Letteratura: “L’età della tigre”: Milano, trap e ricordi nell’ultimo libro di Ivan Carozzi
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“L’età della tigre”: Milano, trap e ricordi nell’ultimo libro di Ivan Carozzi

Se non è universalmente vero che gli opposti si attraggono, possiamo almeno dire che l’opposto incuriosisce, attira, stimola il dialogo e la ricerca. Tutte cose che non mancano di certo alle pagine de “L’età della tigre”.

24 Set
2019
Letteratura

Ho iniziato a leggere L’età della tigre di Ivan Carozzi con un atteggiamento curioso, mentalmente aperto, pronto a cogliere tutte le sfumature di un mondo in gran parte sconosciuto. È un saggio che in copertina presenta un’illustrazione pop e colorata, di un individuo mascherato e a petto nudo, una specie di supereroe trash, è un saggio che sembra affrontare diverse tematiche culturali e sociali contemporanee, tra cui, in buona parte, il fenomeno della trap. Sapevo di catene d’oro e di ricchezza sfrenata, sapevo di testi provocatori e di autotune, ma poco altro. Mi sono quindi immerso in una lettura nuova, che mi parlava in modo nuovo di un universo nuovo. Mi sono sentito come un bambino il primo giorno di scuola, ecco.

Aspettavo così tanto la trap che non mi aspettavo invece di trovarci Milano. Anzi: tutte quelle sfumature di Milano. Le strade e le diverse sensazioni che suscitano, i modi di vivere, le azioni e le relazioni, il posto dove alcuni personaggi sono riusciti ad emergere, ostentando, mostrando il petto e le catene d’oro già citate. Per una curiosa coincidenza, mi sono trovato proprio a Milano negli stessi giorni in cui finivo di leggere questo libro, il che mi ha permesso di vedere da vicino quello che avevo soltanto letto. Ma la città descritta da Carozzi non è solamente un luogo dove vivere, un posto dove lavorare. No: Milano è un posto dove confrontarsi con se stessi, e osservare il mondo intorno come fosse un grande, immenso specchio sponsorizzato, brandizzato, pubblicizzato, attraverso il quale puoi guardare la tua faccia riflessa tra la R e la A di PRADA. 

Non avrei mai pensato di vedere la trap in questo modo. Meglio: non avevo mai neanche formulato un giudizio critico sul tema, limitandomi ad ascoltare e ad apprezzare alcune canzoni. E invece ho scoperto che la trap è ciò che è emerso dopo un processo profondo e sedimentato nel tempo, che a Milano è riuscito a trovare terreno fertile per proliferare, tra una storia Instagram e l’altra, mentre il resto del mondo andava avanti e non si accorgeva che dietro c’erano orde di under 20 pronte a idolatrare il loro nuovo idolo, che con denti d’oro e orologi al polso dava sfoggio della sua ricchezza sul palco del Primo Maggio.

La trap è ciò che di più lontano c’è dal padre del protagonista del romanzo, che nel suo piccolo studio blu mette in pratica la sua arte solo e soltanto per se stesso, senza che nessuno possa vederlo; per la trap invece è tutto il contrario, c’è un’ostentazione forzata dell’arte, anzi l’ostentazione fa parte dell’arte stessa. Ivan Carozzi, ne L’età della tigre dipinge le sfumature di questo mondo nuovo e in parte inesplorato, perché sostanzialmente ancora in costruzione. Attraverso situazioni personali, magari anche più vicine al lettore di quanto non lo sia la trap, veniamo guidati lungo una strada fatta di cartelloni pubblicitari giganti, di personaggi emarginati talmente distanti dagli Sfera Ebbasta di turno da ritrovarsi incredibilmente vicini a loro, magari in una foto, magari mentre il cantante fa l’elemosina, guadagnando volente o nolente un’altra copertina, altri fan, altra fama. 

Il protagonista del romanzo si muove dentro Milano, che è la sua città ma che nel frattempo è anche cambiata, mutata secondo nuove regole dettate dai tempi. E in queste regole si sono inseriti alla perfezione i trapper, che si aggirano placidi per le vie di Milano: come Ghali ad esempio, che guarda il protagonista con indifferenza, gli dedica appena uno sguardo, per poi spostare i suoi occhi felini altrove; o come Sfera Ebbasta che riaffiora in un ricordo lontano, chissà se come stereotipo o come persona fisica. 

La trap è questa, è presente, è figlia dei tempi descritti da Ivan Carozzi, che vede tigri dietro ai cespugli, che coglie l’estraneità dell’altro ma non ne è spaventato, né ripugnato; anzi, incuriosito si avvicina, cercando di capire un po’ di più i meccanismi che guidano quel mondo tanto lontano dal suo modo di fare, e soprattutto dal suo modo di essere. Perché se non è universalmente vero che gli opposti si attraggono, possiamo almeno dire che l’opposto incuriosisce, attira, stimola il dialogo e la ricerca. Tutte cose che non mancano di certo alle pagine de L’età della tigre

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Mi ha colpito molto l’immagine del padre del protagonista, solo nel suo sgabuzzino, intento a “fare l’artista” solo per il gusto di farlo. Credi che questa dimensione, nell’epoca dei social e dell’apparire, sia destinata ad andare persa e che tutto debba essere esibito per essere reale? 

Non saprei, non sono in grado di fare una previsione, però provo a fare un ragionamento: oggi puntualmente sperimento una precisa sensazione, una sorta di tic, di riflesso, a causa del quale ciò che penso o vedo di prezioso, d’importante, di significativo, magari capace di portare un po’ di luce e attenzione su di me, deve subito tradursi in un atto comunicativo (scrivere un post, uploadare una foto etc.); vale a dire che il pensiero opera con un grado molto minore di libertà e maggiormente in funzione di  un output, di un risultato, di una ricompensa in termini di scarica elettrica e dopamina… A un certo punto del libro descrivo un video su YouTube che documenta l’affissione in strada di un manifesto di Sfera Ebbasta. Sfera Ebbasta è presente durante l’affissione e per immortalare il momento si scatta un selfie. Probabilmente quel selfie sarà diventato una story e Sfera avrà goduto del suo momento di dopamina. Da lì, non so come, mi è tornato in mente mio padre e la sua attività di scultore fra gli anni ’70 e ’80, all’epoca in cui Internet era limitato a una manciata di nodi, si chiamava ancora Arpanet e sostanzialmente nessuno sapeva della sua esistenza. Ecco che visualizzo mio padre che lavora in uno stanzino, isolato dal mondo, che scolpisce il marmo e modella la creta, attività che conduce esclusivamente per sé stesso, per il piacere continuo e non disturbato offerto dalla manipolazione dell’argilla, senza altra interferenza mentale, in assenza di questo bizzarro bisogno coatto di raccontare e comunicare se stessi. Quel ricordo è tornato alla coscienza come un’immagine di libertà e indipendenza.

Una mattina ero in metro e stavo leggendo proprio L’età della tigre, nel punto dove si parla del contatto umano sfuggente nelle grandi città, e proprio perché stavo leggendo il tuo romanzo sullo smartphone non ho visto uno dei miei più cari amici sullo stesso vagone (fortunatamente lui è stato più attento di me ed è venuto a salutarmi). Da qui, la riflessione: quanto gli smartphone hanno influenzato tutto questo processo di alienazione, di attenzione ridotta a un lasso di tempo minimo (forse a quei famosi 15 secondi delle storie di Instagram)?

Gli smartphone hanno modificato in modo decisivo le nostre abitudini, la nostra capacità di attenzione, il nostro modo di osservare, di visitare un luogo e perfino di camminare. È un giudizio che ormai fa parte del senso comune. Non sono un esperto di neuroscienze, tantomeno di smartphone o design, però suppongo che tanti ingegneri e sviluppatori, consapevoli del potenziale distopico dello strumento, stiano cercando di capire come rendere la tecnologia meno invasiva, meno impattante sulle capacità cognitive, e al tempo stesso garantire il successo commerciale dei prodotti a cui lavorano.

A un certo punto il romanzo parla del rapporto tra trapper e madri: «I trapper, che hanno l’abitudine di rivolgersi alle donne chiamandole bitch, puttane, non mancano di testimoniare devozione e gratitudine per le proprie madri; a loro si rivolgono come maestre, se le portano in tour, in mezzo a nuvole di marijuana, e alle madri promettono case e vitalizi in caso la carriera ingrani». Credi che questa attenzione rivolta alla figura femminile materna si possa inserire nel solco della rivendicazione (sempre più forte e frequente negli ultimi anni, in tutti i campi) dell’individualità della donna come essere umano autonomo e autosufficiente, tanto da portare avanti una famiglia da sola?

Sì, credo che faccia parte di uno zeitgeist. Per ragioni storiche e contingenti che non è possibile qui riassumere, i trapper spesso sono cresciuti imparando più dalle proprie madri che dai padri (ecco la ragione della frequenza, nel canzoniere trap, di versi dove la figura materna viene omaggiata o evocata); nelle università e nei movimenti è tornato lo studio del femminismo come teoria politica a servizio dell’emancipazione, non solo femminile ma universale; figure come Chiara Ferragni raccontano la propria vita e il proprio successo come una storia di empowerment e riscatto femminile (ma è una versione dei fatti molto discutibile, a mio avviso). Sono tutti fenomeni che fanno parte di un certo spirito del tempo. A volte in modo genuino, a volte in modo un po’ più capzioso e strumentale.  

Se un giorno l’umile orologiaio di cui si parla nel romanzo e Sfera Ebbasta fossero costretti a parlare tra loro (per un guasto in ascensore, o perché naufragati entrambi nella più classica delle isole deserte), di cosa parlerebbero? 

Mmm… non saprei… forse di orologi? Però credo che potrebbero diventare amici.

Milano, dalle pagine del libro, appare come il contesto perfetto per la proliferazione di questo genere: perché la città in questione secondo te è così adatta a fare da sfondo al fenomeno-trap? O forse si parla più in generale delle grandi città, che dovrebbero in teoria coinvolgere e che invece innescano un processo di alienazione nell’individuo? 

Nel libro provo a suggerire l’esistenza di un rapporto di parentela tra la sottocultura paninara nata in piazza San Babila, il berlusconismo e la trap, il cui fil rouge sono i valori del consumismo, l’ostentazione dello status symbol, l’accumulo di capitale, l’impresa e la monetizzazione. In realtà la trap non è uno specifico milanese, però a Milano potrebbe intrecciarsi con un retroterra culturale che in qualche modo le somiglia. È l’ipotesi o meglio la suggestione che ho sviluppato nel libro.

Nella stesura di questo romanzo devi aver ascoltato molta musica trap, per questo ti chiedo: c’è una canzone, o un verso, che secondo te racchiude meglio quello che il libro cerca di raccontare? Ma la domanda potrebbe anche essere più diretta: se dovessi indicare una colonna sonora per L’età della tigre, quale sarebbe?

In realtà mi sono abbastanza limitato negli ascolti, senza contare che mentre scrivo preferisco il silenzio o qualcosa di molto lento e ripetitivo. Poi magari esco di casa e ascolto cinque volte di fila Habibi di Ghali perché mi fa impazzire l’arpeggio spagnoleggiante di chitarra e quella meravigliosa melodia piano house. Nel libro, alla fine, gli artisti di cui parlo si contano sulle dita di una mano, dato che non m’interessava fare una mappatura, ma concentrarmi sugli aspetti più sintomatici e canonici del genere. Di conseguenza non parlo degli artisti che in realtà trovo più interessanti, come Taxi B, Ketama 126 o Rosa Chemical. Ma voglio comunque provare a risponderti: diciamo che se dovessi fare un reading mi piacerebbe che ogni tanto partisse una traccia di basso o si sentissero quei gridolini, quei «bruahhh», quei versi un po’ animali che si sentono in alcune produzioni e che io trovo fantastici.

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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