Quando l’anno scorso ho chiesto una copia de La fattoria degli Animali in una libreria di Santiago e mi hanno puntato una pistola in faccia ci sono quasi rimasto male, ma in fondo è stata colpa mia.
Se pensavate che la censura fosse più fuori moda dei pantaloni a zampa ho delle brutte notizie per voi.
Ha girato il mondo letterario e ancora oggi è in vigore in alcuni stati, dove chi legge alcuni testi va incontro a punizioni pesantissime, tipo imparare a memoria le opere di Coelho.
Ma facciamo un passo indietro.
Come tutti sappiamo la censura politica ha lo scopo di evitare la diffusione di idee contrarie all’ordinamento, o reprimere comportamenti sovversivi.
E se come scrisse John Milton «uccidere un libro è come uccidere un uomo», non è difficile capire i genocidi delle due grandi dittature del novecento.
Anche se non vi sorprenderà che la Bibbia sia stata vietata nella Russia comunista per trent’anni, «La religione è l’oppio dei popoli», penso sia un’incognita per i più il motivo per cui in Etiopia vennero date alle fiamme ben quarantamila copie.
Ma pure la Germania Nazista, che invece strizzava l’occhio al Papa, era un’amante della repressione e bandì senza distinzione tutti i libri di ebrei e oppositori politici.
Il caso più curioso però è quello legato a Il richiamo della foresta di Jack London ritenuto troppo radicale e socialista dal Führer: forse il ritorno del lupo nel branco avrebbe potuto far venire strane idee al soggiogato popolo tedesco.
Ma l’autore la cui «penna è più affilata della spada» è sicuramente George Orwell, il quale sembra dedicò la sua vita a farsi odiare dai regimi comunisti.
La Fattoria degli animali detiene un singolare record, che come da premessa ho provato sulla mia pelle: è infatti vietato da oltre cinquant’anni a Cuba, Kenya e Cina per motivi politici, e dal 2002 anche negli Emirati Arabi, che hanno ritenuto offensive alcune immagini che secondo loro andrebbero contro i precetti islamici.
L’altro masterpiece dello scrittore britannico, 1984, fu vietato nella Russia di Stalin, che si sentì oggetto di critica e pensò bene di metterlo fuori legge dal 1950 al 1990.
Dittature a parte sembra che i capi di stato si preoccupino specialmente di sesso, droga e violenza, come se leggere milletrecento pagine su nudità e omicidi, o una descrizione in tre capitoli di come ci si sente a farsi una stagnola, facesse nascere strane idee alla gente.
L’Ulisse di James Joyce venne ritirato dalle vendite nel Regno Unito per dieci anni, 1922-1930, perché troppo erotico.
Ben ricordo i momenti della mia giovinezza in compagnia della rivista Le Ore e la giovane Gerty Mac Dowell che mostrava le sue nudità a me e Bloom.
Trent’anni dopo, sempre in UK, Lolita fu segnalato dal direttore del Sunday Express come «Il libro più sporco che abbia mai letto» e sparì dal commercio per cinque anni.
Più recentemente una storia all’ordine del giorno e nella quale molte persone possono identificarsi, quella di un uomo d’affari stressato che perde la brocca e inizia ad ammazzare chi gli capita a tiro, American Psycho, è stata oggetto di polemiche e vietata per molto in Canada e Germania, ed è ancora fuorilegge nel Queensland, ma come ormai tutte le cose illegali non è così difficile da reperire.
Per quanto un mondo grossomodo libero si possa ritenere un bene inestimabile mi rammarico però che la censura non abbia mai raggiunto Facebook, dove si possono mettere liberamente foto dei risvoltini e scrivere status di quindici pagine completamente in maiuscolo.
In apertura: una vecchia copertina di Lolita, Vladimir Nabokov, qui nella versione integrale.