Letteratura: Imparare a comportarsi bene con gli Alieni
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Imparare a comportarsi bene con gli Alieni

Pubblichiamo il racconto “Mica tutti” di Daniele Zinni come estratto dall’ultimo numero di Nuova Tèchne dedicato al tema degli Ufo.

Pubblichiamo il racconto Mica tutti di Daniele Zinni come estratto dal numero appena uscito di Nuova Tèchne. Nata nel 1969 come laboratorio dello sperimentalismo verbo-visivo legato all’esperienza del Gruppo 70, Tèchne pone al centro della sua ricerca il comico, il nonsenso, il fantastico, il bizzarro, il gioco e questo numero è dedicato al tema degli Ufo.

cover (1)

La “rivista di bizzarrie letterarie e non” è diretta da Paolo Albani ed è parte della collana digitale Note Azzurre dell’editore Quodlibet. Questo numero contiene testi di Woody Allen, Raffaele Aragona, Patrizia Barchi, Pierre Barthélémy, Roland Barthes, Tristan Bernard, Adrián N. Bravi, Laura Brignoli, Fredric Brown, Massimo Bucchi, Renzo Butazzi, Dino Buzzati, Antonio Castronuovo, Daniil Charms, Ugo Cornia, Guido Crepax, Alberto Debenedetti, Giuliano Della Casa, Ada De Pirro, Renato de Rosa, Lino Di Lallo, Luigi Filippelli, Ennio Flaiano, Lino Fois, Giovanni Fontana, Carlo Fruttero, Franco Gàbici, Rosanna Giaquinta, Nelson Goodman, Carl Gustav Jung, Franco Lucentini, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, Gianfranco Mammi, Enrico Mazzardi, Jacopo Narros, Mauro Orletti, Luca Maria Patella, Paolo Pergola, Lamberto Pignotti, Willy Vilbres Rabboni, Dennis Holme Robertson, Hélène Smith, Afro Somenzari, Wisława Szymborska, Paolo Vistoli, Paolo Volponi, Juan Rodolfo Wilcock, Giovanni Zaffagnini, Cesare Zavattini, Daniele Zinni, Eno Zoni.

 

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Mica tutti

Capitasse a me, di essere un alieno, sarei un alieno con un piano diabolico, che comincerebbe con un dottorato e finirebbe nel burro.

Sul mio pianeta, per noia o per curiosità, avrei scoperto da tempo il filone extraterrestre della cinematografia, specialmente americana, e ne sarei un piccolo conoscitore, avvantaggiato nella fruizione dai miei sessantaquattro occhi e diciotto cervelli. Talmente preparato, sarei, che scriverei appunto una tesi di dottorato in letteratura comparata intergalattica, se ci fosse l’università sul mio pianeta di origine, oppure di letteratura comparata semplice, se l’università venissi a farla sulla Terra. Sarebbe una tesi che non sarebbe una tesi, sarebbe una rivoluzione copernicana, ma non lo dico per vantarmi, dico proprio in senso tecnico, perché accuserebbe i terrestri – sentite qua – di geocentrismo. Sempre a parlare di alieni, stanno! Ma cosa ne sanno, degli alieni? Ma non ne sanno niente, non riconoscerebbero un alieno se fosse in fila con loro al supermercato. Epperò ne parlano, perché in realtà devono parlare delle cose loro – guerre fredde, migrazioni, moralismi –, e se fossi alieno sarei di un indignato che dalla rabbia mi si intreccerebbero i tentacoli. O sono dei fessi, gli alieni che si inventano i terrestri, o sono dei geni, sempre macchiette sono. Quelli problematici, è perché sono uguali agli umani. Ma non lo capiscono, che possono turbare delle sensibilità? Persino uno studioso di lungo corso come il sottoscritto, che avrebbe ormai guadagnato una salutare distanza dalla superficie del problema e non sarebbe più turbato dalle rappresentazioni pretestuose in sé, sarebbe turbato eccome, dal fatto che nessuno gli venga mai a chiedere scusa, o una consulenza.

C’è Manini, ma cosa vuole capire Manini, che dice che io tutta questa cultura di cinema in realtà non ce l’ho, che parlo per sentito dire e che lo stereotipo è mio, se dico che i film sono tutti uguali. Poi però gli dai corda, a Manini, e se ne esce con certe storie, tipo dice che gli alieni, se esistono, hanno una civiltà raffinatissima. Ecco, se fossi un alieno, a sentire una cosa così, che all’apparenza è anche un complimento, ma mi ribollirebbe il sangue nelle vene, mi ribollirebbe, se avessi il sangue, e anche le vene. Se fossi un alieno, la mia civiltà potrebbe essere davvero raffinatissima, ma io comunque mi farei invitare a cena da Manini e berrei dal calice con un risucchio fortissimo, che lo sentirebbero fino in strada. La capirebbe? Chissà.

La seconda fase del mio piano sarebbe più o meno tutta così, una guerriglia contro gli stereotipi su noi alieni. La mia tesi di dottorato, troverei un editore che la pubblichi, e naturalmente farebbe scalpore, perché dai, lo direi anch’io, se fossi un terrestre, che senso ha mettersi a difendere i diritti degli alieni. Questa stessa reazione, moltiplicata per buona parte dell’umanità, farebbe di me uno zimbello di prima categoria, quindi un personaggio seguitissimo, e se oltre che strambo fossi anche iracondo sarei tutti i giorni in televisione, a gorgogliare dalle branchie contro la parzialità dei terrestri. A ogni ospitata televisiva, scardinerei uno stereotipo, ma non con le argomentazioni, ma coi fatti, a livello subliminale. Metti che sia uscito un film, la settimana prima, dove gli alieni sono viscidi e sembra che sudino salamoia: io in televisione ci vado cosparso di borotalco, sale e sabbia, con la pelle secca come il gesso. Oppure metti che giri molto su internet la foto sfocata di un alieno mingherlino con la testa grossa: non potendo rimpicciolirmi la testa, mi presenterei con un cappello larghissimo, che non starebbe su nemmeno a puntellarlo, e coi vestiti imbottiti di piume, per sembrare ciccione.

Un giorno, poi, un opinionista su un giornale scriverebbe che l’alieno sono io, nel senso che dico delle assurdità, e lì mi accorgerei che non lo ha ancora capito nessuno, che sono effettivamente un alieno, né dentro l’università, perché è un ambiente aperto alle differenze, né fuori dall’università, perché le mie stranezze, branchie comprese, vengono prese per le normali stranezze dell’intellettuale. Immediatamente ne approfitterei per ribaltare la mia posizione pubblica e impugnare il coltello dalla parte del manico, scrivendo una lunga lettera aperta per dichiarare che Certo, sono un alieno. (A seconda dello stereotipo vigente sull’approccio alieno alle lettere aperte, adotterei quello contrario). Tanto l’opinionista quanto i suoi seguaci, che avrebbero ripetuto dappertutto È lui l’alieno, sarebbero nell’imbarazzo più totale, e dovrebbero ammettere di aver usato Alieno in senso dispregiativo, per giunta contro di me, che alieno lo sarei davvero. Qualcuno proverebbe ad aggiustare il tiro, direbbe che Alieno è una figura retorica e che alieno è piuttosto l’editore del mio libro, alieno è chi mi crede, ma non farebbe che scavarsi da solo una fossa più profonda.

Avrei gettato le basi per un dibattito eterno sull’interplanetariamente corretto, ma la mia battaglia non finirebbe qui. Gli umani potrebbero pensare che tutti gli alieni siano uguali a me, perché conoscono solo me, o viceversa, che il mio lungo soggiorno sulla Terra mi abbia reso diverso da tutti gli altri alieni. Che sarebbe gravissimo. Esiste solo un modo per evitare che la polvere si posi e che tutto si riduca al sorgere di nuovi stereotipi: organizzare un’invasione, di modo che i terrestri possano cogliere tutta la varietà e la complessità di noi alieni, e la colgano di botto, per restare segnati a vita da una tale epifania.

A questo punto, non basterebbe essere un alieno: dovrei essere una intera specie aliena, o, meglio ancora, tutte le specie aliene, tutte insieme. Ci distribuiremmo su tutta la Terra, a miliardi, in misura proporzionale alla popolazione di ciascuno Stato, di modo che non abbia senso provare a ricacciarci oltre un qualche confine. I terrestri sarebbero nel panico, perché di invasioni conoscono le proprie, e un’invasione aliena se la aspettano sanguinosa, ma anche stavolta li lasceremmo stupefatti. La nostra sarebbe un’invasione non violenta, che ruberebbe al massimo dello spazio, e nemmeno in tutti i casi, perché qualche alieno sarebbe intangibile, o microscopico, o gassoso.

I primi umani a riprendersi dallo shock avrebbero già preso l’abitudine di dire che gli alieni, piacciano o no, sono qui per restare, e che bisogna conviverci, dialogarci, scambiarsi i numeri di telefono. Bene. Io mi farei invitare in televisione, in una trasmissione culinaria, perché quando sei famoso ti prendono dappertutto, a parlare di sport come di matematica, e mi farei cucinare in diretta. Ci sarebbe qualche polemica, forse, ma non sarebbe un omicidio, perché non sarei umano; gli animalisti non avrebbero da ridire, perché non sarei un animale; gli ecologisti neppure, perché non sarei una pianta né un fungo. Mi farei preparare al forno per quattro persone, e fino all’ultimo filo di voce darei indicazioni alla conduttrice che intanto mi pulisce, mi farcisce, mi aromatizza, mi guarnisce. La ricetta non sarebbe leggerissima, sarebbe piena di burro, ma per lo stesso motivo sarebbe irresistibile, facile ma gustosa, e piacerebbe anche ai bambini. Con la mia ricetta si potrebbe cucinare qualunque alieno consenziente, e sarebbero tanti, ma ciascuno avrebbe un gusto diverso, imprevedibile. In poco tempo nascerebbero ristoranti specializzati, corsi per casalinghe, e proverbi regionali che dell’alieno al forno farebbero una metafora della vita. E poi lo vedremmo, se davvero gli alieni sono qui per restare. Qualcuno magari resterebbe, ma mica tutti.

Daniele Zinni
Daniele Zinni
È redattore e traduttore dall’inglese per DUDE MAG. Suoi racconti e scritti vari sono usciti o usciranno a breve su Nuova Tèchne (Quodlibet), Crampi Sportivi, FUOCOfuochino, 404 File not Found, Lapisvedese e Nuovi Argomenti.
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