno e, ogni volta, sviluppare concetti nuovi, metterlo in relazione col mondo in modi diversi e ipotizzare nuovi processi speculativi filosofico-culturali.
Non è mai stato un libro che mi ha regalato emozioni forti, mai stato uno di quei romanzi che, appena finito, avevo lo stomaco in subbuglio e sentivo solo un senso di vuotezza dentro, come la fine di una storia d’amore bellissima. E non fraintendetemi, la trama è avvincente, appassionante e stimolante, sia umanamente, che a livello d’azione. C’è completezza anche da questo punto di vista. Quello che sto cercando di dire è che ciò che principalmente viene coinvolta a livelli pazzeschi e che, finito il libro, è completamente in fibrillazione, è la mente. Ci si sente come se si fosse appena giunti alla risposta definitiva sul mondo, la vita, l’uomo e Dio. Insomma, un’epifania. È proprio uno di quei casi in cui l’espressione inglese blow your mind è azzeccatissima. La ragione e le idee lavorano e macinano così tanto che, alla fine, esplodono in un orgasmo mentale, quasi fosse un Big Bang cerebrale, generando quelle che sono la vita e la percezione del mondo post-1984.
Quello che non rende completamente (non che sia carente, semplicemente, come è normale che sia quando si tratta di parola scritta, non raggiunge mai il massimo livello) è la parte corporea e sensoriale, che, per natura, coinvolge simultaneamente tutti i sensi. La carne che soffre, che trema, che sente e che gode. Le voci che trivellano la mente, continuamente, ininterrottamente. L’oppressione della sorveglianza. Il decadimento della specie umana. La crudeltà di uno sguardo. L’alcol che brucia le budella. Il terrore più puro. La tortura. Il tradimento. La sensorialità della dittatura.
La scrittura può, infatti, descrivere concetti e azioni solo una parola per volta, mettendo necessariamente in stand by tutto il resto. Il film, con la sua concomitanza di linguaggi che simultaneamente coinvolgono tutti i sensi o quasi, è in grado di scavallare la suddetta, passatemi il termine, ”limitazione” per centrare appieno il bersaglio più emotivo.
La scenografia, l’audio, la regia e tutto il resto, riescono a conferire in maniera agghiacciante l’angoscia, la morbosità, l’indottrinamento e il terrore. Con contrasti forti, situazioni oniriche, panoramiche e montaggio, Michael Redford riesce a infondere l’orrore nello spettatore, il quale, proprio in funzione di quella verosimiglianza che tutto pervade, assiste scena dopo scena con inquietudine e disagio, quasi si trattasse di un documentario, o di un film storico e in effetti, poco ci manca.
Certo è che il film non sarà mai in grado di sviluppare lo stesso processo cognitivo che il libro selvaggiamente scatena, regalando una settimana di potentissimo ruminare psico-mentale. Ma questo non basta a innalzare la pellicola al livello del romanzo, perché ciò che più importa, in questo caso, è proprio il messaggio e lo sviluppo consapevole dello stesso. Tralasciando il fatto che il tutto è sublimato da una tecnica di scrittura irripetibile (stiamo parlando di Orwell), che le doti registiche di Redford in proporzione non equiparano, quello che davvero conta è che il ragionamento raggiunga determinati livelli, che il concetto arrivi deciso e integro, che la parola sviluppi il pensiero e il pensiero la parola e insieme, la libertà; in questo, il film è altamente limitato rispetto al libro.
C’è poi da spendere due parole su una piccola chicca: l’anno in cui la pellicola uscì fu proprio lo stesso che le dà il titolo. Ora, io non so come sia stato, perché non ero nemmeno nata nel 1984, ma posso immaginare che uno spettatore che va a vedere un film che propone una tale orribile, probabile realtà ambientata in quello stesso anno, possa provare sensazioni piuttosto alienanti e angoscianti. Può sembrare una banalità, o volendo una scelta d’effetto dalle sfumature comico/mitomani, ma a pensarci bene, se oggi qualcuno mi facesse vedere un film intitolato 2013, che mi rendesse chiaro che l’Italia sarebbe potuta benissimo essere in delle condizioni di terrificante dittatura, la cosa mi creerebbe delle turbe non indifferenti e sarebbe per me un ulteriore motivo di riflessione. Poi non so, magari farebbe semplicemente fico e sono io che mi faccio troppe pippe mentali e va bene così.
La conclusione è che se volete passare una settimana a stimolare corpo e soprattutto mente, questa accoppiata fa decisamente per voi. Certo, non commettete il reato di vedere il film prima di leggere il libro, anche perché non vi conviene. A parte il fatto che vi perdereste un sacco di pezzi, in questo caso la mente ha davvero la precedenza. Se prima non sviluppate il giusto processo cognitivo e le adeguate idee di base, tutto quello che il film vi sembrerà sarà solo uno sforzo psico-fisico insostenibile. Per poter sapere o saper fare qualcosa, bisogna prima apprenderla ed esercitarla. E state attenti, perché se vi vedete prima il film, io lo saprò. D’altra parte the Big Brother is watching you.
