Letteratura: Intervista a Guido Catalano
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Intervista a Guido Catalano

«Lo faccio perché non ho un’alternativa, nel senso che sono ossessionato da questa roba e quindi continuerò a farlo anche se piovono critiche.»

Alla voce “Bio simpatica” del suo blog Guido Catalano dice di sé:

«A 17 anni ho deciso che volevo diventare una rock star.
Poi ho capito che forse non ce la facevo e ho ripiegato su poeta professionista vivente, che c’erano più posti liberi.»

Ieri sera siamo andati al Monk per assistere a un reading delle sue poesie, in cui, tra selfie geolocalizzati, barbe e cappelli, si ride e si piange fortissimo. Queste, le nostre chiacchiere con lui.

Ho detto a una mia amica che avrei passato la serata a un reading di poesie e mi ha detto «viette a prende ‘na birra piuttosto». Io mi sono difesa dicendo «no, ma è uno divertente». E lei mi ha risposto: «ah ma allora è un cabarettista?». Perché è vero, la poesia, almeno quella tradizionale, è generalmente ritenuta una cosa spocchiosa per spocchiosi. Invece la tua poesia non è così, è tutto il contrario: è una cosa umanissima per umani e questa è la tua forza, che del resto ti sta rendendo famoso. Perché di fatto tu incarni proprio una piccola rivoluzione: la poesia che fa tendenza, che va in radio e in tour, che attira giovani e diventa protagonista di eventi. Come hai fatto a scuotere di dosso alla poesia quell’aria di vecchia signora altezzosa inavvicinabile?

Eh, dirti come ho fatto non è facile, perché è un insieme di tanti fattori. Uno è che mi diverto moltissimo: mi diverto a fare questa cosa, il che non è così scontato. Io conosco i poeti altezzosi di cui tu parli e loro secondo me non si divertono, soffrono. Io invece godo e quindi questa cosa forse passa. Poi, parlo molto di me stesso, sono sincero, parlo molto di amore e uso l’ironia.

Io in fondo sono tante cose insieme: sono un cabarettista e sono anche un cantautore probabilmente, anche se non uso la musica. Quindi questa cosa dell’ironia coniugata alle tematiche amorose funziona.

Ora, io non so se questa cosa sia una rivoluzione nel mondo della poesia, credo di sì, ma non lo so. Queste sono robe che sapranno i nostri figli, una di quelle cose a cui solo tra vent’anni, se sarò ancora vivo, ti potrò rispondere.

Se cerchi una definizione di poesia, leggi che ciò che la caratterizza è la metrica, un insieme di regole stilistiche. La tua poesia invece è spesso libera da questi schemi e regole, quindi cosa diresti che rende le tue opere poesia? Cosa credi che definisca la poesia in quanto tale?

Bè, questa è un’altra domanda che ci si pone da secoli. Ci sono delle regole, di cui io mi infischio abbastanza. La mia è una poesia a verso iperlibero, altre invece non sono neanche poesie, sono dialoghi.

La poesia è un testo che ha una sua musica, un suo ritmo, una canzone senza musica. Quindi le mie sono canzoni senza musica. Soprattutto da un po’ di anni: all’inizio no, erano magma folle, non avevano musica. Ma ora direi che sì, le mie poesie sono canzoni senza musica.

Direi che la poesia è una canzone senza musica, fine.

Nelle tue poesie parli spesso, spessissimo dell’amore. Non è troppo facile fare poesia con l’amore? È sicuramente una delle esperienze umane da cui emergono le cose più vivide: nell’amore viene fuori la pancia, le budella di tutti noi, ma non c’è il rischio di ipertematizzarlo e in qualche modo anestetizzarsi ad esso? O comunque annoiare e annoiarsi?

Si, c’è, c’è senz’altro e io sono a rischio. Però lo faccio perché non ho un’alternativa, nel senso che sono ossessionato da questa roba e quindi continuerò a farlo anche se piovono critiche.

In realtà non è vero che è facile. Parlare bene d’amore, o parlare bene di calcio, o di Dante non è facile. Io lo faccio bene, e questo non è facile. Però sono cosciente di esagerare, e se lo faccio perché sono ossessionato da questo.

L’amore di cui tu parli è spesso una questione di corpi e di violenza: di appropriarsi del corpo dell’altro, quasi di mangiarlo. Sei un po’ un macellaio e questo ti rende potente e vicino. Ma perché intendi così l’amore? In questo senso di quasi digestione gastrica?

(ride) Non lo sapevo questo, di essere un macellaio. Questa è una tua interpretazione, se posso. Non so se questa tua interpretazione sia giusta, potrebbe esserlo. Se lo fosse, potrebbe essere legata alla mia storia, dunque a un’esperienza sessuale complessa: io ho iniziato molto tardi a fare le cose sessuali e amorose quindi questa cosa mi fa essere ossessionato, e qui ci leghiamo al discorso di prima. Come quelli che da poveri sono diventati ricchi, che possono mangiare molto, ma hanno sofferto la fame. Ma in realtà devo capire meglio questa cosa che hai detto.

Io credo che tu parli spesso dell’amore in un senso di appropriazione, anche fisica, del corpo dell’altro.

Eh a questa cosa non so rispondere, no, bisognerebbe chiedere al mio psichiatra. (ridiamo)

Un’ultima cosa: ci reciti una tua poesia, la più bella che ti viene in mente? Così potrò dire che quando ero giovane un poeta mi ha dedicato una sua poesia.

Quanti anni hai?

Ventidue.

Molto giovane. Hai esattamente la metà dei miei anni. Ventidue, quarantaquattro, giusto?

Sì.

Dovremmo trovare uno di… sessantasei?

Ottantotto, il doppio di quarantaquattro.

No, no, il triplo di ventidue?

Ah, sì, il triplo di ventidue è sessantasei. Ma poi scusa, io studio filosofia, tu fai il poeta, ci mettiamo a fare i conti?

Sì, ventidue, quarantaquattro, sessantasei. Dovremmo trovare un sessantaseienne, è più bello così. E potremmo fare un supertrio di supereroi. (Guido Catalano ha una forte, irriducibile evve moscia, e allora dovete immaginarvi questi calcoli, già di per sé surreali, anche decisamente ambiziosi a livello avticolatovio n.d.a.).

Allora, ti leggo, a caso… bella, questa è una poesia d’amore fica, Undici s’intitola.

vuoi sapere perché mi piaci?
vuoi mica sapere tutti i perché mi piaci?
ti andrebbe di saperli gli undici motivi che mi piaci?
a me piace farti l’elenco
dei motivi
che sono undici
che mi piaci:

uno, gli occhi, hai gli occhi carini
due, la faccia, mi piace guardartela
tre, i capelli, non si capisce mai il colore
quattro, i vestiti, ti vesti strana
cinque, il corpo, anche se gli strani vestiti
che ti metti, un po’ lo nascondono
ma penso che sia bello, come corpo
sei, come mi guardi, che ha a che fare coi tuoi
occhi ma è anche un modo particolare, sembra
che ridano i tuoi occhi e nel contempo mi guardi
scusa la parola, in modo sexi, il che è difficile ridere
e guardare i modo sexi
sette, le tue labbra, hanno un buon sapore
otto, il tuo nome, che non posso dire in questa sede ma mi
piace ripeterlo quando ti parlo, poi sei la prima ragazza
con questo nome
nove, non hai paura
dieci, ho la strana sensazione che quando ti parlo tu mi ascolti
undici, e concludo, non si capisce se ti sei persa o sai dove vai,
in ogni caso un pezzino di strada insieme lo faccio volentieri

Molto bella, questa bisogna leggerla, domani la leggo.

Francesca Sabatini
Francesca Sabatini
Nata a Napoli nel 1993, vive a Roma da allora. Si è laureata in Filosofia e si sta specializzando in Geografia Sociale. Appassionata di cammini, paesologia, esperienze estetiche dello spazio, derive e utilizzi psichedelici dell’urbano. Collabora con “Urban Photo Hunt”, di cui ha curato una stagione a Bordeaux. Ha girato corti sperimentali e short doc, di cui “Siete Qui” per e con Dude Mag. Si interessa di videoarte.
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