Letteratura: Imperator Furiosa
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Imperator Furiosa

Nicola Bergamo ha scritto un libro su Irene, donna bizantina che si definiva “imperatore dei romani” e fece infuriare il papa. Che cosa significava all’ottavo secolo essere una donna che fa cose da uomo? E come si può inserire questa vicenda nel dibattito contemporaneo sugli studi di genere?

Nicola Bergamo ha scritto un libro su Irene, donna bizantina che si definiva “imperatore dei romani” e fece infuriare il papa. Che cosa significava all’ottavo secolo essere una donna che fa cose da uomo? E come si può inserire questa vicenda nel dibattito contemporaneo sugli studi di genere? Ne ho discusso con l’autore, dottorando all’EHESS di Parigi e direttore della rivista di studi bizantini Porphyra.

 

Irene imperatore di Bisanzio: è il titolo del tuo nuovo libro ma è anche una formulazione sorprendente, o forse una rivendicazione. Rivendicazione in origine da parte di Irene, poiché fu lei a definirsi in questo modo, al maschile. Ma rivendicazione, mi pare, anche da parte tua: perché scegliendo questo titolo sembri volerle dare ragione e affermare che sì, in effetti fu possibile, alla fine del nono secolo a Bisanzio, per una donna essere imperatore. Tema piuttosto attuale.

Il titolo è in effetti un po’ provocatorio. L’ho scelto per un solo motivo, ossia quello di dimostrare come in una società, quale quella medievale, considerata con i soliti cliché oscurantista, arcaica e governata dal sistema patriarcale, abbia avuto, invece, dei risvolti diversi come una donna al potere. Ho controllato nelle fonti, sai quante donne sono andate al potere nel mondo con un titolo maschile? Solo 3: Il faraone “barbuto” donna Hatshepsut (1479 a.C. circa), l’Imperatore cinese donna Wu (690-705), ed infine Irene. Questo rende il personaggio ancora più interessante perché lei non scelse, come coloro che l’hanno preceduta, il titolo femminile ma quello maschile.

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Ma che cosa rivendicava Irene? Perché imperatore e non imperatrice?

Pur mantenendo la sua femminilità, seppur sempre ben sopita sotto la cappa imperiale, Irene fu di fatto un uomo, perché era la mascolinità che permetteva di governare. Lei volle dimostrare di essere l’unica al comando sebbene non fosse un uomo. È interessante ricordare che la fonte del periodo, il monaco Teofane, la ricorda sempre con appellativi maschili, seppur non tralasci mai qualche battutina verso il “sesso debole”. Teofane la riporta come una santa donna (recuperò infatti il culto delle icone a Costantinopoli dopo la diatriba iconomaca) ma la critica aspramente solamente sui suoi punti più femminili e ai cliché legati ad essi. Si dimentica, il nostro autore, che Irene per arrivare al potere fece accecare, uccidendolo di fatto, il suo unico figlio e lo fece solamente per un’insana brama di potere. Questo è un atteggiamento maschile o femminile?

Si capisce, leggendo la tua introduzione, che malgrado la scelta del soggetto non sei necessariamente vicino ai cosiddetti “studi di genere”. Da storico, sembri temere che questa griglia di lettura porti a interpretazioni anacronistiche. Il rischio sarebbe, cioè, di trasformare Irene in un’icona femminista o in un’icona queer, in spregio al senso della delicata operazione politica che Irene stava compiendo…

Gli studi sul genere iniziarono il loro periodo d’oro alla fine degli anni Novanta, specie in ambito storico. Dopo il 1995 abbiamo diversi libri scritti sulle donne a Bisanzio dimostrando che anch’esse esistevano e facevano parte del sistema che governava una società millenaria. Purtroppo certe ricerche si spingono troppo oltre ricercando quella forma di femminismo, tipico di una società moderna come la nostra, che non esisteva al tempo. Irene non divenne famosa per essere una donna, ma per aver dimenticato di esserlo. Altrimenti perché si fece chiamare “Imperatore” e non “Imperatrice” come le altre donne di potere a Bisanzio?

Si tratta soltanto di un problema di metodo? Non credi che le rivendicazioni metodologiche, in particolare da parte degli storici, siano comunque in qualche modo ideologiche?

Si studia la fonte e la si percepisce come verità assoluta. Ma è anche vero che con le fonti si può scrivere tutto ciò che si vuole: sta alla storico contestualizzarle e interpretarle. Noi ovviamente siamo figli del nostro tempo e pensiamo che la nostra società sia la migliore possibile e guardiamo con un certo disprezzo molto del nostro passato. E questo è uno dei punti più critici per uno storico: cercare di eliminare la propria e presunta superiorità intellettuale e cercare di introdursi, come una sorta di macchina del tempo, in un passato estinto e molto diverso dal nostro. Più si riesce in questa difficile operazione, migliore risulterà la nostra attendibilità.  

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Uno degli scopi degli studi di genere dovrebbe essere appunto quello di aggirare i pregiudizi dello storico e così evitare di leggere i fenomeni del passato alla luce di norme sessuali relative al nostro tempo. Ma questo vale nei due sensi: cioè non bisogna “omosessualizzare” la Storia (come ad esempio faceva Derek Jarman, visto che era un regista e non uno storico) ma nemmeno “eterosessualizzarla” immaginando che le nostre idee di uomo e di donna siano universali.

Molti libri moderni vogliono per forza dimostrarci che le donne non erano remissive, non erano fedeli, non erano mogli perfette, mostrando lati più o meno oscuri della loro vita sociale e sessuale. Un caso su tutti, Teodora; la sua figura è stata bistrattata da Procopio, storico dell’epoca, ma esaltata dalle studiose e dagli studiosi moderni proprio per andare in contrapposizione con la fonte bizantina. Certo Procopio verosimilmente inventò gran parte delle cose ma perché cercare le frivolezze legate ad una presunta libertà sessuale? Cosa si vuole dimostrare, che la donna a Bisanzio era più “libertina” delle sue contemporanee occidentali? Di certo una donna fedele al marito che svolge le sue mansioni perfettamente agli occhi moderni risulterebbe terribilmente noiosa, ma per le persone dell’epoca era tutt’altro. Quindi se voglio descrivere il più possibile quella società devo tentare di capire il loro punto di vista.

Capisco quello che vuoi dire. Tuttavia l’attenzione alla dimensione culturale del sesso e del genere mi paiono importanti. Il ruolo della donna era sicuramente diverso all’epoca d’Irene, e con ciò voglio dire: era diverso l’insieme di caratteri, di abitudini, di comportamenti, d’indicatori, di obblighi, di diritti associati all’essere donna. O no?

La donna a Bisanzio godeva di una certa autonomia, specie dopo l’ottavo secolo con l’introduzione del nuovo corpo di leggi voluto dai sovrani Leone III e Costantino V (quest’ultimo suocero di Irene). Il concetto di pater familias cambiò, la cristianizzazione, ora per altro molto criticata, portò ad un addolcimento della dura lex romana. La donna così riesce ad ottenere qualche tutela maggiore a livello legale, come la potestà dei figli o del proprio patrimonio. Ovviamente la sua condizione non è paragonabile a quella moderna ma questo non significa certamente che sia migliore o peggiore, è semplicemente legata al periodo preso in esame. Al tempo la donna poteva recarsi ai bagni pubblici, prima degli uomini, poteva andare all’ippodromo, sebbene avessero delle zone più o meno distinte rispetto agli uomini, e poteva gestire il proprio patrimonio economico. 

Al contrario di quello che succedeva, ad esempio, nel Settecento inglese raccontato da Jane Austen, dove le donne non avevano diritti patrimoniali. E tuttavia, se Irene rappresentò uno “scandalo” per il suo tempo suppongo che la condizione della donna fosse comunque diversa da quella maschile per quanto riguarda il potere politico e religioso, giusto?

Le donne comuni non potevano avere accesso ad alcun incarico amministrativo, le donne di famiglia imperiale, invece, potevano ambire a ricoprire importanti ruoli nell’ambito governativo tranne quello di regnare. Non era concepito per una donna regnare da sola. Quando un’imperatrice perdeva il marito perdeva automaticamente il potere nella maggioranza dei casi. Aveva forse la possibilità di risposarsi, come nel caso di Zoe e Teodora (figlie di Costantino VIII e ultime discendenti della gloriosa famiglia dei Macedoni), oppure doveva ritirarsi a vita privata, magari indossare gli abiti monacali e finire i propri giorni in un monastero.

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L’imperatore Irene col figlio Costantino presiede il settimo Concilio Ecumenico di Nicea

 

In questo contesto, Irene rappresenta una rottura. E quindi si presta bene al ruolo di icona

Irene riuscì a rimanere al potere, sebbene con enorme difficoltà, nella prima fase, quella più delicata, ossia quando il piccolo Costantino VI non era ancora in grado di governare. Irene fu la sua tutrice ma l’Imperatore rimaneva sempre suo figlio. Quando lui crebbe governarono assieme, quando lui volle governare da solo Irene si fece da parte, sebbene con difficoltà, per poi tornare con una forza inaudita facendolo accecare e detronizzare. Quando Irene divenne “imperatore dei Romani”, unica sovrana nella millenaria storia di Bisanzio, governò come se fosse un uomo. Se posso fare un azzardo cinematografico, completamente avulso dal discorso storico, posso vedere Irene come Queen Elizabeth nell’omonimo film con Cate Blanchett. L’imperatore donna sposò l’Impero, come fece la regina con l’Inghilterra. I suoi sentimenti vennero annullati e il suo potere divenne una sorta di terrore. Comandò e governò come un uomo perché a quel tempo il potere era solo maschile e quindi Irene cercò di emulare i suoi predecessori mostrandosi molto simile a loro.

Insomma niente, mi stai dicendo che Irene non era il primo imperatore transgender?

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Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi e si occupa di marketing, in senso ampio.
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