Il libro è sempre meglio, ma non questa volta
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il libro è sempre meglio, ma non questa volta

Poi, poco prima del gong di chiusura, Fincher ha sorpreso tutti stendendo Palahniuk con un frontale ben assestato.

Mi piace contraddirmi. Così, subito subito, senza nemmeno darmi qualche altro mese per avvalorare almeno un po? la tesi che «Il libro è sempre meglio». Anzi, si può dire che abbia aperto questa rubrica solo per potermi contraddire e parlarvi di questo adattamento. Si può dire? Vabè, allora facciamo che ci tenevo particolarmente.
Intanto mi levo lo sfizio di dirlo, poi ne parliamo: questo film è meglio del libro.
Il processo per giungere a tale conclusione è stato molto lungo e decisamente schizofrenico, una vera lotta interiore. C?è stata grossa crisi. Come in un rapporto Gollum/Sméagol, ho passato anni a battibeccare con me stessa: «Meglio il libro, no è meglio il film, no il libro deve per forza essere meglio, sì ma vuoi mettere il film, no è meglio il libro, no il film, il libro il film libro film libro film».
Alla fine ha vinto il film. Non in maniera schiacciante, la disparità è minima, il testa a testa conclusivo è stato uno scontro micidiale all?ultimo sangue, per un attimo si è quasi temuto il pareggio, poi, poco prima del gong di chiusura, Fincher ha sorpreso tutti stendendo Palahniuk con un frontale ben assestato.
D?altro canto, però, va ricordato che non esisterebbe film senza libro e che vederne uno senza leggere l?altro sarebbe un vero sacrilegio. Detto questo, procediamo.
Se non l?avete ancora capito, sto parlando di Fight Club, scritto nel 1996 dell?americano Chuck Palahniuk, poi adattato nel 1999 da David Fincher, con i mirabolanti Edward Norton, Brad Pitt e Helena Bonham Carter.


Il romanzo non è uno dei miei preferiti (sia dello scrittore, che in generale), ma è  una sorta di “bibbia” per me. Le affinità con il libro più letto al mondo sono, in effetti, abbastanza palesi: la presenza di un “profeta”, i “comandamenti”, la figura della donna tentatrice e peccaminosa, gli apostoli; anche una spiccata critica a quelle che sono le nuove sette e i nuovi culti che fanno il lavaggio del cervello. Indipendentemente da quello che è il prototipo religioso a cui Palahniuk s?ispira e critica, Fight Club propone sicuramente una nuova weltanschauung, sovvertendo i luoghi comuni e le normali categorie sociali e liberando la parte repressa che è in ogni lettore. Portavoce di un disagio sociale postmoderno sempre più schiacciante, oltre che dei desideri più reconditi di ognuno di noi; mette a nudo ciò che siamo, i nostri bisogni ridicoli e il bigottismo mascherato delle nostre menti, di tutti, nessuno escluso. Insomma, ci fa sentire le merde che siamo, ma in senso buono.
Palahniuk riesce dove molti sono falliti: critica il lettore attraverso la critica del lettore stesso, mettendolo a nudo attraverso le sue conclusioni, senza però smascherarlo o accusarlo direttamente. Non c?è niente di meglio di qualcuno che si dimostri in disaccordo con il libro e lo attacchi, più violento è il disaccordo migliore sarà la riuscita, perché è lì che si mostrerà appieno la ragione del romanzo: attraverso la vergogna privata, il senso di colpa, la rinnegazione e il rimorso, attraverso l?attacco per la difesa «Perché la verità è un bicchiere di veleno». Più vi sentirete a disagio, più rispetterete la vostra vera natura.
Lo stile, va da sé, è asciutto e affilato, non risparmia nulla, nemmeno un respiro, nemmeno una pausa, nemmeno un battito. È una corsa in cui siamo gli avversari di noi stessi, una fuga e un inseguimento, uno sdoppiamento di coscienza, un vero e proprio combattimento contro sé stessi. Perché, se è la vostra prima volta, «You have to fight».
Palahniuk prende manciate di parole e le scaglia, lapidarie, contro il lettore. La catarsi, per ammissione o rifiuto, è inevitabile, il segno rimane indelebile, come un bacio di soda caustica; almeno una scintilla s?accende nella coscienza d?ognuno. Rimanere illesi è del tutto impossibile. E solo allora, dopo esserci battuti contro il libro e contro noi stessi, dopo esserci arresi almeno una volta, solo allora potremo sapere qualcosa in più di noi, solo allora saremo disposti a leggere veramente quello che Palahniuk ha da scrivere.
Si potrebbe quindi definire un misto tra scrittura sacra, testo filosofico e romanzo mozzafiato. Una prova del fuoco, un rito d?iniziazione. Il tutto sta a fidarsi di Tyler, che poi in verità Palahniuk non lascia molta scelta: essere d?accordo con i princìpi del fight club significa essere d?accordo con i principi di Fight Club. Ma anche non essere d?accordo significa essere d?accordo, forse anche di più che se lo si fosse sin dall?inizio. Dunque, di Tyler, per affinità od opposizione, finisce che ci si fida sempre;  o per lo meno, gli si dà credito.
Ora, dato questo capolavoro «Come si fa a generare qualcosa di meglio?», chiederete voi. Eppure, mi dispiace per il mio amato Chuck, ma si può tranquillamente dire che sia stato il film a fare il successo del libro e non il contrario.
La prima regola di questo film è: vederselo. La seconda regola di questo film è: vederselo. La terza regola è: capire perché è meglio del libro.
Sono sempre stata una fautrice della personale fantasia che ribolle in ognuno di noi e del fatto che il modo in cui vediamo e immaginiamo il mondo, reale o inventato che sia, è speciale più d?ogni altra cosa, fosse anche solo perché è unico. Non c?è un?immaginazione migliore dell?altra: ognuna è rigorosamente a sé stante.
Ma cosa succede quando la soggettività diventa oggettività? Quando le aspettative fantastiche più grandi vengono surclassate da un David Fincher che riesce a fondere, senza sbagliare un colpo, il proprio stile con quello del romanzo e raccontare una storia nuova e, al contempo, fedele al passato, tingendo i personaggi e i luoghi di quelle sfumature visive che hanno permesso a Fight Club di entrare nell?immaginario pop degli anni zero? La risposta è: un capolavoro.


Fight Club è una storia basata sui personaggi, su quello che dicono e su quello che accade nelle loro menti. Se si sbaglia anche solo un capello, da qualunque punto di vista, si manda a puttane tutto il resto.
Ma con David non c?è da temere. Dark e pulp al tempo stesso, sia la scelta degli attori così come la caratterizzazione dei personaggi sono azzeccatissimamente perfette.
Iniziamo con Tyler Durden, il sogno recondito di ogni singola persona, quello che tutti  vorremmo essere: la sua coattaggine è sfrontata e, ammettiamolo, accattivante; nessuno, uomo o donna che sia, riuscirebbe mai a resistere all?ansimante Brad Pitt che, a petto nudo e tutto sudato, si rialza vincente da un combattimento; alla sua pelliccia spelacchiata, come anche ai suoi occhiali dalle lenti colorate. Nessuno l?avrebbe mai immaginato così bene, così Tyler. Nemmeno Palahniuk, secondo me, aveva capito il potenziale di cotanto personaggio, che troneggia dalla camera da presa, la tiene fissa su sé stesso e si diverte a guardare lo spettatore dritto negli occhi.
A sua volta, la passività aggressiva del narratore è altrettanto vincente; la non appariscenza e, al contempo, l’estremo carisma di Edward Norton è ciò che tiene lo spettatore incollato al personaggio; enigmatico negli sguardi, viscido nell?azione, con la parlata un po? strascicata, vittima e carnefice al tempo stesso. Il middle child per antonomasia, con la sua camicetta bianca e la faccia tumefatta, l?intenzione crudele, la follia che sprizza da ogni poro della sua interpretazione e una casa Ikea che lo possiede. Sono gli sguardi, le battute sussurrate, le pause, nessun libro può rendere tutto questo, specialmente se a renderlo è il caro Norton.
Poi c?è lei, regina del grande schermo, camaleontica e folle, paurosamente bella, nel vero senso della parola: Helena, come Marla. Marla come Helena. Con il fumo che esce lento dalle labbra sottili e livide, i grandi occhiali scuri; lasciva e provocante, assolutamente indispensabile, come una droga, come un?ossessione, come qualcosa che per tutta la vita vorremmo senza mai averla. Marla che non poteva essere altrimenti e non poteva essere nessun altro. Marla, così dannatamente perfetta.
E poi vabè, quello che il libro non ha è una colonna sonora di cotanta portata, firmata Dust Brothers e dipinta ad hoc sulle curve del film e dei personaggi, che esplode in tutto il suo splendore al momento della scena finale, in un tripudio di spettacolo, pelle d?oca e Pixies.
A fondare e contemporaneamente coronare il tutto, la regia di Fincher, pulita, ghigliottinata, psichedelica e provocante, sensuale negli effetti speciali, seducente nelle ombre. È un film bestiale, nel senso che tira fuori la parte animale che è in ognuno di noi, come un combattimento, come un rapporto sessuale, la mostra senza pudore rendendola desiderabile, al punto tale che lo spettatore non proverà più vergogna ad ammettere che sì, è tutto vero: anche lui ha dentro di sé tutto quello.
Insomma, potrei stare qui a parlarvi di Fight Club per almeno altri due giorni, ma il mio tempo è giunto al termine. Quello che posso dirvi è che tutto ciò che ho scritto è veramente nulla rispetto alla grandiosità del libro e soprattutto del film. Per cui, la prima regola rimane sempre la stessa: vedetevelo. E se poi non siete d?accordo con ciò che ho detto,  voglio che mi colpiate più forte che potete.

Alice Bellini
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