Quando tre anni fa la Marvel decise di lanciare Miles Morales, il nuovo Spider Man di colore, il mio primo sentimento fu quello di profondo scetticismo. Il motivo però non era certo di natura razziale, quanto puramente mitologico: sostituire una colonna portante dell’olimpo fumettistico con un personaggio nuovo di zecca era una scelta tanto azzardata quanto coraggiosa che, nel migliore dei casi, mi avrebbe comunque privato di quello che era stato il mio costume di carnevale per almeno cinque anni di fila.

All’epoca qualcuno gridò alla furbata, alla mossa di marketing atta ad accalappiarsi quella fetta di pubblico giustamente non soddisfatta dall’essere rappresentata da un personaggio chiamato Pantera Nera (nome che ho sempre trovato abbastanza razzista). Addirittura anche l’editor in chief della Marvel, Axel Alonso, ammise candidamente che Miles Morales fosse figlio dei tempi moderni, e di come l’elezione del primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti avesse portato i vertici della Casa delle Idee a pensare che «it was time to take a good look at one of our icons».
In realtà basterebbe dare uno sguardo alla storia della Marvel per vedere come nella Casa delle Idee si sia da sempre attenti ai cambiamenti dello strato culturale americano. Lo si era negli anni sessanta, con la nascita di personaggi come Peter Parker, l’incarnazione dell’outsider, e Matt Murdock/Daredevil, il primo supereroe con una disabilità; e lo si è ancora adesso, con l’introduzione di Kamala Khan, il primo personaggio musulmano con una testata tutta sua.

Parlare di Kamala Khan limitandosi solamente alle sue origini sarebbe però riduttivo, soprattutto sminuirebbe la grandissima importanza di un personaggio come questo, in grado non solo di rappresentare un gruppo religioso ed etnico (Kamala è pakistana) precedentemente “snobbato” dal mondo dei fumetti, ma anche di rappresentare degnamente, e per la prima volta, la figura femminile in un media di così grande portata.
Provate a pensare alla moltitudine di personaggi femminili che popolano il mondo dei fumetti, dei videogiochi, del cinema. È vero, ce ne sono tantissimi, ma quanti di questi si pongono l’obiettivo di raccontare veramente il ruolo di una donna? Quanti invece sono semplici corpi formosi avvolti da tutine aderenti? Troppi.

Una lunga serie di figurine messe a disposizione della fantasia maschile, spesso mascherati da eroine piene di valori, ma il cui scopo si ferma spesso a quello di far sognare il fruitore del media di turno. Gli esempi sono tanti, ma basterebbe citare la cover uscita qualche mese fa, disegnata dall’artista DC Guillem March, che vedeva Wonder Woman e Superman immortalati in pose simili a quelle dei romanzi rosa. In questo caso, invece, siamo davanti ad un personaggio che non incarna nessuno stereotipo, che rappresenta la normalità, una sorta di pagina-specchio capace di riflettere l’immagine del lettore portandolo quasi al centro della narrazione.
Nel suo intervento al TED, Sana Amanat, creatrice del personaggio, ha ben spiegato come la sua creatura, oltre a rappresentare quella fetta di pubblico che si rispecchia in Kamala per ragioni etniche e religiose, rappresenti tutti: un gruppo di persone timide e spesso relegate in un angolo, i misfits ignorati e magari costretti a omologarsi con i propri coetanei per essere notati. Questo discorso emerge proprio in uno dei primi numeri della testata, con la protagonista che si trova a dover scegliere tra l’assumere l’identità dell’eroina bionda e statuaria, e stereotipata nell’immaginario collettivo, o rimanere Kamala, tenendosi così tutto ciò che odiava della propria vita, dall’estremismo religioso del fratello alle weird holidaysimposte dalla sua religione. Con la doppia valenza di insegnamento morale e rassicurazione sociale, il personaggio di Ms. Marvel, l’identità segreta che Kamala prenderà, rappresenta il lettore puro, che può finalmente tornare ad identificarsi con un personaggio reale, e non con un miliardario in armatura o una divinità nordica. Un ritorno alla formula “super eroi con super problemi” tanto cara alla Marvel, e che giustifica sensazionalismi come quello di Dan Slott (un signore che di fumetti se ne intende), che non ha esitato a definire Kamala come una moderna Peter Parker.

Quando nel 1963 la Marvel decise di lanciare gli X-Men iniziò a parlare a un gruppo di persone che, proprio come i protagonisti del fumetto, erano ingiustamente discriminate, dandogli così una controparte fumettistica con cui rinfrancarsi e farsi coraggio; allo stesso modo, quindici anni fa, vedere Peter Parker indossare un paio di occhiali da vista mi fece smettere di piangere davanti allo spietato responso dell’oculista. Questo per farvi capire, in modo banale, come il fumetto sia qualcosa di superiore a un semplice media di intrattenimento; e come, se usato in maniera intelligente, possa diventare un potentissimo mezzo di veicolazione di messaggi e idee. L’enorme responso di pubblico ricevuto da Ms. Marvel ne è un’ulteriore prova: primo nelle classifiche di vendita negli Stati Uniti e al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. La pagina dedicata alle mail dei fan è stata letteralmente presa d’assalto da lettori non solo musulmani, ma di qualsiasi tipo di religione, che si prodigavano in un mix di congratulazioni e ringraziamenti per aver creato un personaggio vero e nuovo.
Forse sarà solo la hit-girl del momento, ma trovo che tutto ciò che ruota intorno a Kamala Khan e a Ms. Marvel sia estremamente eccitante e stimolante. Da geek, da sempre avido lettore e appassionato di fumetti è davvero bello poter stringere tra le mani qualcosa la cui valenza va oltre quella meramente artistica e che, come già fatto da gente come Marjane Satrapi o Art Spiegelman, sia in grado di veicolare un messaggio tanto importante, fotografando un momento del genere, e dimostrando come spesso le piccole rivoluzioni possano partire anche dal più semplice dei mezzi.